mercoledì 4 novembre 2009

LE API DEL SOGNO SONO FINALMENTE VOLATE A CASA



Finalmente sono uscite le api. Dovrei dire il libro “Le Api del Sogno”, ma negli anni “le api” ci hanno davvero fatto compagnia e accompagnato in tanta vita. Ecco perché mi piace dire e scrivere le api.

Si tratta di un lavoro che ha visto impegnato Lorenzo (mio marito) in tanti e tanti anni (1996-2005). Molte sono state le stesure e molti gli interlocutori. Sembrava che per una ragione o per l’altra non ci fosse posto per le Api. Abbiamo bussato a tante porte. Non ci speravamo più. Poi un giorno, mi sono decisa a scrivere a p. Espedito, responsabile della casa editrice Servitium, il quale ha capito e ha iniziato a prendesi cura di loro. Le Api, ben presto, avrebbero visto la luce.

Quando iniziai a frequentare Lorenzo durante il periodo del lutto, due erano i suoi interlocutori, o meglio, due erano i polmoni che lo facevano respirare: Paul Celan e Emily Dickinson.

Attraverso il dialogo con Celan è nata Carità della notte: fu sempre p. Espedito che raccolse con mani virili e delicate il manoscritto. Ne capì il cammino e si rese disponibile per una pubblicazione.

Poi fu la volta del Lessico della gioia, della nuova traduzione del Libro d’ore di Rilke e poi de Le Api del sogno.

Ricordo ancora quando, parecchi anni fa, andai a Milano per portare il lavoro di Lorenzo presso una nota Agenzia letteraria, per vedere se fosse possibile trovare un interlocutore nel mondo editoriale. La persona con cui entrai in contatto fu molto disponibile e cercò di fare il possibile per promuovere il manoscritto. Ne intuiva il valore. Purtroppo non se ne fece nulla, ma con il senno di poi, probabilmente, fu meglio così. Ogni lavoro ha la sua storia e quella delle api è lunga e irta di ostacoli. La natura – dice mia madre - non fa salti.

“Sono pagine intrise di dolore e anche se delicate e scritte meravigliosamente, non sono adatte alle esigenze del mercato editoriale. Forse è per questo che fanno fatica a spiccare il volo” – così, diversi anni fa, mi parlò una persona che ancora lavora nel mondo editoriale e che ne conosce le “strane” leggi che lo regolano.

Chissà, forse aveva ragione (anche se, a dire la verità, penso che siano tante altre le ragioni e che le api abbiano dovuto attendere il momento giusto, come tutte le cose. Né un minuto prima, né un minuto dopo. C’è un tempo per tutto, anche per le api: non si possono forzare le tappe. La giusta attesa dà respiro al cuore che, nel frattempo, ha tante ragioni per continuare a vivere, amare e soffrire).

Le api da poco sono volate fino a casa, nella loro nuova veste. E’ bellissima.

Un grazie di cuore a Servitium e a Margheritta Pieracci Harwell che le hanno tenute a battesimo.


Si tratta di una lunga lettera a Emily Dickinson, nella quale Lorenzo pone alla poetessa una domanda sulla gioia. In punta di piedi, entriamo con lui nel mondo di Emily: ne scorgiamo i tratti, i volti, i luoghi. Piccoli quadri ambientati ad Amherst si affiancano alle voci allegre delle compagne o a quella dolce e sofferente della madre.

Qualsiasi persona, trovandosi nelle mani queste pagine, può ascoltare le eco che giungono dalla stanza di Emily, dal salotto di casa Dickinson e cogliere gesti, dialoghi, risate che ancora risuonano fino a noi.

Queste api, vi assicuro, sono gentili, trattano con riguardo i loro ospiti, siano essi “buoni” o “cattivi” lettori.

mercoledì 1 aprile 2009

SIAMO FASCISTI .... O CATTOLICI.... O CELTICI?






Monsieur Borghezio donne aux français des leçons de "démocratie fasciste"

"... entrare nelle piccole amministrazioni, poi si deve diventare un partito regionale cattolico e poi non dire in modo chiaro che si è fascisti ma sotto sotto noi siamo gli stessi ovvero fascisti...."

il link qui sotto mostra il video della conferenza francese di Monsieur Borghezio


Sempre navigando in internet, mi sono imbattuta in alcuni video di matrimoni celtici. Basta andare su you tube e digitare le parole: matrimonio celtico o matrimonio padano, per poter trovare una varietà di matrimoni nei boschi, nuova tendenza.
Si tratta di veri e propri riti pagani, inconciliabili con il cristianesimo o con il cattolicesimo.
Non ne sono certa, (dovrei documentarmi sulla fonte dell'informazione e non lo sono, ma mi sembra di aver letto che sia Bossi che Calderoli si siano risposati con rito celtico, può essere vero?).

Il tutto è, a mio avviso, inquietante.


Ho trovato nell'archivio del Corriere della sera questo articolo sulle nozze celtiche di Calderoli, lo taglio e incollo, anche se è un po' lungo

ATMOSFERA D' ALTRI TEMPI PER IL MATRIMONIO DEL SEGRETARIO DELLA LEGA LOMBARDA ROBERTO CALDEROLI CON SABINA NEGRI, SORELLA DEL SUO PREDECESSORE AL MATRIMONIO DI CALDEROLI (SEGRETARIO LUMBARD) CON SABINA NEGRI, SORELLA DEL SUO PREDECESSORE

Un rito celtico per le prime nozze padane

L' ex sindaco Formentini in versione druido offre sidro agli sposi e il senatur al pianoforte intona " Va' pensiero "

----------------------------------------------------------------- Atmosfera d'altri tempi per il matrimonio del segretario della Lega lombarda Roberto Calderoli con Sabina Negri, sorella del suo predecessore AL MATRIMONIO DI CALDEROLI (SEGRETARIO LUMBARD) CON SABINA NEGRI, SORELLA DEL SUO PREDECESSORE Un rito celtico per le prime nozze padane L'ex sindaco Formentini in versione druido offre sidro agli sposi e il senatur al pianoforte intona "Va' pensiero" DAL NOSTRO INVIATO GRUMELLO CREMONESE (Cremona) - Il druido Formentini ha qualche incertezza tipica dei debuttanti: chiama "vino" il sidro e "Sabino" la sposa. Ma per il resto fila tutto liscio e la prima, anzi unica, coppia legittima della Padania Libera celebra in dieci minuti le sue nozze celtiche in mostarda cremonese. Lui e' Roberto Calderoli, segretario nazionale della Lega Lombarda. Lei e' Sabina Negri, sorella del precedente segretario, spodestato tre anni fa dallo sposo. Una cupa e perfetta saga nordica che ha comportato l'esclusione del cognato Luigi dai festeggiamenti nel castello che fu degli Affaitati, gli antichi sponsor di Carlo V nelle guerre di Fiandra, e che ora appartiene ai piu' pragmatici signori Vialli, genitori dell'ex attaccante juventino e attuale allenatore del Chelsea. Per ricalcare le orme degli unici antenati riconosciuti da Bossi, sono stati messi al lavoro i piu' accreditati studiosi di cultura e tradizioni celtiche: "Servono un braciere, qualche calice, due bracciali", hanno informato i ricercatori. Ma nessun museo si e' offerto di collaborare e l'allestimento, nel cortile della splendida villa cinquecentesca, e' stato realizzato con qualche licenza storica. Il problema del braciere e' stato risolto con un bel cache - pot di ottone, di quelli con piedistallo e maniglie. I calici erano due boccali, i bracciali sono stati realizzati su commissione. Nel menu' del banchetto, in mancanza del tradizionale cinghiale, e' stato inserito il cosciotto di agnello e, al posto della Saint Honore', deprecabile simbolo del rammollimento dei costumi, si e' optato per delle crostatine ai frutti di bosco, ritenute piu' adatte a indomiti spiriti guerrieri. Invece di conquistare con le armi Villa Vialli, e poi saccheggiarne le cantine, si e' preferito pagare quattro milioni di affitto per la mezza giornata e 150 mila lire per la cena di ognuno dei 400 invitati. Invece di un bardo, e' stata ingaggiata un'orchestrina dal repertorio anni '70; ma quanti discendenti del fiero popolo dei Celti possono raccontare di aver avuto Umberto Bossi al pianoforte per suonare "Va' pensiero" al loro matrimonio? In celtico ritardo di tre quarti d'ora, la sposa era, naturalmente, bellissima. Un abito a petalo, in organza color panna profilata di verde, e molto scollato, e' stato disegnato per lei da Gattinoni, impegnato in questi giorni a corteggiare Monica Lewinsky per le prossime sfilate di ottobre. Ad accompagnarla al cospetto dell'europarlamentare Marco Formentini e' arrivato, con passo solenne, l'attore Carlo Delle Piane, assai compreso nella sua storica parte. Lo sposo, visionati i modelli dei succinti abiti del sesto secolo avanti Cristo, ha deciso che un tradizionale monopetto color fumo di Londra, completato da cravatta grigio - perla, nulla avrebbe tolto al rigore storico della cerimonia e il druido Formentini ha condiviso l'elastica interpretazione dei ruoli, ben felice di non doversi arrampicare sugli alberi a raccogliere il sacro vischio. Ultimo strappo alla regola: la scelta di una testimone napoletana, l'attrice Ida Di Benedetto. Ma nulla avrebbe potuto indebolire l'approvazione dell'ospite d'onore, Umberto Bossi, commosso di fronte alla genuina celebrazione del culto avito: "Finalmente una grande occasione storica per ricordare che non siamo latini, ma che fummo sconfitti dai latini. Domani mattina accompagnero' i miei figli alla prima scuola padana" ha annunciato con fermezza. Semplice e sbrigativa, la cerimonia non ha richiesto piu' di dieci minuti: "Roberto (o Sabina) sarai il mio sposo / a - recita la formula celtica -. Giuro davanti al fuoco che mi purifica. Esso fondera' questo metallo come le nostre vite nuovamente generate". E, hop, due monete da 200 lire della zecca italiana volano nell'ardente braciere - portavaso. Formentini offre il calice, prima a lui e poi a lei, invitando gli sposi a bere "il sidro che le mani delle nostre donne hanno spremuto dai frutti della terra genitrice". Lo scambio dei bracciali, al posto dei decadenti anelli, suggella il patto coniugale, mentre il druido, ex capovillaggio di Mediolanum, proclama: "Il fuoco fonde la materia e le braccia degli uomini hanno forgiato il simbolo della vostra unione". Applausi e commozione dei testimoni (Maurizio Balocchi, amministratore della Lega Nord per la coppia, Giovanni Torlonia e Ida Di Benedetto per lei, Augusta Formentini e Vito Gnutti per lui). Foto ricordo con le camicie verdi. Il fuoco si spegne nella fioriera: le due monete di regime hanno rifiutato di fondersi. E l'anagrafe di trascrivere le nozze. Elisabetta Rosaspina

Rosaspina Elisabetta

Pagina 5
(21 settembre 1998) - Corriere della Sera






sabato 28 marzo 2009

MILANA TERLOEVA, HO DANZATO SULLE ROVINE








Ho da poco finito di leggere Ho danzato sulle rovine di Milana Terloeva. Mi ci sono imbattuta dovendo preparare un incontro, insieme all’amico Stefano Verzé, sulla Russia di Putin e sulla grande giornalista Anna Politoskaja.

L’autrice è una giovane cecena di 28 anni che per i casi strani e bizzarri della vita si è trovata a vivere un’esperienza da sogno a Parigi dove ha potuto frequentare la facoltà di Scienze Politiche e la scuola di Giornalismo. Un’esperienza “da sogno” rispetto alla vita dura e insostenibile della guerra in Cecenia.

Il libro si apre a Orechovo, suo villaggio natale, nel dicembre 1994, mese che segna l’inizio della prima guerra cecena e si chiude, dodici anni dopo, nell’estate del 2006, a Groznyj, la capitale.

Ammetto che della Cecenia so poco nulla, e quel poco che ora so, lo sono venuta a sapere grazie ai libri della Politoskaja e a questo della giovane Terloeva. Oltre a sapere molto poco, ho potuto percepire solo ciò che passano le nostre televisioni (pur non avendo la TV) e le nostre radio. Ovvero, poco nulla. O meglio, il nulla. Evviva il potere del libro! Leggerlo, è stato come conversare tranquillamente davanti a una tazza di caffè, con Milana che racconta di sé, della sua famiglia, del suo Paese e dei suoi amici. In questo modo, ho scoperto tante cose, tutte quelle che nessun telegiornale ti racconta perché solo a pochi interessano ma soprattutto perché si preferisce far passare ben altro. A dire la verità, Putin non mi è mai piaciuto e non capivo perché un anticomunista come Berlusconi potesse andare così d’amore d’accordo con un ex funzionario del KGB. I soldi si sa non hanno né odore né sapore… Ma dopo aver letto le due giornaliste, mi sono fatta la mia opinione che gli amanti di Berlusconi sicuramente non condivideranno. Berlusconi è santo e santo resta, e non è di lui che voglio parlare.

Ma torniamo a queste due donne straordinarie: grazie a loro sono venuta a conoscenza del “grande gioco" sporco della guerra cecena, dei campi di filtraggio e delle zacistka ovvero delle operazioni di pulizia che l’esercito russo compie nei confronti del popolo ceceno.

Traggo dal libro, Ho danzato sulle rovine, pp. 93,94

 Alkhan Jurt, Cecenia primavera 2000

Tutto è calmo nel villaggio di Alkhan Jurt. Solo le esplosioni in lontananza e il canto degli uccelli spezzano il silenzio dell’alba. Si scorgono ancora le ultime stelle della notte, la luna incontra il sole che viene a prendere il suo posto.

All’improvviso, un fracasso incredibile risveglia gli abitanti. Carri armati, veicoli blindati di trasporto delle truppe, poi camion dell’esercito federale si riversano ad Alkhan Jurt. Decine e decine di soldati corrono da tutte le parti gridando, circondano le case, sfondano le porte a colpi di calcio di fucile. E’ un’”operazione di pulizia”.

Gli abitanti si pongono tutti le medesime domande, chi sarà definito “terrorista” per coprire le quote di un impero in pieno regresso staliniano? Chi avrà la fortuna di poter restare a casa sua? Quanti saranno quelli che spariranno oggi?

Ad Alkhan Jurt, in questa fresca mattina di aprile, tra i perdenti della grande lotteria antiterrorista c’era il mio amico Musa, ventiquattro anni. Le cicatrici delle sue ferite del 1995 hanno avuto valore di prova: è stato subito classificato tra i discepoli di Bin Laden. L’hanno mandato, insieme ad altri ragazzi, nel famoso campo di Cernokosovo. Musa mi ha parlato così del suo “soggiorno” nell’inferno dei campi di filtraggio:

“A Cernokosovo hanno sciolto dei cani rabbiosi nel camion e ci hanno fatto scendere usando il calcio del fucile. Poi ci hanno fatto passare nel “corridoio”. E’ un rito dei russi: i soldati formano due file, si muniscono di manganelli e ci fanno sfilare nel mezzo. I colpi piovono senza tregua. Un minuto sembra un’eternità. Vuoi proteggerti la testa con le mani. Ma non serve. Un soldato ti colpisce al ventre. Meccanicamente abbassi le braccia per proteggerti il ventre, e così via…”

Le torture proseguono a pag. 95, ma mi fermo prima non perché finiscono ma perché sono dure da sostenere.

La questione cecena è una questione antica per la Russia. Nel racconto, Chadzi-Murat, Tolstoj parla del “cardo ceceno” che il filosofo francese André Glucksmann riprende nella prefazione al libro della Politoskaia Cecenia. Il disonore russo. Da Caterina II a Putin, la Russia ha seppellito uomini nel grande cimitero caucasico per ricordare a ogni russo che c’è sempre un prezzo da pagare quando si vuole resistere agli ordini che arrivano dall’alto. Putin l’ha capito bene. E la seconda guerra cecena affonda lì le sue radici.

Continua Glucksmann, nella prefazione al libro di Anna Politoskaja, Cecenia. Il disonore russo:

Quanto alle prospettive aperte dalla scuola putiniana di crudeltà, Anna ne evoca qui le tragiche conseguenze. “In Cecenia siamo caduti in un buco nero, abbiamo allevato una tale quantità di assassini cinici che basterebbe a soddisfare il fabbisogno di killer  a pagamento dell’intero pianeta. Rispondo alle mie parole: una persona su due uccisa in Cecenia è un civile abbattuto in condizioni di giustizia sommaria. Questo significa che migliaia di militari che hanno servito in Cecenia sono dei boia sistematici (p. 10)

La Politoskaia più avanti prosegue:

A volte passeggio tra le rovine della capitale cecena. Parlo con i suoi abitanti, li guardo negli occhi, ripenso alle loro storie  e mi rendo conto che la mia mente rifiuta di credergli, contesta, respinge i loro racconti. Semplicemente per proteggersi. Ci credo e non ci credo, vorrei non farmi contaminare. Sono realmente qui, ma allo stesso tempo è come se fossi in un film…

Non è possibile che le nostre autorità si ostinino in modo così imbecille a opprimere quelli che vivono qui! Perché continuare a perseguitare abitanti che hanno già sopportato fardelli disumani per il solo fatto di essere rimasti in questa orribile città?(pp.16-17)

Prima di concludere, mi preme segnalare il sito dei giovani francesi capeggiati da Gluksmann che hanno creato questa associazione che si occupa di far studiare a Parigi giovani che provengono da Paesi in guerra. http://www.etudessansfrontieres.org/  

Inizia così il libro della giovane giornalista cecena:

Caro lettore

A Groznyj un uomo vagava con la sua balalaica. La guerra gli aveva preso tutto e soltanto la musica lo teneva legato alla vita. A volte veniva a suonare sotto la mia finestra e raccontava che un tempo aveva attraversato la Russia, l’Europa, il mondo intero con il suo strumento. Le sue strane avventure terminavano tutte allo stesso modo: «Ma, dopo, la guerra...»

Un giorno arrivò nel cortile del mio caseggiato, con le braccia ciondoloni, vuote e inutili, senza musica. I soldati avevano rubato il suo ultimo bene. Con un’amica ho raccolto dei soldi, poi tutte e due siamo andate al mercato a comprare una balalaica. Sulla strada del ritorno abbiamo notato una decina di soldati armati e un gruppetto di civili. Il musicista giaceva a terra, il corpo crivellato di pallottole. Era stato ucciso, insieme a otto giovani del quartiere, nel corso di un’« operazione di pulizia ». L’indomani, la televisione di Mosca annunciava con orgoglio l’eliminazione di nove terroristi.

Ecco cos’è Groznyj oggi, un caos di morti e di menzogne dove delle ombre umane lottano per sopravvivere. Questo libro non aspira a demolire la propaganda o a spiegare un conflitto vecchio di tre secoli. È la storia semplice di una ragazza, uno specchio che scorre lungo le strade sconvolte della mia cara Cecenia.

©2007, Corbaccio 2008

giovedì 5 marzo 2009

IL CORAGGIO CHE IO NON HO


Non ho la televisione, mi informo attraverso internet leggendo le diverse testate internazionali. Guardo video su you tube, interviste e leggo dossiers ben fatti da diversi giornalisti (bbc, france24, tv5 e navigo molto all'estero).
Preciso che non mi considero una "grillina", anche se apprezzo le diverse battaglie che Grillo porta avanti, nonostante fatichi ad accettare il tono sempre urlato e, a volte, volgare.
Questa sera, navigando qui e là, ho trovato su you tube un video che mi conferma ciò di cui sono certa: le stragi di mafia sono spesso coperte e depistate da apparati torbidi dello stato. Non è una novità.
Qui i link relativi Gioacchino Genchi, un uomo che ha lavorato al sevizio dello Stato (possiamo ancora usare la Maiuscola?) nel campo delle intercettazioni:


Eppure, sono molte le brave persone convinte della bontà di coloro che ci stanno governando.
Cosa che per me resta un mistero.


mercoledì 11 febbraio 2009

L'ANNO NUOVO - ROSH HA-SHANAH, cap. 6 di Luci accese di Bella Chagall


In altre pagine del mio blog, si possono trovare altri capitoli del libro di Bella Chagall, Luci accese. 

La traduzione che qui propongo, cerca di riestituire la lingua di Bella (ci devo ancora lavorare un po'! ma intanto la pubblico lo stesso) che racconta la sua vita a Vitebesk. Le frasi sono brevi e spezzate, le forme semplici, e il lessico è quello di una bimba di nove anni che riesce comunque  a trasmetterci tutta l'emozione di quella festa. I preparativi prima della preghiera al tempio, la sinagoga gremita di uomini donne bambini invasa dal suono dello shofàr, la purificazione nelle acque del fiume per i peccati commessi durante tutto l'anno e la benedizione dei frutti nuovi. 

(http://it.wikipedia.org/wiki/Rosh_haShana). 


L'ANNO NUOVO - ROSH HA-SHANAH, cap. VI di Luci accese di Bella Chagall

Giungono i giorni di Teshuvah. La casa si riempie tutta di rumori. Ogni festa porta con sé il proprio sapore e si ammanta di un’atmosfera tutta sua. L’aria dell’Anno Nuovo: leggera, misericordiosa, tersa come dopo una pioggia. Dopo le notti buie delle preghiere di Teshuvah, si rischiara un giorno luminoso e pieno di sole. La settimana delle preghiere di Teshuvah è quella meno tranquilla. Papà si alza nel pieno della notte, sveglia i miei fratelli; si vestono in silenzio e svaniscono, come ladri, dietro alla porta. Cosa cercano nel freddo e nel buio delle strade? A letto, si sta così al caldo! E se non tornassero più? Non smetterei di piangere con la mamma. Sto per iniziare già da sola e sprofondo sotto le coperte, raggomitolandomi ancora di più. Al mattino, papà beve il tè: il viso pallido, sfinito. In tutti, l’eccitazione prima della festa manda via la stanchezza.

Chiudiamo presto il negozio e tutti ci prepariamo per andare in sinagoga. Lo facciamo con più cura del solito, come se ci andassimo per la prima volta. Ognuno si mette qualcosa di nuovo: chi un fresco cappello chiaro, chi una cravatta nuova, chi un vestito tutto nuovo…Anche la mamma si mette una camicetta di seta bianca, e come rigenerata, con spirito nuovo, si appresta ad andare in sinagoga. Mio fratello maggiore sfoglia il grande libro delle preghiere e segna, per lei, le pagine della preghiera dove, da anni, la mano di mio nonno ha scritto “qui”. La mamma riconosce i versetti che l’anno scorso ha cosparso di lacrime. Un tremolio le vela gli occhi. Si affretta verso la sinagoga per poter piangere sulle stesse righe, come se fosse qualcosa di mai accaduta prima.

Pronta per lei c’è una pila di libri molto pii. Lei li avvolge tutti in un grande fazzoletto e li porta via con sé: non deve chiedere un buon anno per tutta la sua famiglia? I libri e il talleth di papà, invece, li viene a prendere il custode durante il giorno. Resto sola. La casa è deserta e anch’io mi sento vuota come la casa. Il vecchio anno, come si fosse perduto, si attarda, da qualche parte dietro alle finestre. L’anno che viene dovrà essere davvero chiaro, luminoso.

Vorrei dormire insieme alla notte.

L’indomani, presto, andrò anch’io in sinagoga vestita con abiti nuovi dalla testa ai piedi. Il sole risplende. L’aria è limpida e viva. Le mie scarpe nuove fanno un rumore secco. Mi affretto. Di sicuro in sinagoga il Nuovo Anno è già arrivato e già risuona lo shofar: mi riecheggia nelle orecchie. Ho l’impressione che il cielo sia sceso fin sulla terra per correre con me al tempio. Mi dirigo verso la parte riservata alle donne, spingo la porta. Una vampata di calore, come d’un forno, mi viene addosso. Un’ aria pesante mi toglie il respiro. La sinagoga è piena. Gli alti leggii sono invasi dai libri. Delle donne anziane se ne stanno sedute comodamente mentre alcune ragazze in piedi sbucano fuori, quasi sopra alle loro teste. I bambini cercano di farsi strada, sotto le loro gambe. Vorrei avvicinarmi alla mamma, ma è seduta davanti, ben lontano, vicino alla finestra che dà sulla parte riservata agli uomini. Non appena mi muovo, una donna si gira con le spalle verso di me: un volto in lacrime mi rivolge uno sguardo arrabbiato: “Oh! Oh!” effonde intorno a me il suo corruccio. Da dietro mi spingono, e come liberata, vado addosso alla balaustra. La mamma mi fa un cenno con gli occhi. E’ contenta che sia già vicino a lei. Ma dov’è lo shofar? Dov’è il Nuovo Anno? Guardo le pareti della parte riservata agli uomini. L’Arca Santa è chiusa: è coperta dalla tenda e custodita, nella quiete del silenzio, dai due leoni che vi sono ricamati sopra. Gli uomini si rianimano come presi da qualcos’altro.

Sono arrivata troppo presto o troppo tardi?

D’un tratto, da sotto un talleth si protende una mano con lo shofar. Lo shofar ora è lì, nell’aria, immobile. Emette un suono. Tutti si risvegliano. Ognuno smette di parlare tra sé e sé. Stiamo tutti in attesa. Lo shofar, ancora una volta, diffonde nell’aria un suono spezzato come se non avesse più fiato. Da una parte all’altra s’incrociano gli sguardi. Lo shofàr, come un grido, emette un suono forte, roco. Per tutta la sinagoga si diffonde un brusio:  ma cos’è questo modo di suonare lo shofar? Manca di forza…perché non chiedere a qualcun altro di suonare? All’improvviso, sentiamo un suono pulito e prolungato, come se gli spiriti maligni che ostruivano lo shofar, fossero stati scacciati: come un richiamo, si diffonde per tutta la sinagoga, fino a riempirne ogni angolo. Tutti sono sollevati! Chi fa un sospiro, chi annuisce con un cenno del capo. Il suono si propaga verso l’alto fino a toccare i muri. Viene verso di me, verso la mia balaustra. Raggiunge il soffitto, smuove l’aria spenta, sigilla ogni spazio vuoto. Mi penetra nelle orecchie, nella bocca: ho addirittura male alla pancia. Quand’è che lo shofar non avrà più fiato? Cosa vuole da noi l’Anno Nuovo?

Mi ricordo di tutti i miei peccati. Dio sa cosa accadrà. Sono tanti i peccati che si sono accumulati durante l’anno. A fatica, riesco aspettare il pomeriggio. Ho fretta di andare con la mamma alla Purificazione del Tachlich per poter scrollare via i miei peccati nel nostro grande fiume. Lungo la strada, altre donne, altri uomini. Tutti vanno giù per la stradina che porta alla riva. Sono tutti vestiti di nero, come se andassero – non voglia Iddio – a un funerale. L’aria è fresca. Il vento fa sentire le sue sferzate dall’alta riva del fiume e dal grande giardino della città. Alcune foglie volano, rossastre, gialle e come farfalle volteggiano nell’aria: piroettando, cadono a terra. Se ne volano via così anche i nostri peccati? Crepitano le foglie e si attaccano agli scarponcini. Me le trascino dietro: con loro è meno duro andare al “Tachlich”. “Perché ti fermi sempre?”, la mamma mi tira per la mano. “Lascia stare le foglie!” Di lì a poco, tutti si fermano. La strada si è come scissa: acque profonde e fredde sembrano riversarsi sui nostri piedi. In riva al fiume si addensano, in cerchio, uomini in nero. Coi capi protesi e le barbe ciondolanti, s’immergono nell’acqua come se ne volessero vedere il fondo. D’un tratto, rovesciano le tasche: ne vengono fuori avanzi e briciole che gli uomini gettano nell’acqua insieme ai loro peccati, recitando ad alta voce una preghiera. Ma come faccio io, a scrollarmi di dosso tutti i miei peccati? In tasca non ho briciole e non ho nemmeno le tasche! Me ne sto in piedi vicino alla mamma e tremo per il vento freddo che solleva le gonne. La mamma mi sussurra le parole del rito: le preghiere, con i peccati, dalla bocca cadono dritte nell’acqua. Mi sembra che il fiume si sia ingrossato per tutti i nostri peccati e che trasporti acque divenute improvvisamente nere.

Purificata, faccio ritorno a casa. La mamma, appena entrate, si siede per leggere i salmi. Vuole approfittare ancora un po’ del giorno per domandare ancora qualcosa a Dio. Un mormorio si diffonde per la stanza buia. L’aria si annebbia come gli occhiali della mamma che in silenzio piange, scuotendo il capo.

Cosa devo fare?

Mi sembra che dai fitti versetti dei salmi sguscino fuori, piano piano, i nostri avi: i nonni, le nonne. Le ombre diventano sempre più grandi, si assottigliano e mi accerchiano. Ho paura di girarmi. Forse qualcuno si è messo dietro di me e vuole abbracciarmi? “Mamma!” non riesco a trattenermi e la tiro per la manica. Lei alza il capo, si soffia il naso e smette di piangere. Bacia il salterio e lo chiude. “Bachka – mi dice – torno in sinagoga. Tra poco rientreremo tutti. Tu piccola mia prepara la tavola” “Mamma è per la benedizione delle Primizie?”. Non appena è uscita, apro bene l’armadio delle provviste. Tiro fuori dei grandi sacchi di carta colmi di frutta e li rovescio sulla tavola. Come in un grande giardino rotolano fuori grossi meloni verdi. Al loro fianco, se ne stanno distesi grappoli d’uva. Uva bianca, rossa. Grosse pere succose hanno ruotato sulle loro testoline. Mele dolci, gialle diventano dorate come se le avessimo già immerse nel miele. Prugne rosso scuro si spandono per tutta la tavola. Su cosa faremo la benedizione dei frutti nuovi? Ne abbiamo mangiati per tutto l’anno! Da un altro sacco, mi accorgo che spunta fuori un ananas: sembra un piccolo abete. “Sacha, tu lo sai dove cresce un ananas?” “Chi lo sa! – mi risponde alzando le mani - Ho ben altro a cui pensare!” Nessuno sa da dove provenga l’ananas. Con la sua buccia callosa ricorda uno strano pesce. Soltanto la sua coda se ne sta dritta in aria come un ventaglio interamente aperto. Tocco il suo pancino pieno zeppo. Trema tutto. Non è semplice toccarlo. Si potrebbe dire che se ne sta lì come uno zar. Per lui libero il centro della tavola. Sacha lo taglia senza pietà. Come un pesce vivo, l’ananas geme sotto il coltello affilato. Il suo succo zampilla fin sulle mie dita come sangue bianco. Lo lecco. Un gusto amaro-dolce. E’ il gusto del Nuovo Anno?

“Mio Dio!” mormoro in tutta fretta “prima che rientrino tutti dalla sinagoga, pensa a tutti noi! Al tempio, mamma e papà, T’implorano tutto il giorno per un buon anno. Papà pensa di continuo a Te e la mamma, ad ogni passo, ricorda il Tuo Nome! Tu lo sai quanto sono sfiniti, pieni di preoccupazioni, mio Dio! Tu puoi tutto! Fa che possiamo avere un anno buono e dolce!” Con forza, cospargo di zucchero l’ananas amaro. “Buona Festa! Buona Festa!” I miei fratelli accorrono gridando uno più forte dell’altro. Subito dopo di loro, la mamma e il papà entrano pallidi e stanchi. “Possiate essere iscritti nel Libro della Vita per un anno buono”. Sento il cuore sobbalzarmi. Sembra che Dio stesso abbia parlato per mezzo della loro bocca.

Traduzione di Maddalena Cavalleri (Bella Chagall, Luce accese, éd. Trois collines, Genève-Paris, 1948)

martedì 10 febbraio 2009

LA PACE IRRAGGIUNGIBILE


Questa sera, tornando a casa da scuola, ascoltavo per radio (radio 1) una brevissima trasmissione dedicata alla Giornata del Ricordo. Oggi è il 10 febbraio. Mentre ascoltavo, pensavo a come ogni tragedia abbia bisogno di tempo per essere ascoltata, recepita e accolta dalle popolazioni. Per molti anni - nessuno può ormai negarlo -  abbiamo rimosso le foibe; non se ne parlava soprattutto perché non vi era un terreno favorevole per poterlo fare. Oggi, grazie alla Giornata del ricordo, il 56% degli italiani sa cosa sono le foibe, mentre prima, sì e no il  20%, sapeva cosa fossero (almeno così informava per radio il Presidente dell'Associazione). La giornalista che conduceva la trasmissione ricordava il dramma di coloro che erano stati costretti a lasciare la loro terra, le loro case, il lavoro. Parlavano di una "grande ferita" che difficilmente guarisce e del trauma di un popolo, di più generazioni. 

Il XX secolo è ormai celebre per le sue tragedie: la Shoah, i lager sovietici, lo sterminio degli Armeni..., e la storia ci insegna che non ci sono i "buoni" e i "cattivi" ma che ogni popolo, ogni essere umano porta in sé luce e ombre, contraddizioni, incoerenze.
Tanti sono stati costretti a lasciare le loro case.
Oggi, se ci sono tanti immigrati che invadono "le nostre città" è perché miseria, regimi, guerre costringono le persone a fuggire pur di darsi una speranza di vita migliore. Per questo non posso non sentirmi una privilegiata e quindi non vorrei "pontificare" dalla comoda poltrona sulla quale sono ora seduta.
 
Non so perché, ma tra le tante tragedie, quelle dei popoli di Israele e di Palestina continuano a catalizzare la mia attenzione. Mi sento coinvolta e responsabile in quanto cittadina italiana e europea.  
Sempre navigando su internet mi sono imbattuta in questo video della CBS che propongo di seguito. Mi sembra ben fatto e che possa aiutare a conoscere lo stato d'animo di molti arabi palestinesi. 



Per un approfondimento del Giorno del Ricordo, segnalo invece questo sito:


Le tragedie sono ben diverse, ma sono comunque sempre tragedie per chi le vive. 

giovedì 29 gennaio 2009

TELEPACE JERUSALEM


Finalmente è possibile vedere su internet i servizi di Telepace Jerusalem; li consiglio perché sono fatti veramente bene e offrono a noi che siamo qui, una squarcio di realtà che apre gli occhi e il cuore. 
Inizio con il proporre i servizi più recenti (taglio e incollo la presentazione degli stessi dal sito di Telepace Jerusalem)

1)L'abbraccio della Chiesa ai cristiani di Gaza (La visita del Nunzio Apostolico a Gaza City)
 Si commuove quando racconta di quell'abbraccio con Abuna Manuel, appena varcata - presso il valico di Erez - la difficile frontiera che divide Israele e la striscia di Gaza. È il Nunzio Apostolico Mons. Antonio Franco che, precedendo la delegazione ufficiale dei capi delle chiese di Gerusalemme che si recherà a Gaza il 4 febbraio prossimo, ha avuto la possibilità per primo di visitare dopo i 22 drammatici giorni di guerra, la popolazione di Gaza city e in particolare la piccola comunità cattolica, portando loro la solidarietà del Papa.Abbiamo incontrato il Nunzio Apostolico all'indomani della sua visita a Gaza... Mons. Franco ci ha soprattutto raccontato, spesso commuovendosi, del suo incontro con i cristiani presso la chiesa parrocchiale della Sacra Famiglia, ma noi gli abbiamo chiesto anche che cosa ha visto sulle strade di Gaza...In onda sabato 24 gennaio alle ore 19:00.Repliche: domenica 25 gennaio alle ore 21:30, lunedì 26 gennaio alle ore 9:40 e mercoledì 28 gennaio alle ore 15:40.


2) Fermate la violenza...
“Fermate la violenza! Fermate le uccisioni! Cominciate a costruire la pace! Costantemente in questi giorni abbiamo sentito queste grida... la violenza a Gaza era nella mente e sulle labbra di tutti”.È accorato il tono con il quale comincia il comunicato sottoscritto dai vescovi europei e nord americani che anche quest’anno si sono dati appuntamento in Terra Santa per l’annuale convention della Holy Land Coordination (il Coordinamento delle Conferenze Episcopali in supporto della Terra Santa). Nove i presuli presenti, rappresentanti delle Conferenze Episcopali di Inghilterra, Irlanda, Stati Uniti, Canada, Spagna, Francia, Germania e Scandinavia.Chiaro e forte l’appello dei vescovi ai leader della comunità internazionale: lavorate con israeliani e palestinesi per fermare la violenza a Gaza e provvedere urgentemente all’assistenza umanitaria. Ma non fermatevi a questo... bisogna aiutare israeliani e palestinesi a costruire un pace giusta con la garanzia di sicurezza per Israele e uno stato vivibile per i palestinesi.Poi il comunicato dei vescovi si rivolge al popolo di Dio nei nostri paesi: “Intensificate la vostra preghiera per il bene della chiesa madre e per la pace in Gerusalemme - scrivono - non abbiate paura. Venite come pellegrini in Terra Santa, incontrate le comunità cristiane locali e aiutatele con progetti concreti”. Infine i presuli si rivolgono ai cristiani della chiesa madre: “Vediamo in voi la sofferenza del volto di Cristo che ha perso tutto per la nostra salvezza. Non siete soli. Noi siamo un’unica famiglia in Cristo. Noi sentiamo le vostre grida e soffriamo con voi. Siate sicuri del nostro amore della nostra preghiera della nostra solidarietà”.In onda sabato 17 gennaio alle ore 19:00.Repliche: domenica 18 gennaio alle ore 21:30, lunedì 19 gennaio alle ore 9:40 e mercoledì 21 gennaio alle ore 15:40.


3) Il dopo Natale di Gaza
Gli ultimi giorni nella striscia di Gaza,... un servizio con immagini e interviste sulla situazione della popolazione costretta a vivere in questa regione così duramente provata in questi giorni.Ai nostri microfoni il Patriarca Latino di Gerusalemme Mons. Fouad Twal, la segretaria di Caritas Jerusalem, e una voce dalla "piccola ma fervida comunità cristiana" - come l'ha definita Sua Santità Benedetto XVI - il parroco latino di Gaza, P. Manuel Musallam.In onda sabato 3 gennaio alle ore 19:00.Repliche: domenica 4 gennaio alle ore 21:30 e lunedì 5 gennaio alle ore 9:40.



La redazione di Telepace Holy Land TV si trova all'interno del Knight Palace dove si trova il Patriarcato Latino (nella foto)

martedì 27 gennaio 2009

MA LA SOLUZIONE DEI DUE STATI SARA' UN GIORNO POSSIBILE?


Cliccando due volte sulle immagini è possibile averne l'ingrandimento (Sicuramente sono entrambe da riaggiornare...)

Oggi la Cisgiordania è completamente un territorio parcellizzato e, non dimentichiamolo, "occupato". In Israele si parla di Samaria o di "Territori" senza ormai più usare l'aggettivo "occupati". Gaza è altrove. Può uno stato Palestinese nascere davvero in queste condizioni? Il muro ha eroso altro spazio rispetto ai confini del 67.
E' curioso notare come sia impossibile trovare delle cartine sui giornali o nei nostri telegiornali.... e pensare che tutto si gioca sulla geografia! 

Leggo sulla BBC: nuovi insediamenti in Cisgiordania, o meglio solo potenziamento di quelli che già ci sono: http://news.bbc.co.uk/2/hi/middle_east/7851140.stm

ecco un altro articolo tratto dal sito della BBc il 30.01.09: 

che riprende il giornale israeliano Haaretz:

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Sto rileggendo l'articolo che David Grossman ha scritto nel 2007 in occasione della giornata della memoria, lo trascrivo di seguito evidenziando quelle parti che, nel mio piccolo, mi chiedono di non restare indifferente. 

02.03.2007      La memoria della Shoah e il futuro di Israele, un discorso di David Grossman

 tratto da: Testata: La Repubblica, Data: 02 marzo 2007, Autore: David Grossman

Titolo: «Se Israele potesse pensare il futuro»

REPUBBLICA del 2 marzo 2007 pubblica in prima pagina un testo di David Grossman: il discorso ai diplomatici accreditati in Israele in occasione della Giornata Europea della Memoria durante  la cerimonia  svoltasi all´istituto "Massuah" di Nethanya, uno dei maggiori centri israeliani di ricerca sulla Shoah.

Faccio parte della generazione del primo decennio dopo la Shoah (uso il termine ebraico, piuttosto che quello di Olocausto). Sono nato nel 1954; e come i miei compagni, ho conosciuto i superstiti.

Li abbiamo visti, i sopravvissuti della Shoah, li abbiamo sentiti a volte urlare di notte nei loro incubi. Quando trovavamo il coraggio di chiedere ai nostri genitori di raccontarci quelle esperienze, spesso rifiutavano di parlarne. Siamo cresciuti in questo silenzio. Una ventina d´anni dopo, il mio primogenito, che aveva appena tre anni, è tornato dall´asilo sconvolto e mi ha chiesto cos´era la Shoah, chi erano i nazisti, cosa ci avevano fatto e perché lo avevano fatto. E ho scoperto all´improvviso la mia riluttanza a parlarne a mio figlio. Perché mi rendevo conto che una volta esposto alla nozione di quelle atrocità, al paesaggio della crudeltà del genere umano, quel bambino ancora così candido e ingenuo sarebbe stato in qualche modo contaminato, cambiato. Non sarebbe stato mai più lo stesso. E pensavo che mentre altrove, in altre culture, i genitori sono imbarazzati quando devono esporre ai loro figli i fatti della vita, noi qui dobbiamo incominciare dai fatti della morte, così strettamente intrecciati con la nostra vita qui.

Farò una brevissima «visita guidata» in quest´area sconvolta da una catastrofe, dove i fatti della vita e i fatti della morte sono legati a doppio filo nella nostra psiche, nel nostro essere ebrei e israeliani.

Ricorderò un episodio che mi è stato raccontato una volta da due fratelli nati a Vilnius, in Lituania. Erano bambini durante la Seconda guerra mondiale, e un pomeriggio stavano giocando a calcio con alcuni amici nel cortile della loro scuola, quando improvvisamente ci fu una retata in città, e vennero catturati.

Un´ora dopo erano già rinchiusi nel treno che li portava al campo di sterminio. E guardando fuori, attraverso le fessure del vagone videro i loro amici che continuavano a giocare a pallone nel cortile della scuola. Per loro fu l´esperienza cruciale, della quale vollero dare testimonianza, dopo i lunghi anni di sofferenze della Shoah: quest´insulto profondo, e la nozione di quanto fosse facile strapparli al tessuto della vita, alla loro realtà quotidiana. Per me questa storia ha un´eco più vasta.

È quasi una parabola della facilità con cui tuttora gli ebrei possono essere sradicati dalle società, dai paesi, dagli Stati in cui sono vissuti, a volte per generazioni. In quei paesi e in quelle società, anche quando riescono ad assimilarsi, in un certo senso rimarranno sempre stranieri, si muoveranno come se fossero perennemente circondati da una linea punteggiata.

Per me, la mancanza di fiducia esistenziale è uno dei sintomi tipici della condizione ebraica, da generazioni e forse da millenni; il fatto che noi ebrei non ci sentiamo a casa nostra nel mondo - una sensazione giunta alla sua manifestazione più orrenda al tempo della Shoah.

A cinquantanove anni dalla nascita dello Stato di Israele ci rendiamo conto di aver portato anche qui questo senso di incertezza. Benché viviamo da quasi sei decenni nel nostro Stato sovrano, la terra continua a muoversi sotto i nostri piedi. La nostra esistenza non ci è garantita. Lo Stato di Israele è stato fondato per dare una casa e un rifugio al popolo ebraico, ma chiaramente questo non è il miglior rifugio per gli ebrei, non è un luogo ove possano stare al sicuro. Al contrario, spesso vediamo che gli ebrei sono il bersaglio di una violenza incessante, e la nostra esistenza qui è in gioco, forse più che in molti altri luoghi del mondo. Sfortunatamente, Israele non è ancora per noi ciò che avremmo voluto, il luogo in cui ogni ebreo possa sentirsi assolutamente a casa sua, come si sente ciascuno di voi nel proprio paese. Agli israeliani manca tuttora questo senso di tranquillità e di fiducia che dovrebbe poter avere chiunque si trovi veramente a casa propria.

Ma prima di parlare di questa casa vorrei soffermarmi sui suoi muri, sui confini del nostro paese. Come sapete, in questi ultimi sessant´anni, dal giorno della nascita dello Stato di Israele, non è mai trascorso un decennio senza che i suoi confini mutassero.

Non passerò in rassegna tutte le turbolenze, le guerre e i cambiamenti delle linee di confine tra noi e i nostri vicini; basti dire che questi cambiamenti sono stati incessanti, ovviamente a nord e ad est, dove le frontiere sono più ambigue, ma anche a sud, tra noi e i nostri vicini egiziani. Nella mente degli israeliani, il solo confine stabile è quello occidentale: il mare. E mi colpisce il fatto che per noi, intuitivamente, proprio l´elemento più fluido, più labile e mutevole del paesaggio rappresenti la linea di confine più solida e stabile. Gli israeliani non hanno una nozione inerente, chiara e reale dei loro confini. Vivere così è un po´ come stare in una casa dalle pareti mobili, che vengono spostate continuamente; e non sapere mai di preciso dove finisca il proprio spazio e dove incominci quello altrui. Se uno vive in uno stato d´animo del genere, gli altri hanno sempre la tentazione di invaderlo, e per istinto tenderà all´eccesso di difesa, cioè alle reazioni aggressive. I suoi comportamenti saranno sempre caratterizzati da qualcosa di estremo, di virulento. E sarà incapace di rispondere a una situazione in maniera articolata, di percepirne le sfumature. In un certo senso, Israele sta riproducendo, ricostruendo qui una delle più tenaci anomalie che hanno caratterizzato il popolo ebraico nella diaspora, e la tragedia della sua esistenza negli ultimi duemila anni. L´anomalia di un popolo che vive presso altri popoli, il più delle volte ostili e sospettosi. Le linee di demarcazione tra gli ebrei e gli altri popoli sono state il più delle volte problematiche o non del tutto chiare; e ogni contatto rischiava sempre di essere percepito dagli uni e dagli altri come una minaccia, un pericolo di penetrazione in aree di identità sensibili e potenzialmente esplosive.

Io sogno il giorno in cui lo Stato di Israele avrà finalmente frontiere stabili, fisse e difendibili, riconosciute dalle Nazioni Unite e dal mondo intero, compresi i paesi arabi, gli Stati Uniti e ovviamente l´Europa. Frontiere fissate con un processo non unilaterale, attraverso negoziati con gli ex nemici e accordi reciproci, e non come sta facendo oggi Israele, con l´imposizione del muro di cui si sta circondando. Il senso di questa nuova frontiera concordata sarà quello della sicurezza e dell´identità, che consentirà al popolo di Israele di sentirsi per la prima volta a casa propria. E di poter dirimere infine interiormente, per la prima volta, il dilemma che ha segnato tutta la sua esistenza.

Decidere se siamo popolo dello spazio o del tempo. Siamo il popolo dell´eternità, am leolam, come diciamo in ebraico? Seimila anni di coscienza - dice il filosofo George Steiner - sono una patria.

Dunque, siamo un popolo sei volte millenario, un popolo dell´eternità, con la nostalgia per questo luogo - Eretz Israel - ma senza fretta di stabilirci qui, anche se ci si offre questa possibilità, perché possiamo esistere anche nella sfera più universale, più astratta della religione e della cultura, della pura e semplice nostalgia. Oppure oggi siamo maturi, preparati a dare inizio a una nuova fase - una fase che sarà quella della realizzazione piena del processo iniziato nel 1948 con la creazione dello Stato di Israele.

Ho parlato di spazio, ma vorrei parlare un po´ anche del tempo. A sessant´anni dalla creazione dello Stato di Israele, molti israeliani non hanno certezze sul suo futuro, e si chiedono se nei prossimi cinquanta o sessant´anni questo Stato potrà continuare a sussistere. Ovviamente ognuno di noi lo vuole fortemente, è talmente importante per il nostro stesso essere. Ma c´è sempre una certa paura che trema nei cuori. Gli israeliani non possono essere certi di avere un futuro in Israele come può esserlo, credo, ognuno di voi nel proprio paese. Penso che probabilmente un dubbio di questo genere non sia mai venuto in mente a un cittadino egiziano, cinese, italiano, tedesco o americano. Mentre per noi è un´ombra perenne sopra le nostre teste. E´ del tutto naturale ad esempio che un giornale americano pubblichi le proiezioni sui raccolti di grano previsti negli Usa nel 2025. Ma nessun israeliano sano di mente farà mai previsioni per un futuro così lontano. E´ forse proprio per questo che spesso la politica di piano del nostro governo lascia molto a desiderare. Quanto a me, posso testimoniare che quando penso a Israele nel 2025 sento immediatamente nel mio intimo una specie di click - come se avessi violato un tabù concedendomi una dose troppo abbondante di futuro.

Il mio auspicio, la mia speranza è che se si arriverà a fissare linee di confine stabili e a risolvere i problemi tra Israele e i suoi vicini, si potrà anche incominciare a curare alcuni mali, a superare quel senso di non accettazione degli israeliani e degli ebrei. E a riconquistare una normalità politica universale che nei secoli passati è stata preclusa a noi ebrei - anche se da ormai cinquantanove anni abbiamo uno Stato. Perché questa è forse la più grande tragedia del popolo ebraico: il fatto che nel corso della storia gli altri popoli, le altre religioni, e in particolare la cristianità e l´islam, abbiano visto gli ebrei come simbolo o metafora di qualcosa d´altro - come una parabola, una lezione religiosa su un qualche peccato originale. Non lo hanno considerato mai per quello che è in sé: un popolo tra gli altri popoli - esseri umani tra gli altri esseri umani.

Sto parlando di qualcosa di molto sottile, di un senso di estraneità profonda rispetto al resto del mondo. Questo senso di alienazione esistenziale del popolo ebraico nei rapporti con gli altri popoli può forse essere veramente compreso solo dagli stessi ebrei. Sto parlando di quell´aura di mistero, di enigma che ha avvolto il popolo ebraico nel corso delle generazioni. Un enigma che sempre di nuovo ha spinto altri popoli a cercarne la soluzione in tanti modi, attribuendo agli ebrei definizioni biologiche e razziste, o rinchiudendoli nei ghetti, dietro a steccati, confinando la loro esistenza in determinate aree, in professioni specifiche, fino all´ultimo, orrendo tentativo di dare all´enigma ebraico una «soluzione finale». Per duemila anni gli ebrei sono stati espulsi ed esiliati in tanti modi diversi, aperti o sapientemente mascherati, dalla realtà politica, dalla normalità, dalla realtà pratica di quella che viene chiamata la famiglia dei popoli, la famiglia umana. Sono stati spogliati della loro umanità, con misure a volte molto sofisticate e sapienti di demonizzazione, e a volte anche di idealizzazione. Ma demonizzare e idealizzare di fatto vuol dire la stessa cosa: sono le due facce di una stessa medaglia, la disumanizzazione. L´ebreo è stato trattato come un´entità eccezionale, misteriosa, metafisica, metaforica, dotata di un sistema di regolazione interno, di una costituzione diversa dal comune, con poteri soprannaturali o anche di natura inferiore - come nella definizione di Untermensch coniata dai nazisti.

Giuda, il deicida, l´Anticristo, l´ebreo errante, l´eterno ebreo, l´ebreo avvelenatore di pozzi e generatore di piaghe, e naturalmente i Savi di Sion che cospirano per prendere il dominio del mondo, e tante altre figure sataniche e grottesche come quella di Shylock o altre consimili, che costellano il folklore, la religione, la cultura e persino la scienza. Forse per questo gli ebrei hanno trovato un certo conforto nell´auto-idealizzazione, nel considerarsi come il popolo eletto - una percezione che a mio parere è pure molto problematica.

Anche oggi il presidente di uno Stato membro delle Nazioni Unite, l´Iran, può dichiarare apertamente che Israele deve essere sradicato perché è la causa dei mali del mondo. Ai suoi occhi Israele è qualcosa come un male, una piaga esistenziale. E il suo appello trova un´accoglienza entusiastica presso molti nel mondo, provenienti da diverse religioni e culture.

Se guardiamo a un passato molto recente - gli anni 1993-1994, all´inizio del processo di Oslo - possiamo ricordare un cambiamento straordinario della percezione che gli israeliani avevano del mondo e di se stessi. In quel breve periodo gli israeliani incominciarono a conoscere il gusto inebriante di far parte di un mondo nuovo e moderno, di essere accettati in un´universalità più progressista, civile, liberale e laica, in una sorta di normalità: quella di un popolo tra i popoli. Si era delineata una nuova opportunità di creare tra Israele e il resto del mondo un sistema di relazioni diverso, meno convulso, più egualitario e basato sulla reciprocità. Ma fu un momento breve, troppo breve. Chiaramente, in questi ultimi anni, dopo che i rapporti con i palestinesi sono finiti in un vicolo cieco, si sono perse le speranze e ha prevalso la percezione della minaccia, anche per l´animosità crescente del mondo nei confronti di quanto accade in Israele e a volte della sua stessa esistenza. Con il rafforzamento dell´antisemitismo, la demonizzazione di Israele, gli appelli a cancellare lo Stato ebraico. Tutto questo ha risucchiato di nuovo gli israeliani nella tragica ferita ebraica, ravvivando le cicatrici più dolorose, le memorie più paralizzanti. Tanto che anche gli israeliani da sempre più aperti alle opportunità, alle speranze, alla possibilità di rigenerarsi, quella parte di Israele che per noi è stata una sorta di permanente promessa, in questi ultimi anni, si va riducendo sempre più, viene spazzata via, ricacciata nei vecchi canali traumatici e dolorosi della storia e della memoria del popolo ebraico.

L´ansia ebraica, l´esperienza della persecuzione, il passato di vittime, il senso di isolamento e di solitudine nel mondo sono profondamente incisi in noi, nella nostra psiche collettiva. Perché per noi la paura esiste tuttora. A volte è deprimente constatare fino a che punto è sempre presente. Quando mi trovo all´estero, soprattutto in Europa, mi capita spesso di notare che quando si parla della Shoah si fa riferimento a ciò che accadde allora, in un tempo passato - mentre quando ne parliamo noi, in ebraico o in qualunque altra lingua, ci riferiamo in cui quei fatti sono accaduti là: c´è una differenza enorme, gigantesca, tra il concetto del «quando» e quello del «dove». Chi parla degli eventi collocandoli nel tempo si riferisce a un passato che non si ripeterà mai. Chiuso. Mentre se li riferiamo a un luogo, ciò significa che nell´ambito delle potenzialità dei comportamenti umani, da qualche altra parte, in parallelo con la nostra esistenza qui, quel pericolo può sempre ripresentarsi. A questo gli israeliani non sfuggono. Come se fossero condannati a questo modo di percepire la realtà dall´intensità e dall´unicità del trauma subito, ma anche dalla reiterazione delle minacce che incombono su Israele.

Ancora una volta dobbiamo constatare che anche l´ultima generazione di israeliani - i «nuovi ebrei», che pure credevamo ormai liberati dalle ansie dei loro genitori - si è confrontata ogni giorno con la memoria della Shoah, quasi condannata a tornare continuamente su quel passato, a tutti i livelli della vita, nelle associazioni, nei codici di comportamento, nella visione del mondo, nelle decisioni etiche e politiche, e fin nelle più piccole cose, nei problemi minuti della vita quotidiana. Sempre di nuovo ci rendiamo conto che anche se non lo vogliamo, siamo sempre sotto la greve ombra di quanto è accaduto là, in quel paese. Siamo sempre i piccioni viaggiatori della Shoah. Sarà molto difficile per gli israeliani liberarsi dalle loro ansie, dalle distorsioni causate dal loro passato, dalla guerra, dalla violenza che sperimentano ogni giorno, così come è difficile a volte per una persona liberarsi da un difetto, da una tara fisica o mentale attorno al quale si è costruita tutta la sua personalità. A volte mi sembra che la nostra tragica storia, insieme alla tragica situazione che viviamo qui in Medio Oriente, ci ricada addosso proprio come una tara, personale e nazionale. Molti di noi si sono ormai assuefatti alla distorsione della nostra situazione, tanto che rifiutano di credere alla possibilità di alternative. C´è chi si costruisce tutta un´ideologia politica e religiosa per garantire la continuità di questa deformazione. Sono questi i pericoli reali che Israele deve superare al più presto.

Questo paese ha bisogno di vivere l´esperienza della pace, e non solo perché la pace è fondamentale per la sua sicurezza, la sua economia eccetera, ma anche per essere in grado, in un certo senso, di conoscere se stesso, prendendo coscienza di quanto è ancora incapsulato, come in letargo nel suo essere. Per scoprire i percorsi della sua identità e del suo carattere, le opzioni esistenziali che sono state volontariamente sospese in attesa che la guerra finisca, in attesa che sia consentito e legittimo vivere pienamente la vita, esplorarne tutte le dimensioni, e non soltanto quella ristretta della sopravvivenza ad ogni costo. E´ questa la capziosa trappola che per generazioni si è chiusa su noi ebrei e israeliani. Siamo un popolo che in tutta la sua storia è sopravvissuto per vivere la sua vita; ma ora viviamo solo per sopravvivere. E questo è nulla. La vita è molto più della mera sopravvivenza - soprattutto quando si può disporre di una potenza militare capace di garantire, o di sostenere nella realtà, qualche passo più coraggioso e razionale. A volte, quando sento gli israeliani - a volte anche giovanissimi - parlare di se stessi, delle loro ansie, del fatto che non osano neppure aspirare a un futuro migliore, quando mi si rivela, in me stesso o in chi mi è vicino, l´intensità dell´ansia esistenziale, il peso della memoria storica, misuro tutta la profondità di questo danno, della cicatrice che la storia ha inciso su di noi. In un clima di pace durevole e stabile potremo forse guarire da queste tare, da queste ansie.

Se Israele sarà in pace coi suoi vicini, potrà avere l´opportunità di esplorare e di esprimere tutti i suoi talenti, la sua unicità, e di sperimentare in condizioni normali quanto è capace di realizzare in quanto popolo, in quanto società. Si vedrà se nello Stato di Israele si saprà creare una realtà a un tempo spirituale e pratica, piena di vita e di ispirazione e di spirito di solidarietà; se noi, cittadini israeliani, sapremo liberarci da quella metafora distruttiva che altre nazioni hanno proiettato su di noi, vedendo in noi gli eterni stranieri, gli scomunicati, in perenne nomadismo tra altri popoli, se sapremo tornare ad essere un popolo di carne e di sangue, e non solo un simbolo, non solo un´idea astratta o una favola o uno stereotipo. Né idealizzati né demoni, ma un popolo sulla sua propria terra, un popolo il cui paese sia circondato da confini internazionalmente e pacificamente convenuti e difendibili. Un popolo che possa godere non solo di un senso di continuità e di sicurezza, ma anche di una rara esperienza di realtà, di concretezza, di essere infine parte della vita e non di una storia più grande della vita, come nel nostro passato. Forse allora gli israeliani saranno capaci di sperimentare e di gustare qualcosa che dopo sei decenni di indipendenza ancora non conoscono realmente: un profondo senso di sicurezza, di sicurezza esistenziale, qualcosa che vorrei chiamare una solidità dell´esistenza, così come la esprimiamo in maniera commovente nella nostra preghiera del sabato sera, la preghiera di Mussaf: «Che tu possa piantarci entro i nostri confini».

Voi delegati, che risiedete qui in rappresentanza dei vostri rispettivi paesi, avete un ruolo importantissimo da svolgere per venire incontro a queste speranze e aspirazioni. Per molti versi, Israele non è uno Stato come gli altri coi quali intrattenete le vostre relazioni. Se volete svolgere un ruolo positivo in quest´area, aiutando Israele a risolvere i conflitti con i suoi vicini e i suoi nemici, dovrete essere attenti non solo come diplomatici ma come esseri umani, non solo nel vostro ruolo formale di rappresentanti di uno Stato estero, ma quasi come psicologi, per poter cogliere tutte le sfumature, tutti i moti, anche i più sottili, che attraversano l´anima, la psiche degli israeliani. Essere attenti alle loro ansie, alla loro esperienza di vita, che è veramente unica. E aiutarli a distinguere tra le paure immaginarie, risultanti dai traumi passati, dagli echi della loro storia, e i pericoli reali e concreti che devono affrontare nella loro vita d´ogni giorno. La vostra responsabilità, il vostro impegno per il bene di Israele e la sua stessa esistenza nasce anche al fatto che una parte non piccola delle infermità e delle debolezze di questo paese è il risultato, la conseguenza di quello che è stato l´atteggiamento dell´Europa, l´atteggiamento del mondo intero verso gli ebrei.

Certo, Israele non è al disopra di ogni critica. Credo sia vostro dovere criticare Israele quando lo merita, ma al tempo stesso aiutare questo paese a non ricadere sempre di nuovo nelle trappole che gli sono tese dalle sue stesse debolezze. E far sentire agli israeliani ciò che nel loro intimo ancora non riescono a credere: che possono avere un posto sicuro e legittimo nel mondo. Che il mondo può essere la casa, la patria degli ebrei. Dovete ricordare loro che esistono alternative a una vita di violenza, di odio e di paura. E fare di tutto per rendere possibile un clima che dia a Israele la possibilità di comunicare coi suoi vicini, per poter essere in grado di realizzare lo straordinario potenziale umano che abbiamo qui. Potete fare molto più di quanto state facendo oggi. Non lasciate nelle sole mani degli americani tutta la responsabilità di quest´opera di mediazione per arrivare alla pace tra Israele e i suoi vicini. Perché gli americani - sono spiacente di dirlo - in questi ultimi anni non stanno facendo quasi nulla, e a volte fanno anzi di tutto per precludere ogni possibilità di dialogo tra Israele e i suoi vicini. Come stanno facendo proprio in questi giorni, con riguardo ai negoziati, possibili e auspicabili, con la Siria. Non esitate. E tenete presente che in periodi come quello attuale, quando si è in presenza di un vuoto d´azione, un vuoto di visione, di leadership a livello mondiale, è assai più facile agire per il cambiamento. La storia non vi perdonerà se continuerete a rimanere in disparte, permettendo a Israele e ai suoi vicini di lasciar passare invano gli ultimi margini di tempo utili, quando è ancora possibile risolvere questo conflitto.

(Traduzione di Elisabetta Horvat)

CIO' CHE NON VEDO NON ESISTE


Come sempre, per avere un po' di notizie devo andare sul sito della BBC, France 24, TV5, Le Figaro, Le Monde e altri. I nostri giornali italiani veramente annaspano. Tutto è "politicizzato all'italiana", non si riesce a venire fuori da certe logiche.

Di seguito propongo un articolo che condivido pienamente riguardo alla strategia militare e politica di Israele.

Sempre la BBC propone altri servizi che linko di seguito:

1) il punto di vista di alcuni israeliani e di alcuni palestinesi:
http://news.bbc.co.uk/1/shared/spl/hi/pop_ups/08/middle_east_views_on_gaza_ceasefire/html/1.stm

2) uso delle armi al fosforo 

3) una bimba 

4) la storia di un dottore palestinese entra nelle TV israeliane


venerdì 9 gennaio 2009

Palestine girl


Per avere notizie, si sa, si devono leggere più fontie più giornali: la stampa italiana risente un po' della "palude". A destra stanno le persone pro-israele e a sinistra stanno le persone pro-palestina.
Io non mi colloco né a destra né a sinistra. Qualcuno potrà dire: comodo! non prendi posizione! L'ho già detto e scritto, ciò che posso fare è documentarmi, leggere e ascoltare. 
Andando sul sito di Le Monde (di sinistra!), trovo la segnalazione di questo video che ritrae una giovane trentenne palestinese nata negli Stati Uniti da padre arabo israeliano e madre palestinese. Insieme al marito, lavora in una ONG per cercare di creare ponti tra israeliani e palestinesi. E' un'araba cristiana che vive a Detroit e che si oppone all'occupazione israeliana con sistemi non-violenti. 
E' necessario capire le ragioni dell'altro. Di questo si tratta e andare al di là delle posizioni sempre identiche a se stesse. Conoscere. Confrontarsi. Andare al di là.

Di seguito metto alcuni link,per cercare di sapene di più:

video su youtube:


in wikipedia inglese qualche notizia sulla giovane ragazza
http://en.wikipedia.org/wiki/Huwaida_Arraf


in wikipedia notizie sulla ONG da lei fondata o per la quale lei lavora insieme al marito

Dove si svolge la scena? taglio e incollo dal sito di Le Monde

Où se passe la scène?
D'après un internaute américain sur le site Viddler.com, la scène se déroule "dans le village de Balin, à côté de Ramallah", une ville située au centre de la Palestine, à environ 15 km au nord de Jérusalem.

Selon lui, il se déroule "chaque semaine une manifestation à cet endroit en guise de protestion contre le mur construit autour de la ville". Ces manifestations réuniraient de nombreux militants pacifistes "israéliens et occidentaux".

Et selon cet internaute, "bien que les protestations des militants soient d'habitude pacifiques", chaque semaine, il y a "des blessures causées par des balles en caoutchouc ou par des gaz lacrymogènes".

Ce qui voudrait dire que les soldats ici présents ne tirent pas à balles réelles.

sabato 27 dicembre 2008

UNE TERRE, DEUX HISTOIRES







Sempre su internet, nel sito di Arte (www.arte.tv) trovo un reportage straordinario: le telecamere entrano in una scuola della Cisgiordania a Ramalla e in una di Gerusalemme, in Israele. I ragazzi che storia studiano? Quali sono le carte geografiche? La dichiarazione Balfour che cos'è? E la Nakba? E la guerra del 48 e quella dei Sei Giorni?

Non ho l'energia per tradurre la trascrizione del reportage, inserisco però il link da cui si può vedere il documentario. 

I ragazzi e le ragazze avranno circa tredici quattordici anni: per entrambi l'altra "Entità" non esiste, e se esiste, essa  è il nemico. Quante sono le generazioni che dovranno passare e vivere su questa Terra prima di creare una soluzione possibile e praticabile? A mio più che modesto parere, la soluzione non sarà quella dei due stati ma di un unico Stato come la Svizzera o uno "Stato" del genere.

Il reportage si può vedere cliccando qui:http://www.arte.tv/fr/a-z/1087350.html

ne riporto la trascrizione per intero, vorrei poter scrivere il nome dei giornalisti ma non appare nel sito

ARTE REPORTAGE DU 11 JANVIER 2006

« Une terre, deux histoires »

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7h30 du matin, collège Aziz Chanine de Ramallah. Un collège de filles, pas d’établissement mixte en territoire palestinien.

Chaque matin, le même cérémonial. La journée commence par la lecture d’un passage du Coran suivi de l’hymne national.

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TRANSCRPTION

Tradition encore. Chaque jour un élève doit lire un petit texte de sa composition. Aujourd’hui c’est le tour de May, 12 ans, éleve de cinquième. May a composé un poème. Sur son pays. Un pays qui n’existe pas… pas encore.
Salle des professeurs. Rana, 27 ans enseigne l’histoire depuis six ans. Le collège de Ramallah est l’un des premiers établissements scolaires dotés des nouveaux manuels d’histoire édités par l’Autorité palestinienne. Auparavant, élèves et professeurs ne disposaient que de vieux livres jordaniens ou égyptiens.
Rana femme de 30 ans: "Les nouveaux programmes sont plus centrés sur l’histoire palestinienne proprement dite. Ils parlent de l’édification des institutions palestiniennes, de la carte de la Palestine avec ce qui peut advenir en cas d’accord. Tous les élèves connaissent la carte de la Palestine mais le but est de les amener à accepter la nouvelle configuration suite aux accords éventuels.
Regardez là sur cette carte, il y a le découpage administratif. C’est presque la carte de l’avenir…"

Mais Israël n’est pas mentionnée sur cette carte ?
Rana: "Pour le moment, il est difficile pour nous de mentionner Israël. Cela voudrait dire que cette terre ne nous appartient pas, que nous ne sommes pas chez nous alors que depuis que nous sommes petits, on nous apprend que la Palestine va de la frontière libanaise au golfe d’Akaba, du Jourdain à la méditerranée."
Nous sommes le 2 novembre. Pour Rana, un seul sujet s’impose aujourd’hui.

Rana: "Aujourd’hui nous allons étudier la déclaration Balfour parce que cela concerne la Palestine, notre patrie. Que savez vous de la déclaration Balfour ? Qui veut dire quelque chose ?"
May, fillette de 12 ans: "La déclaration Balfour, c’est la décision des autorités britanniques de donner en cadeau la Palestine à Israel. Les juifs étaient opprimés en Grande- Bretagne, les Anglais voulaient se débarrasser d’eux et ils ont décidé que la Palestine était le meilleur endroit pour les Juifs."
Rana: "Mais qui a donné la Palestine à qui ?"
Une autre fillette de 12 ans: "C'est sir Arthur James Balfour, le ministre des Affaires Etrangères britannique qui l’a donnée à lord Rotschild, l’un des dirigeants du sionisme et l’un de ses plus grands pourvoyeurs en Grande Bretagne."
Rana: "Est-ce que la Grande-Bretagne avaient le droit de donner la Palestine aux Juifs, aux Israéliens ?"

Une autre fillette : "Non, ce n’était pas leur pays, ils n’avaient pas le droit de décider de quelque chose qui ne leur appartenait pas."
Comme tous les jeunes professeurs palestiniens, Rana a déliberement choisi de faire de l’histoire une arme de combat politique. En interprétant les faits quand cela sert sa cause,. Pour elle comme pour beaucoup d’autres Palestiniens, la déclaration Balfour, c’est le début des malheurs de son peuple, le point de départ d’une histoire qui s’écrit au jour le jour . Dans les larmes, le sang et la colère. 1917, 1948, sur cette même terre, ces deux dates résonnent bien différemment.
Rana: "Qu’est-ce qui s’est passé en 1948 ?"
Une autre elève: "Les Palestiniens ont dû émigrer vers les pays voisins comme la Jordanie, la Syrie, le Liban. La Cisjordanie est revenue à la Jordanie, la bande de Gaza à l’Egypte."
Ici, difficile d’oublier un instant Israël et ses soldats. Pourtant, dans les écoles, on fait comme si l’Etat hébreu n’existait tout simplement pas.
Rana: "C’est impossible pour nous de reconnaître l’Etat d’Israël. Vous pouvez chercher vous ne trouverez jamais le nom d’Israel mentionné.
Sur n’importe quelle carte, n’importe quel atlas, n’importe quel document. Même à la télévision… Nous on dit toujours le « prétendu Etat d’Israël »."
Quand on rappelle à Rana que Yasser Arafat, a lui-même reconnu l’Etat d’Israël donc admis le partage de cette terre, la jeune enseignante élude la question. 

Rana: "Il y a qu’une seule manière de voir les choses, c’est de revenir à l’histoire. Depuis les temps anciens, l’histoire de cette terre est liée à celle des Arabes- Palestiniens. Et c’est tout…"

Comme tous les Palestiniens aujourd’hui, Rana est pleine de colère contre ceux que l’on appelle ici les « occupants ».
En Cisjordanie comme à Gaza, pas une école, pas une classe sans murs couverts de dessins, de photos, de célébrations des « martyrs » de la cause. Pas un seul symbole de paix.

Emettre cette reflexion, c’est aussitôt s’attirer à Ramallah comme partout ailleurs dans les territoires une réponse en forme de long cri de desespoir. "Comment pourrait-on parler de paix quand chaque jour nous sommes humiliés, maltraités, tués par les Israéliens ?"


Maya a 14 ans, elle est israélienne, élève de troisiéme du collège René Cassin. Nous sommes à Jerusalem, Ramallah est tout proche. Un autre monde, une autre jeune fille qui en d’autre temps aurait fort bien pu être l’amie de Maya, la Palestinienne. 
Une même terre, deux histoires. Celle que l’on apprend ici, c’est d’abord celle de la terre d’Israel, celle de la Bible. Le collège René Cassin est un collège laïc mais dans tous les établissements de l’Etat hébreu, de l’école primaire à la Terminale, les cours de Bible font partie intégrante du programme. 
Trois heures par semaine. Enseignée par un professeur qui revendique la nécessité d’une lecture laïque, d’une lecture critique de la Bible :

Une femme de 40 ans, professeur de Bible :
"L’enseignement de la Bible est quelque chose de très important. C’est pourquoi je l’enseigne. La Bible est une discipline fondamentale, c’est un des piliers de notre culture, pour le peuple israélien et dans le monde entier. C’est ce qui nous regroupe, nous identifie. Une grande partie des gens qui habitent ici s’en réclame pour justifier notre présence sur cette terre."
Parallélement à l’histoire au travers de la Bible, on enseigne ici une l’histoire du sionisme et, en terminale seulement, l’histoire contemporaine, la création de l’Etat d’Israël.
Yair est professeur d’histoire et responsable des cartes du collège. Il nous montre sa dernière acquisition: "Cette carte est une des dernières que nous venons d’acheter. C’est une carte du Moyen Orient, avec Israel et les territoires de l’Autorité palestinienne. Elle a été imprimée en 1999 mais evidemment ici les choses changent constamment."

Vous employez le terme de Palestine ?
"Ca dépend des professeurs. Quand on parle des territoires sous contrôle total de l’Autorité, on utilise le mot Palestine. Mais cela dépend. Si on parle de l’histoire ancienne alors on ne dit ni Israël, ni Palestine, on parle de la Judée, de la Samarie et de la bande côtière."

En Israël aujourd’hui, le poids des mots est important. Rares sont ceux par exemple qui utilisent le terme de Cisjordanie.
Tous continuent à dire la Judée et la Samarie.
Qu’apprend-on aux jeunes Israéliens sur les Palestiniens ? Rien ou presque dans les cours d’histoire. En revanche, dans les établissements publics, on tente d’appréhender la question au travers des cours d’instruction civique. A l’image de ce que fait Orna, responsable des études pour les troisiémes. 
Orna, femme de 40 ans: "Mes cours s’appellent identité et appartenance. Ils traitent des liens avec le judaîsme, des liens avec cette terre mais on parle aussi des autres peuples qui ont des liens avec cette terre."
C’est un peu de philosophie juive, un peu d’histoire des origines juives et un peu d’actualité. C’est quelque chose que nous avons créé pour face aux questions que se posent les élèves, aux besoins qu’ils ressentent.
Thème du cours aujourd’hui, la situation des Palestiniens suite au blocus de l’armée israélienne.
Roni, garçon de 14 ans : "Il y a beaucoup de gens au chômage là-bas parce qu’ils ne peuvent plus venir travailler ici. Et pourquoi ils ne peuvent plus venir travailler ici, c’est parce qu’on a peur des attentats, on ne veut pas que des terroristes puissent se déguiser en ouvrier."
Ici, nous avons un Etat et une armée, eux ils n’ont pas d’Etat, pas d’armée. Cela donne l’illusion que nous sommes fort et méchant. Et qu’eux ils sont faibles mais, à mon avis, c’est différent.
Une chose entraine l’autre.Quand il se passe quelque chose ici, il se passe quelque chose là-bas, c’est un cercle vicieux.
Fille de 14 ans: "Roni a raison, une chose entraine l’autre. Si ils viennent ici et font un attentat, alors on les arrête. Et quand on les arrête, ils font des attentats. Moi je ne dis pas que c’est normal de les mettre en prison mais comment empêcher les attentats. 10 jeunes vont mourir parce qu’ils ont voulu feter un anniversaire en ville. Une chose entraine une autre, il faut arrêter cela."
Maya, 14 ans: "Je pense que la meilleure réponse à tout cela, c’est la paix.
Quand il y aura la paix, il n’y aura plus d’attentat, nous, on aura plus peur et eux ils pourront vivre normalement, ils pourront circuler. Il faut qu’il y ait la paix."
A la fin du cours, Orna, à notre demande, organise un vote.
Orna: "Qui est pour la création d’un Etat palestinien, pas en Ouganda comme il dit, on parle d’un Etat ici. Et qui est pour la création d’un Etat palestinien ? Et qui est contre ?"
La question abordée et le vote ont échauffé les esprits. Les rares partisans de la création d’un Etat palestinien sont pris à partie. De ce côté pas plus que du côté palestinien, on ne cherche à comprendre l’autre. 
Ici aussi la colère s’exprime. La colère contre les attentats des kamikazes palestiniens.
A Jérusalem, à Tel Aviv comme partout ailleurs en Israël, on vit la peur au ventre. Non sans raison. En dépit des multiples mesures de sécurité, de l’omniprésence policière et militaire, la tension est manifeste. Chacun vit dans la crainte d’un attentat.

Nous avions décider d’emmener Maya et son amie Galia dans la vieille ville. Non sans inquiétude, elles ont accepté. Elles n’étaient pas revenues ici depuis des années. Nous demandons à Maya pourquoi elle a été l’une des seules à voter pour la création d’un Etat palestinien :
Maya: "Je pense que chaque peuple doit avoir un Etat, n’importe où mais il doit avoir un Etat.
Aujourd’hui en Israël, l’avis de Maya est plutôt minoritaire. Elle est prête à partager sa terre enfin presque…"

Maya: "Cela dépend quelle partie. Jerusalem, non, je ne pense pas que la ville doit être partagée mais les endroits où il y a des colonies, les endroits où il n’y a rien, je pense qu’on peut leur donner."
Galia fille de 14 ans: "Qu’il y ait un Etat oui, mais pas ici. Pas en Israël, pas à l’intérieur d’Israël. Là où ils trouveront de la place."
Maya: "Je pense qu’il y a de la place pour un Etat palestinien. En Judée Samarie et jusqu’à la bande de Gaza."
Galia: "On a conquis cette terre, cela ne me dérange pas qu’il y ait dessus des villages arabes mais tous ces attentats, ce n’est vraiment pas bien."

Nous sommes à quelques kilométres de Ramallah, au camp de réfugiés de Jalazun. Un des plus anciens, édifié par les Nations Unies dans les années 50. Un camp provisoire destiné à accueillir les Palestiniens chassés de leur terre par la guerre de 1948. Le provisoire dure, les tentes ont depuis longtemps disparu, une ville de déracinés s’est édifiée.


Voici l’école de garçons du camp.
Les élèves sont tous en bleu, aux couleurs des Nations Unies qui financent et gèrent l’établissement. A moins de cinq cents métres de l’école et du camp, une sorte de village suisse : c’est la colonie juive de Bet-El.

Classe de cinquième, cours d’histoire sur 1948, sur ce que tous les Palestiniens appellent la Nakba, le désastre.
Moujahed, professeur de 30 ans: "Notre sujet est au cœur de l’histoire de la Palestine, c’est la Nakba."
"La Nakba, c’est quoi ?….Alaa ?"
Alaa, garçon 12 ans: Il est interrompu deux fois par le prof qui lui demande de préciser.
"C’est la défaite des armées arabes et l’expulsion de millions de Palestiniens….. vers les pays arabes voisins la Syrie, le Liban et vers d’autres parties du monde…. l’Amérique, la Grande Bretagne."
Moujahed: "Ils ont été expulsés mais qui est venu à leur place ?
"Les Juifs."
Moujahed : "Alaa, tu vas nous dessiner la carte de la Palestine telle qu’elle est aujourd’hui."
Quand les juifs sont venus en 1948, ils ont pris toute cette partie. Ils ont donné la Cisjordanie à la Jordanie et la bande de Gaza à l’Egypte. Après 1967 que s’est-il passé ? 
Alaa :"En 67, les Juifs ont occupé le reste de la Ppalestine, la Cisjordanie et Gaza." 
Moujahed : "Bien, prends le crayon vert…"
Donc ici c’était Israël et en 1967….. tout est devenu Israël.
Comme Rana à Ramallah, Moujahed est un jeune professeur militant. Il est fils de réfugié, il habite un petit village à une demie heure de route de Jalazun. 

Aujourd’hui Moujahed emmène sa classe à une exposition de photos organisée par les jeunes du camp. A Jalazun comme dans tous les camps de réfugiés, on est ouvertement pro Hamas ou pro Djihad islamique. Ici les conditions de vie sont dures, les mouvements extrémistes sont les seuls à apporter assistance sociale et matérielle. Et à refuser toute concession à Israel. 

Moujahed : Regardez, cette femme, elle est sous la tente, elle avait une maison qu’elle a mis toute sa vie à construire. Un Juif est venu d’Ethiopie, des Etats Unis, de je ne sais où. Il s’est installé et a dit : c’est ma maison."
Regardez, la tragédie se lit sur le visage de cette femme.
Moujahed : " En Palestine, avant Israel, avant l’arrivée des Juifs, toutes ces villes, tous ces villages étaient arabes. Leurs noms sont mentionnés sur cette carte."
Maintenant les réalités ont changé, il y a Israël ?
"Nous on veut que la Palestine. On veut pas des Juifs."
Alaa: "Eux, ils nous ont occupé mais cette terre, elle nous appartientdans sa totalité."
Alors quelle est la solution ?
Alaa: "Il faut lutter…."
"Jusqu’à quand ?"
Alaa: " Jusqu’à la fin des temps."
Après les cours nous emmenons Alaa et trois de ses copains aussi près que possible de la colonie juive de Bet-el qui fait face à leur école. Nous sommes à moins de trois cents métres.
"Vous apprenez l’histoire, vous savez ce qu’est l’Holocauste ?"
Alaa : " On a un peu étudié la seconde guerre mondiale."
Autre jeune :" Hitler, il a massacré les juifs, dans toute l’Europe. Il les a massacrés mais eux ils sont venus ici pour nous massacrer."
En face, il y a des jeunes de votre âge. Eux aussi sont nés sur cette terre ?
Alaa : "Ce sont eux qui nous ont occupé,nous on était là avant eux. Ils sont venus, ils ont construit des colonies mais nous on était là avant eux .
Iils n’ont qu’à repartir, ils n’ont qu’à repartir d’où ils sont venus."
" Repartir où ? "
Alaa : "En enfer."

La colonie de Bet-El, la voici.
Les premiers colons se sont installés en 1977. Trois à quatre familles alors. Ils sont 5000 aujourd’hui, sur plus de 25 hectares. Un petit monde à part. Tous sont religieux. Ici on ne pratique pas une lecture critique de la Bible mais une lecture au pied de la lettre. 
Un petit monde à part encore que, là aussi, tension et peur sont manifestes. Les colonies ont beau être de véritables forteresses, elles ne sont pas à l’abri des attaques kamikazes.
Bet-El compte une dizaine de collèges et même un centre universitaire. Nous n’avons pas été autorisés à filmer une école et une seule famille à accepter de nous recevoir. 

La famille Avigat. Le fils ainé, Yaïr, 12 ans, est éleve d’une école talmudique. Lecture et apprentissage des livres saints du matin au soir. De sa terrasse, Yaîr peut voir l’école de Jalazun, Alaa et ses copains. Il n’a jamais parlé avec eux, même au travers d’un grillage.
Yaïr, garçon de 12 ans : "Ca dépend, maintenant sûrement pas, c’est impossible mais si il y a la paix…"
Ils nous haïssent, ils nous détestent. Ils ne veulent pas nous parler.
"Est-ce qu’on peut apprendre l’histoire seulement par la Torah ?"
Yaïr: "Oui evidemment, tout est raconté, tout ce qui est arrivé au peuple d’Israel.
La Torah a été écrite il y a trois mille ans et plus. Elle parle de ce qui s’est passé et de ce qui va arriver. Quand le peuple d’Israel sera regroupé ici, ce sera le temps de la rédemption."
Mais si tout est écrit dans la Torah, que va-t-il se passer demain ?
Yaïr : "Je ne sais pas ce qui va se passer, je suis sûr qu’il n’y aura pas la guerre tout le temps. Cela se terminera un jour."
A Bet-el, on vit un peu en vase clos. Volontairement on ne regarde pas la télévision et on sort le moins possible.
Yaîr et ses frères et sœurs sont peu ouverts à ce qui se passe de l’autre côté, à quelques centaines de métres, dans le camp de Jalazun. Manifestement leur lecture de la Torah ne connaît ni compassion, ni tolérance pour leurs voisins palestiniens.

Yaïr : "En fait, ils ont suffisamment de place. Ils ont déjà sept Etats qui représentent, je ne sais pas, 40 fois la superficie d’Israel. Ils ne manquent pas de place. Ils disent que c’est une terre sainte pour eux mais c’est leur croyance."
Elizar, fillette 11 ans: " Dans la Torah, c’est pas écrit que c’est une terre sainte pour eux et malgré tout ils disent qu’ils veulent rester là, que c’est leur terre, qu’ils ont une obligation religieuse de nous faire partir."

Avec la permission de ses parents, nous avions convenu d’aller faire quelques images de Yaïr à la sortie de l’école.
La présence de la caméra provoque très vite une réaction pour le moins inattendue des élèves de l’ècole. Une école religieuse. 
On dit souvent que connaître son passé permet de mieux comprendre le présent. En Israêl comme dans les territoires palestiniens, le passé sert d’arme idéologique pour justifier le présent.

Sur cette terre dont chacun revendique la sainteté, l’engrenage de la violence, la colère et souvent la haine ont balayé, pour le moment, toute idée de tolérance, de compréhension de l’autre.

Edité le : 12-01-06
Dernière mise à jour le : 20-02-06

LE FRONTIERE DI ISRAELE

http://www.arte.tv/fr/Comprendre-le-monde/le-dessous-des-cartes/392,CmC=502078,view=maps.html

La televisione franco-tedesca propone dei servizi fatti benissimo!! 

GAZA SDEROT

http://gaza-sderot.arte.tv/


2 cities
Gaza (Palestine)
Sderot (Israël)
3 km of distance
2 videos per day

This program was broadcasted daily
from the 26th of October to the 23th of december 2008
You will find 40 episodes (80 videos).

Gaza Sderot JerusalemNahr al-Bared campi profughi in Libano

Si deve tornare al tavolo dei negoziati, non è possibile continuare a colpire né in un senso né in un altro. Ho inserito diversi video trovati su you tube. Non è semplice districarsi nelle paure e nelle vendette degli uni e degli altri. Guardando certi video di Hamas si ha paura della distruzione dello Stato di Israele, guardando i video dei campi profughi, ma non solo, si capisce come l'odio continui ad essere alimentato dal comportamento "suicida" di Israele - e noi europei stiamo a guardare! abbiamo il dovere di interrompere questa guerra che di fatto, abbiamo, negli anni causato e alimentato.
Chi ha tempo provi a guardare un po'..., penso che debba trascorrere ancora molto tempo e molto sangue: da Gerusalemme si propagano le onde di guerra ma anche filamenti di sole e di pace e poiché ci sono ebrei, israeliani, arabi mussulmani, cristiani che cercano di costruire ponti, noi dobbiamo aiutarli. Per farlo però dobbiamo immergerci nel punto di vista di ognuno: sentire e ascoltare la paura, la rabbia e l'odio che si sono accumulati negli anni. Dobbiamo ascoltarli non potenziarli. Cambiare la prospettiva. Penso che sia più facile farlo dalle nostre case più che dalle case abbattute dai razzi Kassam o dalle bombe israeliane. 
Ricordo un passaggio di Edward Said in cui diceva: dovete essere voi europei, voi che siete "fuori" che potete aiutarci. noi ci siamo troppo dentro ed ognuno ha troppo dolore da portare, da una parte e dall'altra. La stessa cosa l'ha scritta più volte David Grossman che ha perso il figlio in guerra. 
Sembra davvero tutto molto difficile.
Chissà se a segnalare questi video sia cosa buona, non so. So solo che io non sto direttamente vivendo questa tragedia. Punto. Non sono ebrea e quindi posso solo - forse - capire, intuire la paura profonda che tende a giustificare tutto; non sono araba e quindi non conosco l'umiliazione di secoli. Sono qui seduta alla mia scrivania che provo solo a cercare di capire. 
L'unica cosa che ho capito è che non è affatto facile.

Gaza
http://it.youtube.com/watch?v=l0aEo59c7zU

Sderot


Nablus

Jerusalem

Inside Story - Israeli settler violence - 18 Jun 08 - Part 1

documentario sulla Palestina da venezia 25 settembre 2008

Campo di Nahr al-Bared: Paesaggio di Distruzione

Profughi palestinesi in Libano 

video: Hamas Television Broadcasts Anti-Semitic Propaganda Film Rem


video: Hamas Mickey Mouse speaks of Islamic supremacy

video: Exclusive Interview - Hamas - We Will Fight With All Our Hearts Against Israel (15.01.2008)

Inserisco questi link per cercare di diffondere la cultura dell'ascolto (e non certo sentimenti di antisemitismo!!) che non vuol dire giustuficazione di nulla. Penso che conoscere lo stato d'animo variegato, composito e complesso delle due parti in gioco, sia un'azione fondamentale e conditio sine qua non per provare a capire la complessità della questione mediorientale che ci coinvolge tutti, soprattutto noi europei che siamo - non mi stancherò ma di ripeterlo - i maggiori responsabili.

CARTE GEOGRAFICHE E POLITICA

Giusto l'altro giorno postavo l'intervista di Amos Oz e invitavo a non puntare il dito contro...
Mi sembra però giusto inserire dei link utili nei quali poter trovare le carte geografiche della Terra di Israele e di Palestina, detta anche Terra Santa. Penso sia utile per farsi un'idea, per quanto sommaria, della complessità della questione mediorientale.

In questo primo link, vi è un articolo (in francese) estremamente interessante sul valore politico delle cate geografiche (si pensi al valore e alla funzione che esse hanno durante i trattati di pace o nei diversi negoziati di pace che ci sono stati:

In questo link si trova la carta della Gerusalemme contesa:

In questo link si trova la situazione a Gaza 

La carta della diaspora Palestinese

Una lettera dalla Cisgiordania che dovrebbe essere "tutta" Palestinese:

La carta dei rifugiati nei Paesi del Medio-Oriente (Proche-Orient):

La sola cosa che possiamo fare dalle nostre sicure abitazioni è documentarci su tutti i fronti e, per chi ci crede, non smettere di pregare per la pace.



OGGI A GAZA E DOMANI?


Comment Israël confisque Jérusalem-Est (II)

Philippe Rekacewicz et Dominique Vidal — février 2007

source: Le Monde diplomatique


giovedì 25 dicembre 2008

25 dicembre 2008: ricordando Natale a Gerusalemme e ad Arad nel 2005


E' da molto tempo che non scrivo sul mio blog. 
Ora non ho né la testa né la voglia di farlo ma proverò almeno a riprendere le forze per inserire un'intervista di Amos Oz rilasciata al giornalista  Umberto De Giovannangeli. L'ho appena trovata in internet e si può trovare  nel sito del CIPMO o in quello dell'Unità, giornale da cui è tratta.
L'argomento è sempre attuale e con l'aria che tira ora su Gaza e sull'intera Terra di Israele e di Palestina auguro a Oz e al suo popolo di "avere coraggio" e invito noi europei a metterci sempre e comunque una mano sulla coscienza e a smetterla di puntare il dito contro l'uno o contro l'altro in modo fazioso e sterile.

Ricordo il 27 dicembre del 2005 quando con Lorenzo (mio marito) andammo a trovarlo nella sua casa ad Arad per conoscerlo: Lorenzo stava scrivendo un libro "Gerusalemme nella memoria di amos Oz" e voleva semplicemente conoscerlo. Il caffè che ci ha offerto è stato ottimo! E l'uomo si è rivelato un "grande".

"Taglio e incollo" qui sotto l'intervista rilasciata ultimamente (30 novembre 2008) da Oz al giornalista Umberto Giovanangeli.
Qualcuno potrebbe obiettare: "ma noi europei, oggi come oggi, in fondo, cosa c'entriamo?", c'entriamo, eccome! Purtroppo non penso sia più possibile sperare nei due stati divisi in quanto sono troppi gli insediamenti israeliani in Terra di Palestina: se si guardano le cartine che continuano a modificarsi nei confini e negli insediamenti, si nota un Paese (i due insieme) a macchia di leopardo dove le zone restano ben delimitate tra loro. Penso che dovrebbero arrivare anche queste immagini nei nostri telegiornali. Ciò nonostante non punto il dito, cerco invece di incoraggiare e di diffondere le azioni che uomini come Amos Oz (ma ce ne sono moltissimi da ambo le parti) compiono ogni giorno per una pace possibile.

A proposito degli ISRAELIANI E e dei PALESTINESI, ascoltiamo cosa dice Oz:
Due vittime dello stesso oppressore. L'Europa, che ha colonizzato il mondo arabo, l’ha sfruttato, umiliato, ne ha calpestato la cultura, che l’ha controllato e usato come base d'imperialismo, è la stessa Europa che ha discriminato, perseguitato, dato la caccia e infine sterminato in massa gli ebrei perpetrando un genocidio senza precedenti. (Amos Oz)

La tragedia israelo-palestinese, il compromesso e la pace: la visione di Amos Oz

 di Umberto De Giovannangeli

 I suoi romanzi lo hanno reso famoso in tutto il mondo. L’impegno per il dialogo con i palestinesi ha sempre accompagnato la sua straordinaria produzione letteraria. Scrittura e impegno civile s'intrecciano indissolubilmente nel percorso di vita del più grande tra gli scrittori israeliani contemporanei: Amos Oz. Dai libri all’agone politico: in questa conversazione con l'Unità, Oz spiega il senso della sua sfida. E racconta il «suo» Israele. Partendo, in una Terrasanta che si nutre di assoluto, dall’elogio del compromesso. Vero antidoto al fanatismo: «Nel mio mondo - riflette Oz - la parola compromesso è sinonimo di vita. E dove c’è vita ci sono compromessi. Il contrario di compromesso non è integrità e nemmeno idealismo e nemmeno determinazione o devozione. Il contrario di compromesso è fanatismo, morte». Scrittura e politica. Un binomio che aiuta il grande scrittore israeliano a inquadrare il conflitto israelo-palestinese: «A renderlo particolarmente grave - annota Oz - è il fatto che esso sia essenzialmente un conflitto fra due vittime. Due vittime dello stesso oppressore. L'Europa, che ha colonizzato il mondo arabo, l’ha sfruttato, umiliato, ne ha calpestato la cultura, che l’ha controllato e usato come base d'imperialismo, è la stessa Europa che ha discriminato, perseguitato, dato la caccia e infine sterminato in massa gli ebrei perpetrando un genocidio senza precedenti. A rigore, due vittime dovrebbero manifestare d’istinto una solidarietà tra loro. Così succede spesso nei romanzi. Ma nella vita vera alcuni fra i più aspri conflitti vedono in campo due vittime dello stesso oppressore».

 

LE CONSIDERAZIONI di Amos Oz sono permeate da un ispirato realismo. Come quando sottolinea che per lui «l’opposto della guerra non è l'amore e l'opposto della guerra non è nemmeno pietà, e l’opposto della guerra non ha nulla a che vedere con la generosità e il perdono o la fratellanza. No: l'opposto della guerra è la pace. Le nazioni debbono poter vivere in pace. Se facessi in tempo a vedere lo Stato d'Israele e lo Stato di Palestina vivere fianco a fianco decorosamente, senza massacri, senza terrorismo, senza violenza, ne sarei soddisfatto anche se non si trattasse di un trionfo dell’amore...». Al suo Paese, Israele, Amoz Oz chiede un atto di coraggio. Politico, morale, intellettuale. E storico. In particolare su un tema scottante, cruciale per un accordo di pace: la questione dei profughi palestinesi. «È venuto il momento - afferma lo scrittore - di riconoscere apertamente la nostra partecipazione alla catastrofe che imprigiona i profughi palestinesi. Non siamo i soli responsabili e i soli colpevoli, ma le nostre mani non sono pulite. Lo Stato di Israele è sufficientemente maturo e forte per ammettere la propria parte di responsabilità e per accelerare le conclusioni».

 Non è di tutti i giorni che uno scrittore, sia pure impegnato, decida di «sporcarsi le mani» con la politica, scendendo in campo per formare un nuovo partito. Cosa l'ha spinta a questa scelta?

«La decisione di coinvolgermi maggiormente nella creazione di un vero partito socialdemocratico, deriva dalla considerazione che le prossime elezioni israeliane (fissate per il 10 febbraio 2009, ndr.) potrebbero essere determinanti per il futuro del Paese. Potrebbero dare come risultato la scelta della via della pace o della guerra. Questa è la posta in gioco. E non siamo mai stati così vicini, come adesso, a un accordo coi palestinesi. Per quanto riguarda la natura di questa compagine, ho ritenuto che solo il Meretz (la sinistra laica e pacifista, ndr.) possa servire da base per dare espressione alla necessità di un partito che porti avanti una piattaforma socialdemocratica che oggi, nella politica israeliana, non ha una vera rappresentanza».

 E perché il partito laburista, il partito di David Ben Gurion, Golda Meir, Yitzhak Rabin - le cui vicende si intrecciano fortemente con la nascita dello Stato d'Israele e con buona parte dei suoi sessant'anni di vita - non la rappresenta più? Cosa resta oggi di quel partito e dei principi che lo ispirarono?

«Purtroppo, molto poco. Il Partito laburista è diventato un partner molto marginale di coalizioni di governo guidate da altri. Il suo compito storico è terminato e con un successo che è solo parziale. È vero - e questo va riconosciuto - che la sinistra israeliana è riuscita a far penetrare molte delle sue idee nell’opinione pubblica israeliana. Molti tabù sono stati infranti. Si può senz’altro dire che, in buona misura, l’area politica del centro destra israeliano di oggi, ha assorbito e fatto proprie posizioni per le quali, 15-20 anni fa, la sinistra veniva accusata di disfattismo o peggio, di tradimento. Il problema è che i laburisti non sono riusciti a portare a compimento questa opera: hanno convinto gran parte dell’opinione pubblica sulle posizioni di principio, ma non sono riusciti a trovare la strada per rendere concrete e accettate dalla maggioranza anche le inevitabili conclusioni, vale a dire la necessità di porre fine al conflitto sulla base territoriale dei confini del 1967, Gerusalemme ovest capitale di Israele e Gerusalemme est capitale dello Stato Palestinese e assicurazione di pace e sicurezza per Israele. Ma non c'è solo questo...»

 Cos’altro ancora?

«Il Partito laburista è stato partner, negli ultimi anni, di governi che hanno gestito il Paese sulla base di un’economia capitalistica che definirei bestiale, senza regole, senza vincoli sociali. Questo stato di cose va radicalmente cambiato. Va trovato un sistema economico-sociale che dia una giusta risposta anche ai bisogni degli strati sociali più poveri e bisognosi di aiuto».

Israele vive da anni tra paura e speranza. Sentimenti che segnano il presente e condizionano il futuro. Qual è la visione di Israele di cui Lei si fa portatore?

«Penso che si debba e si possa porre fine al conflitto fra Israeliani e Palestinesi o almeno ridurne le dimensioni a un confronto con il regime, quello di Hamas, che controlla ora Gaza. Un risultato del genere rappresenterebbe già di per sé un fatto storico e cambierebbe molto rispetto alla situazione attuale, poiché spalancherebbe la possibilità di una pace con tutto il mondo arabo».

Si dice che gli intellettuali siano la coscienza critica di un Paese. Vale ancora questo assunto e se sì, come si cala nella realtà attuale di Israele?

«Gli intellettuali israeliani coprono un arco di idee così ampio, da rendere difficile e improbabile ogni tentativo di generalizzazione. Io stesso, non mi vedo come coscienza della società israeliana. Mi considero un cittadino coinvolto, che ha una particolare sensibilità nei confronti della lingua. Questo è il canale che mi avvicina alla realtà del Paese e mi porta all’impegno sociale che sento di dover dare».

 Guardando al conflitto israelo-palestinese, Lei ha parlato e scritto spesso di una tragedia in cui a scontrarsi sono due diritti ugualmente fondati. E' ancora così e come uscirne?

«L’unica strada per uscirne passa per il compromessoe per il riconoscimento dell'altro e della sua esistenza in pace in suoi confini sicuri e sovrani. Laddove c’è uno scontro fra due giusti diritti, fra giusto e giusto, il finalepuò essere solo di due tipi: shakespeariano o cecoviano. Nel primo la scena è cosparsa di corpi cadaveri e regna la disperazione; nel secondo, tutti i personaggi sono insoddisfatti, melanconici, tristi e con il cuore cuore infranto,ma nessuno muore. Io sono alla ricerca di un finale cecoviano alla tragedia israelo-palestinese».

 In un attualissimo pamphlet, “Contro il fanatismo” nel quale sono raccolte alcune sue lezioni universitarie, Lei ha svolto un lucido, appassionato elogio del compromesso. Non è in contraddizione con la nettezza delle idee che l'hanno spinta all'impegno politico?

«Direi proprio di no. Vede, quando dico compromesso non intendo capitolazione, non intendo porgere l’altra guancia all'avversario, un nemico, una sposa. Intendo incontrare l’altro, più o meno a metà strada. Tutti conoscono il prezzo e le condizioni. Tutti sanno, chilometro più, chilometro meno, quale sarà la mappa definitiva dell'accordo. È solo una questione di leadership coraggiosa delle due parti, per realizzare quello che i due popoli già sanno in cuor loro. E compromesso significa che il popolo palestinese non debba mai mettersi in ginocchio, e nemmeno debba farlo il popolo ebraico israeliano. Una dei tratti di questa tragedia è di aver voluto rinviare nel tempo la ricerca, inevitabile, di un compromesso. Inevitabile perché, piaccia o no, dobbiamo dividere questa terra: né noi né loro abbiamo un altro posto dove andare»

l'Unità 30 novembre 2008

giovedì 3 aprile 2008

LUCI ACCESE di Bella Chagall: cap. III AI BAGNI

Marc Chagall con la moglie Bella e la figlioletta Ida - 1917

1941 Marc e Bella Chagall da: pages.cthome.net/WWIIHERO/chagall.html

Vitebsk 1908


E' sera. Giovedì. Penso a Bella. A lei bimba di nove anni e poi donna che ricorda. Che si ricorda. Questa sera mi piace riportare il capitolo Ai Bagni in cui Bella ci restituisce l'atmosfera della sua cittadina, Vitebsk (oggi Bielorussia) ai primissimi albori del secolo appena trascorso. Una delle fotografie che ho scelto per Bella, ritrae Vitebsk nel 1908.
Bella Rosenfeld nasce nel 1895: nei suoi scritti ricorda la bimba di nove anni. La fotografia sembra aver caturato per noi il tempo della memoria e del ricordo di quei giovedì in cui scendeva ai bagni con la madre.
Con loro ci prepariamo ad entrare nello Shabbat....
(Ricordo l'estate che ho trascorso a tradurre la voce di Bella Rosenfeld: io assorta nelle sue pagine e nell'incanto delle acque del mio lago, lei nel freddo dell'inverno, diretta ai bagni ebraici lungo la stradina dove scorre la Vitba, a Vitebsk.
Ma ascoltiamola:

Lo Shabbat, per me, inizia già il giovedì quando scende la sera.
Tardi nella giornata, la mamma esce di corsa dal negozio, come se volesse sottrarsi di forza al frastuono della settimana. Ancora in negozio, la si sente gridare:
“Bachka, dove sei? Andiamo ai bagni. Sacha! La biancheria è pronta?Svelte! svelte! Non ho tempo!”
La domestica avvolge il pacco della biancheria, lo lega con una corda in modo così forte che la carta si strappa. Mi m’infila il cappotto, gli zoccoli, mi stringe il cappuccio; non posso emettere un respiro.
“Sciocchina, non piangere!” Prontamente mi asciuga le lacrime che continuano a scendere.
“Andiamo! Fuori si gela. Ci manca solo – Dio ti preservi - che tu prenda ancora freddo!”
Alla chetichella, io e la mamma usciamo dal portone di casa, come se fosse già sabato e il negozio fosse già chiuso. La mamma si sarebbe sentita a disagio passare di là con la biancheria sotto il braccio, anche se avvolta in una carta scura. Il negozio, infatti, è pieno di uomini e, chi lo sa, potrebbero ancora trattenerla lì. Andiamo di corsa.
E’ proprio tardi: la mamma ha aspettato fino all’ultimo minuto. Sulla porta, probabilmente, ci aspetta la slitta che ci condurrà ai bagni. Il cocchiere è sempre lo stesso – è sempre lì di fronte alla casa – sa già che, ogni giovedì sera, quasi alla stessa ora, la mamma si fa portare ai bagni.
La sera, fredda, nevosa, ci avvolge subito in una coltre gelata. Sulla slitta, sotto la coperta logora, sento la mano della mamma che mi tiene stretta – soprattutto, che non scivoli! – e sento che la mamma ha già dimenticato il negozio e la baraonda che ha appena fuggito.
Vola via con la slitta, verso un altrove nell’aria pura; sembra che stia già cominciando a vibrare per tutte le sante preghiere da recitare, con la volontà di Dio, prima dell’arrivo dello Shabbat.
La strada non è lunga. Il cocchiera ci porta per una scorciatoia, per la riva buia di un fiumicello – la Vitba – dove si trovano i bagni ebraici.
In silenzio, la slitta fende l’aria gelata vibrante di gelo. Dalla riva superiore, lampeggiano fioche luci occhieggianti. E’ la luce di Padlo, la piccola piazza del mercato, che brilla laggiù sull’altura.

Conosco bene il mercato. Ne conosco i mercanti, i negozi seminterrati, e soprattutto le latterie. Prima di scendere i gradini di pietra, si doveva invocare l’aiuto del Signore, tanto era bagnata e scivolosa la scala. E faceva freddo, come in una tomba.
L’acqua trasudava dai muri grigi. Una sola piccola lampada dal vetro pieno di fumo rischiarava il locale. Il suo raggio debole raggiungeva appena i pani di burro giallo, la larga bacinella di panna, e ancor meno l’angolo da cui spuntavano, come testoline di bimbi, i formaggi duri di Gomel.
Soltanto la grande bilancia si vedeva chiaramente. Sospesa come un trono in mezzo alla cantina. Le catene di ferro oscillavano nell’aria come lunghe trecce nere, e i due piatti di rame reggevano, in modo fiero, poveri e pochi viveri, come se fosse la Giustizia in persona.
I mercanti, in vestitoni lucidi, s’agitavano tutt’intorno alla cantina. Con la punta delle dita che uscivano dai mezzi-guanti, strappavano pezzi di burro, riempivano brocche di latte, si lanciavano dei formaggi come palle di neve, e durante tutto il tempo, gridavano come se qualcuno, da dietro, li percuotesse. Probabilmente in questo modo si riscaldavano. Di tanto intanto, dalla cantina carica di respiri filtra una parolaccia. Le maledizioni, linguette di fuoco, volano intorno, infiammando una bancarella dopo l’altra.
“Che la peste se lo porti via! Che schifo di mercanzie ha? Maledetti i miei anni se mento.
I mercanti sbraitano. Sembrano topi neri nelle loro tane. Le maledizioni s’infiammano proprio mentre fuori, si ravvivano i carboni ardenti nei vasi di ferro, lì se ne stanno sedute piccole donne tarchiate che tengono cesta di fave abbrustolite sotto lunghi scialli.
I mercanti si insultano con tanto ardore e tanta forza che diventa quasi un’allegria.


Tutte queste grida ci accompagnano da lontano, mentre io e la mamma andiamo spedite verso i bagni. Il vento ci riporta una maledizione, fa tremare l’aria. La neve che scende la fa cadere giù a terra.
E così siamo arrivate.
“Torna – se Dio vuole – da qui a due ore”, dice la mamma al cocchiere, anche se lo sa da tanti anni.
Nel vestibolo in legno, ci imbattiamo nella donna che vende i biglietti, imbacuccata come una palla di mercanzie. All’inizio, non si muove nemmeno. Si scorgono solo la punta del naso e delle dita. Sul tavolo, accanto ai biglietti, se ne vanno a spasso una pera, una mela gelate. Un po’ di Kvass blu – reso livido probabilmente dal gelo – crepita in una bottiglia.
La cassiera, come se ingerisse i nostri respiri caldi, lentamente socchiude la bocca mezza congelata, e ci rivolge un sorriso infreddolito.
“Fa davvero freddo a rimanere seduti per tutto il giorno”, dice rianimandosi a poco a poco. “Il vento soffia dappertutto. Ancora un po’ e ci si potrebbe completamente congelare in attesa che arrivi un essere umano.“
La mamma la incoraggia con un sorriso e le compra per me una mela o una pera.
Spingiamo la porticina che conduce ai bagni. Il rumore del chiavistello sollevato sveglia due o tre donne nude, coperte dagli scialli.
Come mosche spaventate, sussultano, saltando dalle panche, e vengono a parlottare attorno a noi.
“Buonasera, Altechka. Buonasera! Così tardi! Coma sta, Alta? I piccolini stanno bene? Come stai , Bachinka? “ E le donne iniziano a palpeggiarmi da tutte le parti.
“Ah, che il malocchio ti risparmi! Ma cresci come lievito!”
Si sono rianimate, non hanno atteso invano . Gli scialli cadono dalle schiene come ali nere. Mi colpisce il biancore dei corpi.
Tutto diviene più puro, più chiaro…
Nell’anticamera, il calore si mescola all’aria fredda che si riversa dall’esterno. Riconosco appena le donne che trovo ai bagni, nonostante siano sempre le stesse. E ogni giovedì mi sembra che diventino sempre più vecchie e brutte. La più giovane – il cui scialle sapeva ancora di muffa – non mi lascia stare con le sue mani ossute.
“Fa freddo, non è vero?” Allora? Il tuo vestito lo sbottoni? Ne hai un altro con te? Bene, lo butteremo dentro la panca. Andiamo, alza la gamba! Allora?”
Mi sprona come se fossi un cavallo.
Ancora prima di aver gettato un’occhiata in giro, mi ritrovo con tutte le asole delle scarpe slacciate, e scarpe, calze arrotolate volano verso la panca su cui sto seduta. Il mio sedere si alza e si abbassa insieme al sedile della panca.
E non ho nemmeno avuto il tempo di vedere quel che accade nella panca dove i vestiti cadono dentro come in una fossa buia…
Il vento soffia attraverso i vetri ghiacciati, ricoperti di brina, appannati di neve: si direbbero occhi divenuti ciechi.
Tremo di freddo. La donna dei bagni prende il mio telo e me lo avvolge intorno.
“Bene! Aspetta un pochino! Tra pochissimo avrai caldo. Ecco! Entriamo al bagno, vedi?”
Mi sento persa. Mi trascina come una capra verso la porticina.
Le sue mani di acciaio mi trascinano. “Non cadere, mio Dio, Bachinka! Cammina piano! Si scivola!”
Appena dentro, mi manca il respiro e , mezzo svenuta, mi lascio portare.
Una nuvola impenetrabile mi copre gli occhi. Una piccola lampada di metallo grigio è appesa con un gancio lassù in alto, sopra la porta. Il vetro minuscolo è ancora troppo grande per il lume e , appena la porta si apre, oscilla da tutte le parti.
Resto ferma. Ho paura di muovermi. Il pavimento, colmo d’acqua, viene meno. L’acqua scorre nelle gambe, scorre dal soffitto, dai muri, come se tutta la piccola casa trasudasse calore.
La donna dei bagni si precipita sulle tinozze, sciacqua la panca scivolosa dove devo sedermi. Non ha tempo di dirmi una parola. La schiena magra, lucida volteggia come la coda di un gatto.
L’acqua calda scorre. Due o tre tinozze sprigionano in pieno volto il vapore che scotta.
Il calore della panca mi calma, mi lascio mettere le gambe in una tinozza di acqua tiepida. La donna dei bagni mi si avvicina. I suoi seni ciondolano davanti ai miei occhi come palloni sgonfiati e nel suo ventre, teso come un tamburo, il mio naso sprofonda. Mi sento stretta tra le tinozze e il ventre. Non posso nemmeno girarmi – non posso nemmeno pensarci.
Le sue dita ruvide acciuffano i miei lunghi capelli. Con un solo movimento, comincia a strofinare. Il sapone scivola in su e in giù, come se stirasse la biancheria in testa.
La testa gira, nascosta tra i capelli. Non ho nemmeno il tempo di iniziare a piangere. Trattengo le lacrime, tolgo le bolle acide di sapone che mi bruciano gli occhi. Il sapone mi penetra nelle orecchie, nella bocca. Cieca, immergo le dita nel secchio d’acqua fredda posto vicino a me.
Ritorno in me solo quando ho i capelli sciacquati. Goccioloni d’acqua mi scendono sugli occhi e li calmano. Riprendendo fiato, tiro su la schiena ; apro gli occhi.
Sento lo scricchiolio della porticina e , sulla soglia, vedo, completamente nuda, la mia bianca mamma.
Una nuvola di vapore caldo subito la avvolge. Due donne la sostengono. Piccole lacrime di sudore scivolano giù dai fianchi, dai seni. Una pioggerellina di gocce continua a scorrere dai capelli e da dietro le orecchie.
Silenziosa, timida, la mamma se ne sta in piedi vicino alla porta. Le donne che si occupano di lei, si precipitano verso le tinozze, aprono tutti i rubinetti, passano con l’acqua calda la panca per lei.
Senza scomporsi, la mamma si siede e prende, col suo corpo, tutta la panca. Sfinita per essere stata tutta strofinata, da dove sono, la distinguo a stento. Persino davanti a me è a disagio e abbassa gli occhi appena le guardo solo i capelli. Al posto della sua folta parrucca riccia di tutti i giorni, scorgo i suoi capelli corti, sottili.
Si sono indeboliti, soffocati per tutti quegli anni, senza aria, sotto la parrucca pesante … Sono colta da una tristezza, come se perdessi di colpo le forze; mi lascio ancora lavare, senza opporre resistenza.
La donna mi afferra il corpo, mi afferra anche l’anima. Come un pezzo di pasta, mi pone sulla panca, ricomincia a strofinare, a darmi pizzicotti; sembra che voglia fare di me un pane a forma di treccia.
Mi giro di pancia. Mi da una tale botta sui glutei che salto su.
“Eh bene, cosa ne dici Batchinka? E’ bello, vero?”
La donna ritrova subito la lingua. “Guarda come sei diventata rossa! E’ un piacere darti pizzicotti!”
Sfinita, aspetto di togliermela di torno. All’improvviso ho paura; dietro le spalle, una massa d’acqua mi piomba addosso. Per un attimo, sparisco nel torrente. L’acqua mi solleva e mi trasporta come in un fiume. La donna m’inonda. Mi sciolgo come cera bianca, d’estasi, di calore.
“Uff” La donna tira un sospiro e si asciuga il naso con le mani bagnate. “Brilli davvero come un piccolo diamante, Bachinka! Che ti possa giovare, bambina mia!” Mi guarda con quei suoi occhi vitrei, avvizziti dall’acqua, e svelta, mi avvolge con un lenzuolo caldo.
Probabilmente vorrebbe asciugare se stessa. Piano piano, mi circonda con le braccia come se fossi una delle piccole candele di Shabbat che deve benedire.
Da lontano, guardo come si occupano della mamma. L’hanno sicuramente strofinata, insaponata e, di sicuro, le tinozze di acqua tiepida l’hanno fatta stare bene.
Eppure, non è ancora pronta.
Dopo le abluzioni, la più anziana delle donne si fa avanti con un sgabellino e si sistema ai piedi della mamma. Appoggia un candelabro di rame su di una cassetta, accende il pezzo di candela che è vi rimasto dentro. Ravviva la corta fiammella e comincia a lamentarsi davanti alla mamma sulla sua dura vita. Sembra che tutte le preoccupazioni le siano penetrate dentro alla schiena fino a farla accasciare di peso ai piedi della mamma.
“Possa Dio avere pietà di noi, liberarci da tutte le pene!”.
Alza gli occhi da terra. “Così sia, Padre dell’Universo!”
Come per compiere un sacrificio, comincia a sistemare le dita dei piedi della mamma. La fiammella si ravviva ad ogni preghiera che le borbotta nelle unghie prima di tagliarle. Ad ogni benedizione, le si rischiara il cuore. La mamma, lo sguardo chino, guarda quello che la donna le fa ai piedi, e ascolta le sue parole.
Dietro al candelabro che brucia, una corona di luce sembra sottrarre entrambe all’oscurità del luogo. Un capo chino sull’altro, i due volti bianchi risplendono, come purificati da un sacrificio.
Dopo aver reso lucide le unghie dei piedi della mamma, l’anziana donna alza il capo:
“Alta, adesso andiamo al bagno rituale” dice a bassa voce.
La mamma sospira, come se l’anziana donna le avesse comunicato un segreto. Entrambe, piano piano, si alzano, raddrizzano la schiena, tirano un respiro profondo, riprendono fiato: si potrebbe pensare che si apprestino a valicare la soglia del Santo dei Santi.
Nel buio si stagliano le due ombre bianche.
Io avevo paura di andarci. Si doveva passare per una stanza calda in cui, su lunghi sedili stavano distesi e soffrivano esseri torturati. Dall’alto li sferzano fumanti rami di frasche, inumiditi da gocce d’acqua calda. Da sotto le panche salgono respiri pesanti, come se tutte queste donne bruciassero su carboni ardenti.
Il calore mi entra nella bocca e mi afferra il cuore.
“E’ sicuramente l’inferno per quelli che hanno molti peccati”, mi dico, e corro svelta dalla mamma al bagno rituale.
Come in una prigione, scendo in una stanza buia.
Sopra una piccola passerella se ne sta la donna anziana. Con una mano porta il candelabro acceso, con l’altra fa ondeggiare un lenzuolo bianco.
La mamma, tranquilla, – avevo così paura per lei – scende i quattro gradini scivolosi, e si immerge nell’acqua fino al collo.
Quando la donna anziana pronuncia una benedizione, la mamma si spaventa. Come una condannata, chiude gli occhi, si chiude il naso e si immerge nell’acqua come se fosse per sempre.
“K-o-o-o-sher!” grida l’anziana donna, con voce da profeta.
Ho un sussulto come a uno scoppio di tuono. Trepida, attendo – di sicuro adesso un lampo cadrà dal buio del soffitto e ci ucciderà sul colpo. O forse dal muro di pietra si riverserà un diluvio e ci sommergerà nell’oscurità del bagno rituale.
“Ko-o-o-sher!” grida di nuovo l’anziana donna.
Dov’è la mamma? L’acqua non si muove più.
Ma, all’improvviso, il fiume sembra fendersi. La testa della mamma riemerge dall’acqua. Si scuote l’acqua di dosso come se uscisse dal fondo del mare. Tre volte l’anziana donna grida a pieni polmoni e tre volte la mamma sprofonda nell’acqua nera. Non ce la faccio più ad aspettare che la vecchia smetta di gridare e che la mamma non sparisca più nell’acqua.
Alla fine, è stanca. L’acqua le scorre giù dai capelli, dalle orecchie. Ma sorride. Esce dall’acqua come da un fuoco – pulita, purificata.
“Alta, che questo possa giovarvi e farvi bene”
L’anziana donna sorride allo stesso modo. Due lunghe braccia sottili tengono ben alto il lenzuolo e avvolgono la mamma come due grandi ali bianche; lei mi sorride come un angelo radioso.
Vestita, ancora fumante, mastico la mela gelata che ormai da tempo si è sciolta per il calore, e aspetto la mamma.
D’un tratto la mamma comincia a affrettarsi come se subito si ricordasse che è non è giorno di festa e che il negozio è ancora aperto.
La sacralità e il calore del bagno l’abbandonano. Veloce, si veste. Le donne le raccontano le loro ultime disgrazie: una le tende il vestito, l’altra, uno scarponcino. Hanno paura che, via la mamma, nei loro cuori restino ancora cose inespresse fino a giovedì prossimo. Con le mani tremanti, avvolgono il pacco della nostra biancheria, e avvolgono pure me, come un pacco.
Gonfia per il calore, posso appena muovermi. La mamma distribuisce le mance e ascolta le lunghe benedizioni con cui le donne ci accompagnano.
“Che questo vi giovi, Altinka! A giovedì prossimo, se Dio vuole! Buon rientro! Stammi bene Bachinka!”
Una grida più forte delle altre e tutte, prontamente, si ricoprono con i loro scialli.
La porticina si socchiude da sola, almeno così pare. Ci fermiamo per un momento sulla soglia. Che freddo! Dal cielo buio scende la neve. Le stelle, i fiocchi di neve risplendono…
E’ giorno o notte? Gli occhi vedono tutto bianco e freddo.
Sul cocchiere e sul cavallo è cresciuta una montagna alta e bianca. Si sono congelati? Il cocchiere sorride. Dalle folte sopraciglia gli cadono briciole di neve.
Il cavallo, rianimato, nitrisce.
“Buon rientro!” Gridano dalla casa dei bagni.
La slitta sussulta.
“Hop! Hop!” Il cocchiere frusta il suo cavallo magro.
Più veloce che all’andata, la mamma attraversa l’ingresso, lascia lì il pacco della biancheria. L’odore della casa, del negozio, le sferza il viso.
“Dio sa cosa è successo qui senza di me!”
Come una colpevole, corre a lavarsi il volto imporporato e si affretta, di nuovo, verso il negozio.
Mi dispiace che il bagno sia terminato così presto.
(traduzione di Maddalena Cavalleri Gobbi)

venerdì 28 marzo 2008

CHRISTIAN BOBIN: L'AMORE E LA SOLITUDINE di Gustavo Micheletti







A tutti gli amatori di Christian Bobin, un articolo di Gustavo Micheletti

L’amore e la solitudine
(La loro relazione, in breve, nelle prose creaturali di Christian Bobin)
di Gustavo Micheletti

Le bolle di sapone che questo bambino
Si diverte a soffiar via da una cannuccia
Sono translucidamente tutta una filosofia
”.
Alberto Caeiro
Christian Bobin è uno scrittore e un poeta francese, nato nel 1951 in una città della Borgogna, Le Creusot, dove ha poi sempre vissuto. Una giorno ha scritto, nella pagina d’apertura di un suo romanzo (La folle Allure), la seguente dedica a un amico: “Pour (…) quelques taches d’encre (…) en souriant”, e si tratta, direi, di una dedica illuminante, perché il “sorriso” costituisce forse la tonalità predominante della sua prosa.
Nel vasto panorama della letteratura d’ispirazione cristiana, e in particolare di quella del Novecento, Christian Bobin rappresenta una voce singolare, sia per il tono sommesso della sua scrittura sia per la peculiare spiritualità che la traspare. Il cristianesimo non è per lo più, nell’opera di Bobin, una teoria religiosa dotata di un vero e proprio impianto metafisico e teologico; non è nemmeno una dottrina mistica, sebbene l’elemento mistico ne costituisca, in una forma priva di qualsiasi enfasi, un aspetto rilevante. L’ispirazione cristiana attraversa piuttosto i suoi scritti come un “sentimento della vita” che incessantemente si depura trasfigurandosi in un lieve e fervido disegno stilistico, in una sorta di vigile prosa creaturale.

I suoi romanzi sono esenti da trame complesse e importanti, l’intreccio narrativo è ridotto ai minimi termini; mentre nei suoi libri più filosofici, dove frammenti di pensieri diversi sono tenuti insieme da uno stato d’animo predominante e unitario, protagonisti assoluti sono brevi momenti estrapolati dall’incedere quotidiano della sua vita, sono impressioni leggere, riflessioni animate dalle luci e le ombre che affiorano tra i rami o su un prato al limitare di un bosco. In ogni pagina emerge però sempre la solitudine che accompagna il pensiero nella sua accezione più piena, ovvero quando esso non coincide con un esercizio intellettualistico e privo di vita. Si tratta della solitudine che costituisce la condizione preliminare di qualsiasi incontro d’amore.

Perché è così difficile amare? O più precisamente: cosa rende “tanto difficile amare qualcuno senza legarlo subito alla nostra sorte”? (cfr. DM,15). La difficoltà che ciascuno incontra nel non oltrepassare la soglia della solitudine di chi pensa di amare: “quelli che sanno amarci – scrive Bobin - ci accompagnano fin sulla soglia della nostra solitudine, e qui si fermano, senza fare un passo in più. Quelli che pretendono di proseguire oltre in nostra compagnia restano di fatto molto più indietro” (ibidem).
Né della solitudine né dell’amore si può parlare come di due condizioni a se stanti, perché private della loro congiunzione svaniscono entrambe in una ridda di voci e pretesti. Ciò che sempre rimane oltre le scorie dei loro fraintendimenti occasionali è anche ciò che le salda nella stessa solidale e silenziosa resistenza all’oblio, nell’indugiare dell’attenzione e del cuore su tutto quanto è cedevole, su tutto ciò che è sul punto di svanire o di perdersi.

“Dal punto di vista dello spirito, – scrive Bobin – non c’è differenza alcuna tra sovrabbondanza e penuria: più ci addentriamo nella solitudine e più abbiamo bisogno di solitudine. Più siamo nell’amore e più manchiamo d’amore. Della solitudine non ne avremo mai abbastanza e lo stesso vale per l’amore – versante ripido della solitudine” (DM, 11). Ma per accedere alla solitudine del puro amore bisogna abbattere l’ostacolo che sorge tra noi e la nostra vita, bisogna neutralizzare “quell’ispessimento di noi in noi stessi che consideriamo una prova di maturità, certezza d’esistere” (ivi, 37), e imparare a procedere “nella nostra vita come se non ci fossimo più, con la leggerezza del gatto tra le erbe alte, o ancora con quell’amaro sorriso dell’innamorata dinanzi al suo cuore violato e derubato” (ivi, 37-39). E’ infatti grazie a tale leggerezza che possiamo sperare di veder nascere all’unisono un amore puro in una pura solitudine, perché questa nascita è sempre anche la condizione di ogni rinascita, ne è l’unica condizione essenziale e irrinunciabile.

“Cosa sperare da un amore puro se non che renda pura la nostra solitudine?” (ivi, 37) – si chiede Bobin. Una volta che abbiamo rinunciato a identificarci con l’ispessimento assordante del nostro io, null’altro. I santi costituiscono la testimonianza più piena di questa possibilità, perché “conoscono una porta tra il mondo e l’amore. Se la varcano in silenzio è perché questa porta e il loro silenzio formano una cosa sola” (ivi, 53). Ma questa porta è accessibile a tutti nella misura in cui ci ricordiamo della natura precaria, fragile e illusoria dell’io, perché “ciò che chiamiamo ‘io’ e a cui teniamo tanto è della stessa natura d’un fiocco di neve che si scontra con migliaia di altri fiocchi simili in una lotta temeraria e terribilmente breve” (ibidem).
E’ questa consapevolezza che può sospingerci a riconoscere la leggerezza silenziosa che è implicita nel significato del verbo “amare”. Questo verbo tanto comune, usato così spesso e sovente impropriamente, appartiene in realtà alla stessa famiglia del verbo “nevicare”. Se infatti ci chiedessimo: “chi è che nevica?”, la risposta sarebbe: “la neve”; e se ci domandassimo: “chi ama?”, analogamente, la risposta dovrebbe essere: “l’amore” (cfr. AU, 106-107). Bobin è, sotto questo profilo, in perfetta sintonia con molti santi cristiani (in particolare con S. Francesco) e non solo cristiani, che hanno visto nell’uomo solo un tramite dell’amore, un suo veicolo occasionale.

Dire “ti amo” vuol dire: “c’è l’amore, là, ora. C’è solo dell’amore e io non ci sono. Io sono soltanto colui che esprime quello che c’è là, dove, momentaneamente, io non ci sono più” (ibidem). E’ l’amore, così radicalmente inteso, che ci rivela sia la solitudine delle cose, il loro bastare a se stesse e il saper riempire “tutto il loro posto”, sia la solitudine che si manifesta in certi nostri gesti assorti, come ad esempio “l’allacciare le stringhe a un bimbo”, “leggere un libro tutto d’un fiato, con la notte intorno”; “cambiare l’acqua ai fiori” (ivi, 109). Gesti silenziosi e quasi inconsapevolmente portati, che si rispecchiano nello stupore per quel che si vede e con cui a poco a poco si può imparare a coincidere, come “l’impronta di un passero sulla neve fresca” (ibidem).

L’amore – scrive ancora Bobin - è questa benevolenza elementare a partire dalla quale una solitudine può parlare a un’altra solitudine e, all’occorrenza, accompagnarla nel buio” (ivi, 119-120), e “la solitudine in noi è come una lama, conficcata profondamente nella carne. Non possiamo estrarla senza ucciderci all’istante. L’amore non revoca la solitudine. La porta a compimento. Le apre tutto lo spazio per bruciare” (EN, 41), perché “l’amore non oscura ciò che ama. Non l’oscura perché non cerca di prenderlo. Lo tocca senza prenderlo. Lo lascia andare e venire” (ibidem).
L’amore è il miracolo di essere un giorno intesi sin nei nostri silenzi e di intendere in cambio con la stessa delicatezza” (RE, 18), l’unica possibile modulazione della relazione che intercorre tra la nascita e la morte, perché “davanti alla morte saremo come alla nascita, radicalmente privi di ogni potere. E’ a tale debolezza in noi che dovrebbe rivolgersi l’amore per non perdersi mai” (ivi, 16), per far fronte alla paura semplice e assoluta che attraversa la vita di ciascuno, alla sua origine esclusiva: la paura di non essere più amati (cfr. FA, 38), tanto che “la certezza d’essere stato amato, un giorno, una volta”, coincide per Bobin con “l’involarsi definitivo del cuore entro la luce” (DM, 19-21).
Questo involarsi del cuore costituisce l’unica resistenza che possiamo opporre alla pesantezza dell’essere che incessantemente ci lusinga con i suoi effetti rassicuranti. Noi siamo rassicurati da ciò che è pesante, certo di sé, adulto, sicuro; siamo rassicurati dalle chiese e dalle religioni: “noi crediamo al sesso, a l’economia, alla cultura e alla morte” (TB, 110). La loro pesantezza ci tiene lontani da quella leggerezza che ci consentirebbe invece di passare “da spirito a spirito” (ibidem) e che potrebbe protenderci verso l’incontro con l’altro.
E’ la leggerezza che ci fa orrore” (ibidem) – scrive Bobin – mentre è proprio nella leggerezza che la solitudine e l’amore si chiamano vicendevolmente per dare corso alla loro opera. E’ nella leggerezza della mancanza, nella sua freschezza sempre incipiente che la vita dell’anima può riempirsi di senso, perché “l’amore è mancanza piuttosto che pienezza. L’amore è pienezza della mancanza” (ivi, 119).
Ma la leggerezza ci fa orrore, e così la mancanza: per questo noi siamo alla perenne ricerca delle ossa dell’essere, di riferimenti strutturanti, di fondamenti; mentre la gioia più grande, l’unica gioia senza perché, priva cioè di una ragione sufficiente riconoscibile, assomiglia piuttosto ad una carezza del vento sulla pelle, al piacere di diventare, almeno per qualche istante, ciò a cui si passa accanto: “un albero che risplende nel verde. Un viso inondato di luce” (EN, 37). Perché “questo basta per ogni giorno. Anzi, è molto. Vedere ciò che è. Essere ciò che si vede” (ibidem
).

Indice delle sigle bibliografiche
AU = C. Bobin: Autoritratto, trad. it. Milano, 1999.
DM = C. Bobin: Il distacco dal mondo, trad. it. Troina (Enna), 2005.
EN = C. Bobin: Elogio del nulla, trad. it. Troina (Enna), 2002.
FA = C. Bobin: La folle Allure, Paris, 1995.
RE = C. Bobin: Resuscitare, trad. it. Milano, 2003.
TB = C. Bobin: Le tres-bas, Paris, 1992.

Gustavo Micheletti è nato a Lucca nel 1956 e insegna filosofia e storia al liceo "Il Pontormo" di Empoli. E' autore di alcune prose narrative - tra le quali Peppermint (Avagliano , 1997) e Uomini a perdere (Edizioni dell'Erba , 2005) - e di alcuni saggi filosofici - tra cui I pensieri sordi e l'inconscio (Borla, 1991) e Il Gergo dell'essere (Edizioni dell'Accademia lucchese, 2002)- . Ha inoltre collaborato alla Nuova Sardegna, a Cinema Sessanta, a Erba d'Arno e ad alcune riviste filosofiche.

lunedì 24 marzo 2008

LUCI ACCESE di Bella Chagall: cap.XXII IL PROFETA ELIA

disegno di Marc Chagall
Gli episodi legati alla Pasqua, che ho tratto e tradotto da Lumières allumées di Bella Chagall (éd. Trois Collnes, 1948), andrebbero letti in quest'ordine:
cap. XX - LA VIGILIA DI PASQUA
cap. XXI - IL BANCHETTO DI PASQUA
cap. XXII - IL PROFETA ELIA

(Ecco come Bella ricorda il seder di Pasqua:)

Sfiniti dal mangiare e dal recitare la storia dell’Esodo, mastichiamo i pezzi del duro affikòimen[1]. Solo papà è seduto come si conviene a un Re. Appoggiato ai suoi cuscini, gli occhi chiusi, mangia lentamente, come se si stesse chiedendo: “Dove ci porta adesso il Signore?”. D’un tratto, apre gli occhi e rivolge uno sguardo a mamma. Lei cambia posto, sfoglia la Haggadàh – il racconto dell’Esodo –, prende una candela consumata a metà da un candelabro e si rivolge a me:
“Vieni, Bachinka. Prendi con te la Haggadàh!”.
Sussulto come toccata dal fuoco. La paura e l’emozione mi prendono il cuore perché, da sola con mamma, vado incontro al Profeta Elia per aprirgli la porta. Con la Haggaddah aperta in una mano e la candela nell’altra, tranquille, usciamo dalla sala da pranzo. Gli uomini restano seduti a tavola. Non si muove nulla. Tutti ci guardano e ci accompagnano con lo sguardo: sembrano benedirci come fossimo due messaggeri. Attraversiamo il salone buio, l’importante è non arrivare tardi! Ci mancherebbe solo che Elia, il Profeta, arrivasse in casa nostra e trovasse la porta chiusa! La piccola fiamma, resa esigua dal nostro respiro, ci illumina appena la strada e la candela, come se avesse essa stessa paura dell’oscurità circostante, lacrima gocce. Entriamo nel piccolo vestibolo. Il cuore batte ancora più forte: si allontana dal profondo per salire fino al cielo e poi ricadere, per lo spavento, sul pavimento scuro. “Attenzione! Tieni la candela!” mi dice di corsa la mamma e spinge di nuovo la porta che dà sulla strada. La notte buia si riversa dentro, accorre come il vento, soffia sul viso, sulle gonne e quasi spegne la candela, ci fa vacillare.
“Ecco! – penso – Il Profeta Elia deve essere vicinissimo, probabilmente sta per arrivare. Il suo carro volante fa vibrare l’aria con le sue ali. I suoi cavalli infuocati corrono dietro a una nuvola.”
Ho paura di guardare dall’altra parte della porta, di impigliarmi contro qualcosa. Le ombre avanzano sotto i nostri piedi. Scorgo solo un lembo di cielo. Brilla come un velluto nero che ha reso buia la via. Sulla volta buia, una piccola stella nuota come un pesce nell’acqua, e stupisce di luce le tenebre. All’improvviso, guarda dentro la porta e sosta proprio sopra di noi. Mamma tiene gli occhi bassi. Non vede nulla. E se la piccola stella volasse fino dentro alla porta? E se, d’un balzo, Elia o il Messia in persona si mettessero dietro di noi? Tremo. Ascolto. Ovunque silenzio. Cade dal cielo, sulla strada, sopra le case. Non si sente nessun passo. Nei lampioni, una fiammella si fa sempre più sottile. Nella casa di fronte, attraverso le finestre, erra il riflesso di una candela accesa. In ogni casa, adesso, una porta è aperta? E davanti a ogni porta, si trova una madre con la sua figlioletta e una candela in mano? D’un tratto, una confusione alle nostre spalle. Le sedie si muovono. Forse, tutta l’intera tavola si è mossa: gli uomini avranno sentito aprire la porta. Si sono alzati tutti e leggono la Haggadàh a voce così alta che sembrano voler svegliare addirittura la notte. Ce ne stiamo là, seppellite sotto le loro voci. Mi metto vicino a mamma. Vorrei stare incollata alla sua gonna. Se la notte buia ci travolge, io almeno sono con lei! La piccola candela vibra, oscilla e si china da tutte le parti. La prendo con le mani, la proteggo dal vento perché non si spenga, altrimenti restiamo al buio – che Dio ci protegga – di fronte al nero della porta spalancata!
Senza far rumore, mamma recita la Haggadàh : forse è convinta che la notte muta ascolterà meglio le sue preghiere silenziose. Le labbra si muovono appena. Le rughe le solcano il viso. Gli occhiali le scivolano giù dal naso. La candela fonde… Che ci abbiano dimenticate, qui in piedi? Metto la sedia sotto il Libro, sotto le mani di mamma: che le sue ardenti benedizioni scendano su di me e non avrò più paura.
“Profeta Elia! Abbi pietà! Vieni veloce da Lassù! Fa freddo e buio. Entra in casa. Tutti ti aspettano. Ci sarà più caldo, anche per te. Non senti come papà prega? Lui che non grida mai, oggi prega con una voce così forte. Vieni dunque, Profeta Elia! Vieni!”.
Un filo di luce passa attraverso alla porta, fende l’aria. Voglio alzare il capo, vedere ciò che fa mamma, ciò che accade al cielo. I miei occhi sono così colmi di oscurità che non riesco ad aprirli. Quasi non riesco a sopportare la luce e mi si contraggono gli occhi.
“L’anno prossimo a Gerusalemme!”. Dalla sala da pranzo, scappa fuori un mezzo grido. Le sedie di nuovo si sono avvicinate alla tavola e c’è silenzio.
“Mamma, il Profeta Elia è già entrato in casa?”.
“L’anno prossimo a Gerusalemme!” esclama lei a mo’ di risposta, sulla porta aperta.
Guardo fuori, nella strada. Il vento si è calmato. Il cielo è cosparso di stelle, grandi, piccole, accorse fino a qui da tutti gli angoli del mondo. Occhieggiano come piccole candele accese con il capo chino. Si incrociano, una trafigge l’altra: tutte oscillano nella volta, come in un baldacchino, sotto cui si sistemerà presto la luna bianca, come una sposa in tutto il suo splendore.
Appena chiusa la Haggadàh, mamma fa un gesto con le mani, come se volesse accarezzare l’aria o far scendere qualcosa dal cielo. Forse, forse… non vuole andar via dalla porta aperta. Dà un’ultima carezza, un bacio e chiude la porta. In silenzio, rientriamo. La frescura della notte ci soffia sulla schiena, come se ci prendesse per le spalle con le sue mani fatte d’aria. Nella sala da pranzo, c’è luce e fa caldo. Tutti sono seduti, gli occhi bassi, mormorano la Haggadàh. Giro il capo qua e là. E’ venuto il Profeta Elia? Il mio cuore colmo d’emozione si fa muto
.
NOTE AL TESTO
[1] Durante il seder vengono utilizzate 3 matzot che vengono tenute coperte da un panno. all'inizio della cena viene spezzata in due pezzi quella di mezzo. Il pezzo più piccolo viene rimesso tra le due rimanenti, mentre il pezzo più grande viene utilizzato come Afikomen, ovvero l'ultimo pezzo di matzah che verrà consumata durante il pasto. Vi sono due usanze riguardo l'afikomen, entrambe con lo scopo di tenere i bambini attenti allo svolgersi della cerimonia. In entrambi i casi l'afikomen viene nascosta: nel primo caso da uno dei bambini per poi essere cercata dagli adulti e, nel caso questi non la trovassero pagando il bimbo per la sua restituzione. L'altra usanza prevede, invece, che a nascondere l'afikomen siano gli adulti e venga premiato il bambino che la ritrova. (fonte: it.wikipedia.org)

sabato 22 marzo 2008

LUCI ACCESE di BELLA CHAGALL: cap.XX LA VIGILIA DI PASQUA

LA VIGILIA DI PASQUA (cap. XX)
brano tratto da Lumières allumées di Bella Chagall, ed. Trois collines, 1948, tradotto da Maddalena Cavalleri con la collaborazione di Lorenzo Gobbi (in questo blog si può trovare il brano che racconta Il banchetto di Pasqua)
La prima a essere catturata dal vortice della Pasqua è Hava[1], la nostra grassa cuoca. Subito dopo il giorno di Purìm[2], inebetita, gira a vuoto. I giorni della settimana se ne vanno sotto terra. Un solo pensiero nella testa: una Pasqua santa. Sin dal mattino presto, tutta sottosopra, si precipita da noi nella sala da pranzo.
“Adesso basta, bambini! Finite veloci di fare colazione e fuori di qui! Sono arrivati i pittori”.
“I pittori, di già? Ma sapete quand’è, Pasqua? Il Messia può forse arrivare prima di Pasqua?”, brontolano i miei fratelli.
“Ebbene sì! Per il Messia, dobbiamo ridipingere la casa! - dice con una smorfia - Invece di predicare, aiutatemi piuttosto a spostare indietro gli armadi”.
“Gli armadi? Niente popò di meno! Una cosa da nulla! Chi sa cosa s’inventa, la nostra Hava! Chi può spostarli da lì?”.
Tutti insieme, facciamo forza contro l’armadio dei vestiti. Vacilla. Dentro, alla rinfusa, i vestiti neri si aggrovigliano con il cappotto di pelliccia di papà e con la volpe di mamma. Il pelo lungo pizzica e fa il solletico agli altri vestiti. Spingiamo l’armadio; ad ogni spinta, scricchiola, geme; le gambe corte grattano e si lasciano dietro una scia bianca.
“Ahi! Basta, fermatevi! - grida uno dei miei fratelli -Vedete Hava, cosa avete fatto! Una gamba si è già incurvata. Adesso, come lo rimettiamo al suo posto?”
“Ah! Signore dell’Universo! Cosa volete da me? Insomma, dobbiamo incollare la carta ai muri!”.
“Hava, ma volete andarlo a chiedere al rabbino se dobbiamo spostare tutta la casa?” – i miei fratelli tornano alla carica.
“Furba, lo sono da molto più tempo di te! Non prendetevela! Ho più cervello io nel mio tallone di quanto non ne abbiate voi tutti, in tutte le vostre teste messe insieme! - Hava s’infervora - Ecco una bella trovata: andare dal rabbino! Dovrei veramente andarci, a chiedergli com’è che ci sono dei simili epicurei
[3] in una casa di ebrei!”.
“Ci siamo! Hava è già arrabbiata!... Andiamo…” I miei fratelli si tirano per le maniche. “Piuttosto, andiamo a vedere in città come cuociono il pane azzimo!”
Subito Hava si gira verso la porta aperta e chiama: “Reb Yidle, Reb Nahman, entrate! cominciate dallo stanzino, dietro la sala da pranzo”.
Sbucano come da una nebbia due ombre bianche, quasi fossero lì ad aspettare il richiamo di Hava. Due pittori, tutti bianchi dalla testa ai piedi. Scarpe, capelli, guance, sopracciglia, tutti inzaccherati di puntini simili a briciole di neve. Uno ha una scala appesa alla spalla; in mano, un secchio di colore. L’altro sostiene a fatica con due mani, come Rotoli sacri, dei rotoli lunghi di carta da parati. I pittori, appena entrati, si precipitano nelle stanze. Spostiamo indietro i tavoli e le sedie: ci apriamo un varco. Sembriamo una compagnia di soldati che marcia con loro. In pochissimo tempo, occupano tutta la casa. Uno si arrampica sulla scala e gratta le cornici; l’altro sul tavolo e pulisce il soffitto con una grossa spazzola: gli cadono addosso schegge di intonaco.
“Ragazzina, vuoi assaggiare un po’ di calce?” Il pittore più giovane mi sorride, dall’alto della scala. La sua barbetta sporca di calce sembra incollata alle labbra bianche. Con loro, c’è allegria! Prima l’uno, poi l’altro, scoppiano a ridere. Cantano, fischiano, mescolano il colore, bagnano le spazzole. La tinta schizza e crepita. Rapidamente, avanti e indietro, uno dà un colpo di spazzola al soffitto; l’altro gli corre incontro: insieme passano i pennelli sul soffitto, come farebbero due uccellini con il loro becco. I pittori se la prendono con i muri. Sembra che vogliano strapparli dalla casa. La vecchia carta da parati cade a terra con fragore e trascina con sé pezzi secchi di intonaco. I muri spellati restano nudi, grattati, sporchi. Ai nostri piedi, colore ovunque. Carte strappate giacciono a terra con i loro fiorellini dipinti. I pittori saltano sopra, tagliano, incollano nuove colonne di carta da parati con nuovi fiorellini. La carta si imbarca, si gonfia, non vuole incollarsi ai muri. I pittori la sferzano con uno strofinaccio bagnato e la carta gonfia si distende su tutto il muro. La cameretta appena dipinta, tappezzata, risplende, tutta linda, come pronta per dei fidanzati. Ma per Hava nulla è ancora abbastanza santificato. Tappezza le pareti con lenzuoli bianchi come se le ricoprisse con scialli di preghiera
[4]. Anche sul pavimento di legno distende un lenzuolo: adesso, per lei, ci si potrebbe portare anche l’Arca Santa.
La prima cosa che portiamo, sono delle ceste di pane azzimo. Due ceste larghe, alte, avvolte con dei panni: ciascun pane azzimo sembra avvolto in un panno. Havah, tutta agitata, corre avanti, indica la strada.
“Attenzione! Qui!... Fermi! Qui, ci sono due gradini. Abbassate piano le ceste. Attenzione, mio Dio! che il pane azzimo non si rompa!”.
Corre attorno alle ceste, tocca, bisbiglia qualcosa, come una benedizione.
“Bene! Con il pane azzimo, un po’ di Pasqua è già entrata in casa”.
Un terzo uomo con la barba lunga, bella, porta per papà una cesta di pane azzimo della vigilia di Pasqua. La stringe tra le braccia, come se portasse le Tavole della Legge. L’uomo non dice una parola. Guarda da tutte le parti, poi nota sul soffitto un gancio da lampada: la appende lassù, in alto, in modo che nessuno ci possa respirare sopra con l’alito di lievito
[5]… La cesta è così ben avvolta di bianco che i vimini non si vedono.
Da questo momento, niente può più entrare nello stanzino. Soltanto Hava può cincischiare laggiù, nelle sue pantofole a treccia. Diventa la signora della cameretta e tutta la famiglia si sottomette senza una parola. Quando Hava passa per la casa, con un grembiule bianco legato addosso, un fazzoletto bianco sul capo, lo sappiamo: va nella piccola stanza. Il viso è teso come se laggiù si preparasse a rovesciare il mondo. Noi ci intrufoliamo da dietro, ma lei si chiude dentro. Ci sbatte la porta sul naso. Ci sediamo su uno degli scalini che portano alla cameretta e ascoltiamo il martellare del pestello di legno.
“Hava! - la supplichiamo attraverso il buco della serratura - Lasciateci entrare! Vi aiuteremo a macinare il pane azzimo”.
Il pestello batte, batte, come se volesse batterci sulla testa.
“Hava! Lo giuriamo! Abbiamo le mani pulite. Le abbiamo appena lavate!”
Il pestello batte ancora più forte. Forse non ci sente? Diamo un colpo alla porta, a ogni colpo di pestello.
“Hava! Cosa vi fa se anche noi, una volta, battiamo con il pestello?”.
Di colpo, la porta si spalanca. Ci spingiamo indietro, ci rovesciamo quasi sui gradini. Sulla soglia, la cuoca si fa sempre più grande, furente, come una nuvola giunta di corsa. Irriconoscibile. Sembra uscire da un mulino, ricoperta di farina.
“Cosa avete da starmi appiccicati addosso? Lasciatemi tranquilla, furfanti! Cosa volete? Contaminarmi in questo modo la Pasqua
[6]! Sciocchi che siete!” sbuffa con il suo fiato bianco. “Ah sì! Che vi lascio venire! E poi cosa ancora? Battere il pane azzimo con mani impure! Non ce la fate ad aspettare fino alla festa? Fuori di qui! …” Con le narici, ci spruzza addosso una nuvola di farina. “Che non vi passi per la testa di avvicinarvi alle ceste!”.
Ha sfogato la sua collera e si è precipitata di nuovo dentro lo stanzino. Il chiavistello si chiude e fa rumore. Di nuovo, ci incolliamo alla porta, appoggiamo gli orecchi al buco della serratura. Dall’interno, adesso, si sente come lo sciabordio di un’acqua tranquilla che si trascina dietro una montagna di sabbia.
“Hava, dateci anche un po’ di farina azzima da setacciare, Hava!”. Mette fuori il capo e, come raggiunta dal fuoco, si scosta da dov’è.
“Allora la smettete sì o no? – grida – La mollate, questa porta?”.
Un gran setaccio pieno di pezzettini di pane azzimo non macinati dondola sul suo ventre. La farina si sparge giù come pioggia sottile: sembra caderle dalla pancia. Uno dei miei fratelli le capovolge il setaccio.
“Ahi! Mascalzone! - dice Hava esasperata - Che le tue mani si secchino! Mongolo!”.
Con la mano già alzata, si ferma e si ricorda che ha in grembo un setaccio di Pasqua.
“Ahi! Maledetti i miei anni! - comincia a gemere - Signore Onnipotente! Già così non so dove sbattere la testa a forza di lavorare! Cos’avete da girare qui? Chi vi ha chiamati?”.
“Ma vogliamo essere d’aiuto…!”.
“Ma cosa mi importa cosa volete! Per quel che ho bisogno di voi! E come mai siete diventati improvvisamente così appiccicati? Una vera famiglia! Vediamo, chi dei due avrà la meglio? Che qualcuno provi ad avvicinarsi alla stanza e io gli….”.
Strana donna! Non fa che imprecare. Quando Hava si lascia andare, è meglio non fermarla. Possiamo prenderci due belle sberle… Può andarlo a dire anche al rabbino… Sa che il rabbino, papà, mamma, tutti le daranno ragione, purché la Pasqua avvenga secondo il rito! Lasciamo Hava tranquilla.
Si calma e si trascina di nuovo verso la cucina. Ad ogni passo, si lascia dietro una traccia bianca di farina, simile a quella di un animale sulla neve… Presto la sentiamo incamminarsi verso la via del ritorno. Tutta curva, trasporta un barile di barbabietole. Il barile oscilla, il succo di barbabietola freme: delle gocce rosse schizzano fuori dove passa. Hava è sfinita. Le gambe grosse sono gonfie. Come possiamo aiutarla? Per lei, tutti sono impuri. Nessuno può avvicinarsi a nulla.
“Hava, dateci da assaggiare almeno un po’ di succo. Sarà più facile da sopportare”. Le corriamo dietro. Agita il capo. Il viso muta dal rosso al nero. Gli occhi si direbbero tasche gonfie di cenere umida. Basta un pizzicotto, e le sgorgano subito le lacrime.
“Ahi!” Hava non si trattiene più. Senza volere, emette un sospiro. “Ahi! Le mie gambe mi uccidono!”. Ancora prima di raggiungere lo stanzino, Hava, di colpo, molla il barile. Resta in piedi, quasi senza conoscenza; fa cenno con la mano di non avvicinarsi al barile…
“Va’ a chiedere scusa!”
“No, tu! Va’ prima tu, parlerai meglio!”. Ciascun fratello spinge l’altro.
Hava si torce le mani.
“Chi può sapere che mani avete! Probabilmente sono piene di lievito!”.
“Cosa? Come? È tanto che non mettiamo qualcosa in bocca!”.
E d’un tratto, solleva il barile. Havah trattiene le lacrime. Se potesse, ci purificherebbe tutti seduta stante.
“Mio Dio, questi bambini! Sempre assaggiare, sempre a leccare!”

Lo stanzino di Pasqua si riempie di dolci gioiosi. Ci tenta, ci attira. Perché Hava deve assaggiare da sola tutte quelle cose buone? Non possiamo permetterglielo. Ma lei, come una gatta, tira l’orecchio. Non ci andiamo? Ha paura di lasciare lo stanzino incustodito. Ci dorme forse anche la notte? Noi bambini ci riuniamo tutti intorno e bisbigliamo. Hava spunta continuamente vicino a noi.
“Cosa ci fate qui? Cosa volete fare?”.
“Nulla! Siamo qui in piedi!”.
“Perché state in piedi qui fermi? Andrete di sicuro da qualche parte!”.
“Da nessuna parte! Dove possiamo andare?”.
Lei brontola e va a vedere cosa succede nello stanzino. Ogni giorno, portano lì prima zucchero di Pasqua, poi sale, noci, prugne, mandorle. In tutti gli angoli, sono sistemati sacchi di tela. Pare che Hava si diverta ad ammassare tutte queste cose buone. Lo fa per farci dispetto. Strana donna! Sin dal primo giorno di Pasqua, ci rimpinza al punto che ci dobbiamo tenere la pancia. E là, ci tormenta l’anima. Ogni giorno è la stessa storia. Abrachka gira intorno alla porticina, si avvicina correndo, si salva.
“Batchka, sembra che oggi abbiano portato dell’uva da Corinto!”.
“No! sa piuttosto di prugne!”.
Hava ci afferra all’istante.
“Cosa avete da annusare qui?”.
“Non si può neanche annusare?”.
“Andate a soffiarvi il naso da qualche altra parte. Se no farò a meno di cucinare qualcosa di buono per la festa. Che cosa potrà mai riuscir bene se vi lascio stare qui?”
Prima se la prende con le casseruole. Per purificarle. In cucina, ogni giorno, spariscono una dopo l’altra, le pentole di rame. Per tutto l’anno, tutte le pentole e casseruole di rame se ne stanno allineate sulla mensola in alto, come generali a una parata. Brillano, luccicano e dalla loro altezza mandano bagliori di fuoco. Verso Pasqua, ormai opache, Hava le tira giù dalla mensola prendendole per la coda: per i manici neri e bruciacchiati. Le trascina dallo stagnino per purificarle. Anche la vecchia brocca dello Shabbat e il samovar usato dove non si versa più neanche una goccia d’acqua, lei li purifica proprio come il samovar che ha bollito e ribollito per giorni e giorni. Forse da lì verrà fuori un pizzico di lievito? Gli utensili da cucina purificati si ricoprono, al loro interno, di una nuova pelle. Hava li porta nello stanzino e li avvolge ciascuno in un panno a parte
[7]. I panni emanano come una brezza di emozione sul resto della casa.
“Bachinka, tu sei già una ragazza grande, tieni, ecco la chiave, va’ e controlla bene l’armadio dei bicchieri. Mi sembra che l’anno scorso ne abbiamo rotto qualcuno”.
Fuori dallo stanzino, Hava adesso dà gli ordini. Un armadio tutto per la Pasqua è incastrato nel muro della sala da pranzo. Rimane chiuso tutto l’anno. Ci si dimentica che è pieno di vita. Apro le ante. Ne esce un odore di cose vecchie. Piatti, calici, bicchieri rinchiusi si destano.
“Cosa manca? Un bicchiere? Un calice?”.
Mi arrampico su di una sedia, ficco la testa dentro alle tre mensole. Conto i calici. Ce ne sono abbastanza per tutti? Faccio il calcolo a mente come se vedessi già ognuno seduto al suo posto. L’armadio dei bicchieri scintilla. Da tutte le parti, bicchieri e porcellane tempestate d’oro. Una mensola di calici. Abbagliante. Bicchieri: grossi, sottili, alti, piccoli. Si guardano gli uni gli altri come in uno specchio. Da un lato, se ne stanno in piedi, profondamente pensosi, resi opachi dai colori del loro cielo, rossi e blu, cristalli di Boemia. L’aroma del vino dell’anno scorso non è ancora svanito. Una spanna sopra gli altri si eleva, come un Re, il calice del Profeta Elia. Lo tocco appena. Ad ogni Pasqua, ho paura che si rompa per tutto il vino che ci versano. Anche se vuoto, sparge intorno bagliori rossi, come gocce di vino. Mi immagino seduta su di un albero su cui cantano e becchettano uccelli rossi e blu che non conosco. Le larghe bottiglie rosse aggiungono ancora più fuoco. Nel loro vetro scarlatto, un’acqua semplice diventerà rossa come sangue. Che succederà quando tutte queste bottiglie e calici verranno posti sulla tavola del banchetto, colmi di vino? La tovaglia bianca si accenderà. Un incendio divamperà. I miei occhi stanchi si arrampicano fino a un’altra mensola. Là, una zuppiera larga, decorata di fiori rossi. È pesante, come sollevarla? Adesso capisco perché le mani di Hava crocchiano quando la porta a mamma colma di brodo e polpettine cicciotelle, che galleggiano come tanti bimbi, col pancino in aria. Vicino alla zuppiera, ci sono dei piatti, un intero negozio di piatti! Controllo quelli più piccoli che si usano per servire cose buone agli invitati. Il mio compito è offrirle. Mi immagino dove devo disporre i dolci di nocciole e di miele, poi le focacce e le mandorle. Al centro di ogni piattino, una mela o una pera dipinte. Colpiscono gli occhi, come fosse frutta vera. Mi confondono. Tutto a un tratto, vedo, da una parte, impacciato, un bricco da latte con il beccuccio spezzato. Mi guardo intorno. Non ce n’è un altro. Quando tornerò al negozio, dirò a mamma che dobbiamo comprarne uno nuovo. Lei mi griderà dietro: “Cos’hai da rompermi la testa con il tuo bricco? Qui, fatichiamo come cavalli per guadagnare quattro soldi e a casa si continua a rubare e a rompere”.
Forse è meglio non parlarne con mamma. Dove troverò ancora un bricco blu come quello, che stia bene con la zuccheriera?

Se vado nel negozio di porcellane, mi perdo. L’aria vibra di tutti i suoi cristalli esposti. Mi specchio ovunque. In un bicchiere, una metà del viso, in un altro mi si allunga il naso, qui si appiattisce. Vicino a me, il proprietario, un uomo alto e grosso. Il suo abito nero non fa intravedere alcun oggetto di cristallo. Si muove tra le cose con leggerezza, toccandole con gli occhi. Ogni tanto, dà un buffetto a un bicchiere. Lo fa per assicurarsi che la merce sia intatta o per stupirmi, per mostrarmi una sua prodezza? Al suo tocco, il bicchiere risuona come un grido nello spazio. Il suono si propaga per tutto il negozio. Tutto il vasellame vibra. Alza il dito, il suono va a rannicchiarsi da qualche parte, in un angolo e poi, di nuovo, il silenzio. Si sentono solo i nostri passi. Dimentico quello che devo comprare. Hava mi ha chiesto di portarle qualcosa per la cucina.
“Guarda! - sussurra al mio orecchio il negoziante - “Guarda i nuovi bicchieri da liquore. Sono appena arrivati. Carini, vero?”. Me li butta lì senza badarci, e mi gira ancora di più la testa. I bicchierini sottili mi fanno l’occhiolino come teneri fiori. Possono scivolare giù dalla mensola, al primo soffio di vento. Il loro vetro affusolato è una tentazione. Verrebbe voglia di posarli sulle guance, sulla bocca. La voce di Hava risuona nelle orecchie:
“Ancora dei bicchierini?Per farne cosa? Per chi? Non c’è nemmeno il posto per metterli. Ma hai dimenticato di comprare per me qualche piatto semplice semplice? A cosa serve un bicchierino come questo?”.
Hava alza un bicchierino in controluce. “Guarda! Si scioglierà nell’acqua! Quanti di questi bicchierini mi sono rimasti tra le mani, nello strofinaccio?”.
“Ma sono davvero bellini! Non avevo il coraggio di lasciarli in negozio…”
Che mi gridino pure dietro! Non ci sono altre cose superflue in casa?

NOTE AL TESTO di Lorenzo Gobbi
[1] Hava significa “sorriso, risata”, ed è un nome femminile molto diffuso.
[2] Simile al nostro carnevale, è una festa gioiosa che ricorda la salvezza degli ebrei per opera della regina Ester: precede di poco la festa di Pasqua.
[3] “Epicureo” significa propriamente seguace della dottrina del filosofo greco Epicureo (III-II sec. a. C.), che negava la provvidenza degli dei e l’immortalità dell’anima; in senso popolare, significa “miscredente”, “libertino”.
[4] Per pregare, soprattutto nella sinagoga ma anche a casa, gli ebrei indossano uno scialle particolare, detto tallèt, di colore bianco con righe azzurro scuro ai bordi e frange ai quattro lati che ricordano i precetti della Bibbia; solo un ebreo circonciso adulto può indossarne uno.
[5] Prima della Pasqua, le regole del rito ebraico impongono di eliminare dalla casa ogni traccia di chamètz, cioè “lievito”: per questo, gli ebrei puliscono perfettamente la casa, spostando i mobili e rivoltando i materassi (da qui, la tradizione della pulizie di primavera, che sono un uso ebraico). Per chamètz si intende non solo il lievito propriamente detto, ma tutto ciò che è cibo e può andare a male: briciole di pane, dolci, farina, pasta, riso… solo il sale non va a male, e per questo, nella cena di Pasqua e nei riti della vigilia del Sabato, rappresenta il Patto di alleanza tra Dio e il suo popolo (il patto si chiama, in ebraico, Berìt). La preoccupazione dell’uomo è che, tramite il fiato o la saliva delle persone, qualche minima traccia di chamètz raggiunga il pane, rendendolo meno santo.
[6] La preoccupazione di Hava è che, con le mani non lavate, i ragazzi possano portare nella stanza dove lei prepara il pane per la Pasqua delle tracce di Hamètz, e così rendano impuro, contaminato dallo chamètz, ciò che lei sta preparando.
[7] E’ importantissimo che gli utensili da cucina che verranno usati per preparare la cena di Pasqua non si contaminino in nessun modo, dopo essere stati puliti: non devono, cioè, venire in contatto con cibo o resti di cibo (con tutto ciò che è chamètz). Per questo, appena puliti (cioè appena purificati) vengono avvolti in panni bianchi puliti).


martedì 18 marzo 2008

CHRISTIAN BOBIN: LA VOCE NELLA RETE

Foto di André Dhotel (1900-1991)

Foto di Jean Follain (1903-1971)

CON GLI AMICI DI SEMPRE: ANDRE DHOTEL E JEAN FOLLAIN, ALLA RADIO SVIZZERA DI LINGUA FRANCESE.

Ho provato a cercare in internet dei video dedicati a Christian Bobin.
“ubujubu”, questo è il nome dell’autore che inserisce in youtube dei brevissimi video sullo scrittore francese: montaggi di immagini che accompagnano la voce di Bobin, che si possono scaricare dal sito della radio svizzera in lingua francese.
A qualcuno che ringrazia “ubujubu” per aver messo a disposizione queste perle, “ubujubu” risponde:

Monsieur Bobin le dimanche matin sur les ondes de la radio suisse romande (di lingua francese)- espace 2 –
Un régal
Je vais essayer de poster les autres chroniques,il y en a beaucoup, beaucoup”

Bobin la domenica mattina sulle frequenze della radio svizzera di lingua francese – espace 2.
Un piatto prelibato.
Proverò a postare altri episodi, ce ne sono molti molti


Il sito della radio svizzera è:
http://www.rsr.ch/, nello spazio della ricerca è sufficiente digitare Christian Bobin per veder comparire la pagina con tutte le sue trasmissioni registrate:


http://www.rsr.ch/search?SearchableText=christian+bobin&x=10&y=11

La trasmissione non dura più di quattro cinque minuti: “un piatto delizioso” che nutre lo spirito e la nostra vita. Brevi riflessioni dense di luce, come è la prosa di Bobin.
Poche righe che aiutano a vivere e a riflettere.
Ma anche, e soprattutto, a sorridere.


Ne riporto di seguito qualche breve traccia:

Hector et Marianne

Bobin racconta una storia di André Dhotel (1900-1991): un uomo parla agli uccelli che gli rispondono. Come avviene? Semplicemente, egli va nella foresta e attende, attende fino a quando un pettirosso o delle rondini gli rispondono ma la storia continua…
André Dhotel è l’amico e scrittore, che accompagna Bobin nella vita come nei libri.
Ascoltando il racconto, si capisce quanto Bobin si sia ispirato a questo scrittore (che non è ancora stato pubblicato in Italia). Ha vinto il premio Femina nel 1955 con Le Pays où l'on n'arrive jamais, il premio de l'Académie française nel 1974 e il Grand prix delle letteratura nel 1975.
Grande amico di Jean Follain, un altro autore molto amato da Bobin.


Il video su youtube è rintracciabile su:
http://video.google.fr/videoplay?docid=-8050837649106160908&q=ubujubu&total=15&start=0&num=10&so=0&type=search&plindex=0


Jean Follain et l'écriture
In questi pochi minuti, Bobin prova a rispondere alla domanda che continua a tornare nelle tante lettere che gli scrivono. Questa è la domanda che pongono sempre i bambini quando incontrano uno scrittore.
In tutti i suoi libri incontriamo tentativi di risposta.
Per Bobin difficile e scoraggiante rispondere: perché un boxer continua a dare pugni all’avversario e a fatica smette di giocare quando è sul ring?
Non si decide di scrivere: si risponde a qualcosa, si è come “costretti” a rispondere a qualcosa che ci chiama. Lo scrittore è come colto da “visioni”: lembi di vita comune, nulla di straordinario, ma che si presentano come sono, illuminati da ciò che li distruggerà. Lo scrittore cerca di riportare questi piccoli lembi destinati a scomparire sulla propria pagina.
Per meglio far capire cos’è un’ “apparizione”e dare ragione dello scrivere, egli legge un brano di Jean Follain (1903-1971) tratto L’épicerie de l’enfance, pubblicato da Fata Morgana: è un ritratto di una maestra della scuola elementare intriso di fragilità e di vita.


Il video è rintracciabile qui:
http://www.youtube.com/watch?v=_-LW2vmnWkE&feature=related

A onor di cronaca, di Jean Follain, è appena stato pubblicato (febbraio 2008) dalla San Paolo, Curato d'Ars: Quando un uomo semplice confonde i sapienti, tradotto da Gabriella Fiori.

Appena ho un po’ di tempo, ne posterò degli altri.

venerdì 14 marzo 2008

FRANÇOIS-RÉNÉ DE CHATEAUBRIAND: UN ARISTOCRATICO A GERUSALEMME – 1806 (7^ parte) : IL MURO DEL PIANTO E LA VALLE DI GIOSAFAT











Foto 1: Antica edizione dell' Itinéraire de Paris à Jérusalem de Chateaubriand
Foto 2: Il Presidente francese Nicolas Sarkozy riceve il Presidente Israeliano Shimon Perès nella sua visita ufficiale in Francia (marzo 2008)
Foto 3: Pianta di Gerusalemme antica
Foto 4: A Gerusalemme, la chiesa di Sant’Anna e la Piscina Probatica
Foto 5: A Gerusalemme, la Piscina Probatica
Foto 6:Il Muro del pianto oggi
Foto 5: Il Muro del Pianto – 1845 H. Bartlett
Foto 7: Il Monte Sion oggi
Foto 8: La Valle di Giosafat e le Tombe dei re.
Foto 9: Valle di Giosafat

SARKOZY E IL DONO SCELTO PER PERES

Leggo sulla pagina in internet de Le Figaro, dell’11 marzo 2008, che in occasione della visita ufficiale in Francia del Presidente israeliano Shimon Pérès, il Presidente francese Nicolas Sarkozy ha scelto come regalo da donare al suo ospite, una stampa raffigurante l’aristocratico francese Chateaubriand e quattro volumi antichi dell’ Itinéraire de Paris à Jérusalem pubblicato in Francia nel 1802.

Chissà se Sarkozy, e i suoi consiglieri, conoscono il contenuto del libro. Il titolo è chiaro: si tratta del viaggio che il giovane aristocratico francese compì a Gerusalemme nell’ottobre del 1806 e molto probabilmente, ciò basterebbe a sancire il legame forte tra la Francia e Israele, secondo i politici d’oltralpe.
Ma come vengono raccontati gli Ebrei dal nobile cristiano francese, paladino e difensore della fede cristiana? Un pensatore che aveva da poco pubblicato in patria Le Génie du Christianisme e che partiva per conoscere i luoghi prescelti da Dio per la sua Incarnazione in Gesù Cristo?
Chissà se Perès poi se lo legge sul serio…

Di seguito, anticipo alcune riflessioni, appunti e brani da me tradotti che possono in parte darci un’idea di come Chateaubriand percepisse il mondo ebraico agli inizi del XIX° secolo. Se me ne occupo nella mia bibliothèque, è perché il suo pensiero mi appare più che mai attuale. Ciò non significa che io sia d’accordo con ciò che egli scrive, ma che i suoi “reportages” d’inizio secolo, possono dare al lettore del secondo millennio, nuovi e inesauribili spunti di riflessione, dal momento che anche un capo di stato lo sceglie come dono, consapevolmente o meno, per il presidente dello Stato d’Israele!

Curiosa, agli occhi di noi contemporanei, è la suddivisione che Chateaubriand ci presenta delle antiche vestigia presenti a Gerusalemme. Il suo interesse, come già abbiamo visto dal suo itinerario di viaggio, non è rivolto alla Palestina, ma a Gerusalemme, dove c’è il luogo Santo per eccellenza: la tomba vuota di Gesù Cristo: il Santo Sepolcro. Da vero paladino della fede, va direttamente al cuore della cristianità per vedere con i propri occhi, il luogo che ha cambiato il corso della storia.

Egli, in modo molto preciso, dettagliato e diligente, mette a conoscenza il lettore dei diversi monumenti che si possono visitare a Gerusalemme, distinguendone sei tipi:
1. monumenti prettamente ebraici;
2. monumenti greci e pagani ai tempi dei romani;
3. monumenti greci e romani al tempo del cristianesimo;
4. monumenti arabi o moreschi;
5. monumenti gotici sotto i re francesi;
6. monumenti turchi.

Sentiamo cosa ci racconta:
Veniamo ai primi.
Non si vede più alcuna traccia di questi a Gerusalemme, eccezion fatta per la piscina Probatica; annovero infatti i Sepolcri dei Re e le Tombe di Assalonne , di Giosafat e di Zaccaria, nel numero dei monumenti greci e romani eseguiti dagli Ebrei.
E’ difficile farsi un’idea chiara del primo e del secondo Tempio, da ciò che riporta la Scrittura e dalla descrizione che ne fa Giosafat; ma due cose si intuiscono: gli Ebrei avevano una predilezione per ciò che è cupo e grande, come gli Egiziani; essi amavano i piccoli dettagli e gli ornamenti ricercati, sia nelle incisioni su pietra sia negli ornamenti in legno, in bronzo e in oro.
Il Tempio di Salomone, essendo stato distrutto dai Siriani e il Secondo tempio ricostruito da Erode, rientra nell’ordine di quelle opere per metà ebraiche e per metà greche, di cui presto parlerò. Nulla dunque resta dell’architettura primitiva degli Ebrei a Gerusalemme, al di fuori della Piscina Probatica.
[1] […]. Giuseppe (Flavio) chiama questa piscina “stagnum Salomonis” (in latino nel testo), il Vangelo la chiama Probatica, perché venivano purificate le pecore destinate ai sacrifici. Fu al bordo di questa piscina che Gesù disse al paralitico: “Alzati, e prendi il tu letto”
Ecco tutto ciò che resta oggi della Gerusalemme di Davide e di Salomone.

[…] I monumenti della Gerusalemme greca e romana sono più numerosi, e formano una classe nuova e molto singolare nelle arti. Inizio con le tombe della valle di Giosafat e della valle di Siloé. Quando si attraversa il ponte del torrente di Cedron, si trova ai piedi del mons Offensionis il sepolcro di Assalonne.
[…]
[2]

Passiamo ora al terzo tipo dei monumenti di Gerusalemme, ai monumenti del cristianesimo prima dell’invasione dei Saraceni. Non ho più nulla da dire poiché li ho descritti quando ho dato conto dei luoghi santi. Farò soltanto una sottolineatura: poiché tali monumenti debbono la loro origine a dei Cristiani che non erano Ebrei, essi non serbano nulla del carattere mezzo-egiziano, mezzo greco che ho osservato nelle opere dei principi Asmonei e di Erode; essi sono semplici chiese greche del tempo della decadenza dell’arte.
[3]

Quindi i monumenti che fanno parte della storia ebraica, come ad esempio le Tombe dei Re e di Assalonne, sono “percepiti” come espressione dell’ arte romana: “pagana”, perché eretti prima del cristianesimo. Chateaubriand, come già sappiamo, dispone delle fonti della sua epoca che non smette mai di citare.
[4].
In viaggio, abbiamo incontrato molti gruppi di giovani israeliani (ragazzi e ragazze), in divisa militare, radunati presso una di queste tombe per ascoltare una visita guidata sulla loro storia. (Nella foto n 8 che ho scelto, forse è possibile scorgerli in lontananza).

Nonostante Chateaubriand abbia studiato l’ebraico, come cristiano e studioso, si è formato sulle traduzioni greche e latine dei testi sacri, l’influsso della cultura di cui queste lingue sono portatrici, con le categorie mentali che le caratterizzano, ha profondamente formato non solo la mente del giovane pensatore ma anche il cristianesimo occidentale nelle sue fondamenta, facendogli completamente rimuovere le radici ebraiche, che solo con il papato di Karol Woytila hanno cominciato a essere riconsiderate dalla massa dei fedeli cattolici
[5].
Chateaubriand, a mio avviso, incarna tutta la grandezza e il limite di questo tipo di cristianesimo, fino a divenirne il simbolo.

Tutto il resoconto di Chateaubriand è caratterizzato da uno sguardo fortemente cristiano: tutto per lui è in funzione della storia della salvezza. Quindi anche gli Ebrei e la loro esistenza.
Egli, sembra infatti rimanere indifferente all’aspetto religioso “di ciò che resta del Tempio”, oggi diremmo Muro Occidentale o Muro del Pianto. D’altra parte, è bene ricordare che quando giunge in Egitto, in pieno Ramadam, non annota nulla nei suoi appunti di viaggio: nemmeno lo stupore per le diverse abitudini religiose.

Edward Said continua a sottolineare l’indifferenza di Chateaubriand nei confronti della realtà che incontra, non si stanca di sottolineare, che per lui, tutto è in funzione della storia della Salvezza.
Non vede e riconosce nulla per ciò che è. Infatti, non andrà a visitare il Muro del Pianto, e se ci va, non ce ne parla; egli non lo nomina mai come luogo di preghiera caro agli ebrei. Ci racconta sì del Tempio ma solo per presentare, come ho già detto, i monumenti ebraici di Gerusalemme, che alla fine sono solo due: quel che resta del Tempio e la piscina Probatica.
Ma il Tempio è nominato per ricordare Gesù e le sue visite al Tempio oppure per raccontare la storia della Moschea del Tempio o di Omar- così chiamata, perché costruita sulle sue rovine.
E’ chiaro quindi che su quel che si intravede ancora del Tempio non posa affatto uno sguardo “ebraico”, ma, al contrario, totalmente cristiano.

E’curioso a questo punto far rilevare che la lunga descrizione dedicata al Tempio di Salomone e alla sua storia, è apparsa solo nelle prime edizioni dell’Itinéraire, in seguito, è stata inserita in nota dall’autore stesso.
[6] Forse non era reputata così importante e significativa da lui e dal suo pubblico che lo leggeva in Patria.

Certo, egli è uomo del suo tempo, un cristiano cattolico non certo figlio del Concilio Vaticano II né del papato di Karol Woytila!
La cristianità allora, viveva rapporti diversi con l’Ebraismo. Non esisteva ancora lo Stato di Israele e il Muro non aveva davanti a sé la grande spianata che gli conferisce un’imponenza e un’importanza che oggi può essere percepita da qualsiasi visitatore o pellegrino.
[7]

Ma ciò che colpisce il pellegrino Chateaubriand, non è il Muro del Pianto ma la Valle di Giosafat, dove si trovano le Tombe dei Re, (che egli reputa monumenti pagani).
L’aspetto della vallata è di desolazione sia nella parte occidentale che nella parte orientale (Monte degli ulivi e dello scandalo). “Le pietre del cimitero degli Ebrei si mostrano come un ammasso di relitti ai piedi della montagna dello scandalo, sotto il villaggio arabo di Siloan”.
La parte occidentale è una grande falesia di gesso che sostiene le mura gotiche di Gerusalemme; sopra si intravede Gerusalemme. Di fronte: il Monte degli Ulivi e dello scandalo, essi hanno un colore rossastro scuro e sui fianchi deserti, sparute vigne nere e bruciate, boschetti di olivi, cappelle e oratori e rovine di moschea. Così ci descrive il panorama che si distende davanti ai suoi occhi.

Chateaubriand è fortemente impressionato da questo spettacolo di desolazione: la tromba del Giudizio Universale sembra essere già suonata. Qui giace la tomba di Giosafat e la Valle di Giosafat (o Valle dei Re) sembra servire da cimitero a Gerusalemme: gli Ebrei vengono a morire qui da tutte le parti del mondo, ci informa il nostro viaggiatore.
La valle è chiamata anche Valle dei Dolori: qui Davide compose i canti del lutto, Geremia fece sentire le sue Lamentazioni e Gesù Cristo iniziò la sua passione nella solitudine .

Valle così piena di misteri che secondo il profeta Gioele, tutti gli uomini vi devono comparire un giorno davanti al giudice temibile. Congregabo omnes gentes, et deducam eas in vallem Josaphat, et disceptabo cum eis ibi (Raccoglierò tutte le genti, e le porterò nella valle di Giosafat, e là emetterò un giudizio con loro)
[8]. È ragionevole, dice il padre Nau, che l’onore di Gesù Cristo sia riparato pubblicamente nel luogo dove è stato privato della vita attraverso tanti obbrobri ed ignominie e che egli giudichi giustamente gli uomini, nel luogo dove essi l’hanno giudicato così ingiustamente.”[9]

Anche poco prima di partire, si sofferma nella valle di Giosafat ai piedi della tomba di Giosafat, rivolto al Tempio per immergersi nella lettura della grande tragedia di Racine Athalie(1691)
Sceglie l’ultima tragedia del grande drammaturgo francese di ispirazione biblica, il riferimento è al passaggio del Libro dei Re. Athalie è una donna che ha preso il potere e ha instaurato il culto di Baal. Ella vuole distruggere la stirpe di Davide, ma perirà sotto le sue stesse trame. Tutta la scena dei cinque atti è il tempio di Gerusalemme.
Chateaubriand si lascia trasportare dai versi di Racine e gli sembra di sentire le voci dei profeti ma più che la Parola a smuoverlo sono i versi di Racine.
[10]
Dopo averli assaporati, con lo sguardo rivolto la tempio, se ne tornerà al convento dei francescani.

AL MONTE SION
Nel suo girovagare per Gerusalemme, Chateaubriand si reca anche al Monte Sion dove incontra ebrei vestiti di stracci, seduti in mezzo alla polvere di Sion mentre cercano gli insetti che li stanno divorando, con gli occhi fissi sul Tempio.
Da studioso, ha fatto delle ricerche sulla condizione degli Ebrei a Gerusalemme dalla distruzione del Tempio di Tito fino ai suoi giorni ma preferisce rimandare il lettore ad altre opere, in particolare a quella dell’abate Guenée, uno studioso (1717-1803), autore di una eruditissima Recherche sur la Judée.
Chateaubriand, non ama fare come quei viaggiatori a lui contemporanei che attingono da altri autori senza citarli, per far sfoggio di un’ erudizione in realtà “rubata”. Egli, al contrario, essendo venuto a conoscenza di quest’opera che si trova pubblicata nelle Memorie dell’Accademia delle Iscrizioni, dichiara l’inutilità dei propri studi e delle proprie ricerche e, per questo, decide di non soffermarsi su questo aspetto, rimandando i lettori direttamente all’opera segnalata.
[11]

Un giorno, camminando attorno al Monte Sion, vorrebbe comprare una torah in una sinagoga (Chateaubriand aveva studiato un poco l’ebraico), ma il rabbino non glielo permette. L’episodio ci viene riportato così come è accaduto, senza alcun rancore o giudizio morale sul rabbino o sulle abitudini e usanze ebraiche.
Ciò che impressiona l’aristocratico francese è la miseria del quartiere e delle case, nient’altro.
Riguardo agli Ebrei di Gerusalemme, egli così annota nel suo Itinéraire: “Hanno osservato che gli Ebrei stranieri che si fissano a Gerusalemme, vivono per poco tempo. Quanto a quelli di Palestina, sono così poveri che ogni anno vanno a fare delle ricerche tra i loro fratelli d’Egitto e del Marocco”
[12]

Poco prima di lasciare la Palestina, egli annota alcune considerazioni sul popolo ebraico, che, come sempre, trasfigura in funzione della storia della salvezza:

Mentre la novella di Gerusalemme esce così “dal deserto, brillante di chiarezza”, buttate l’occhio tra la montagna di Sion e il Tempio; vedete questo piccolo popolo che vive separato dal resto degli abitanti della città. Oggetto particolare del disprezzo di tutti, china il capo senza lamentarsi; subisce tutte le umiliazioni che gli vengono fatte in pubblico, senza chiedere giustizia, si lascia aggredire senza lamentarsi; gli chiedono la testa: la presenta al cimitero. Se qualche membro di questa società messa ai margini, giunge qui per morire, il suo confratello lo seppellirà senza farsi vedere durante la notte, nella valle di Giosafat, all’ombra del tempio di Salomone. Penetrate nella dimora di questo popolo, lo troverete in una miseria spaventosa, mentre fa leggere un libro misterioso a dei bambini che, a loro volta, lo faranno leggere ad altri bambini. Questo popolo continua a fare ciò che faceva cinquemila anni fa. Ha assistito diciassette volte alla rovina di Gerusalemme, e nulla può scoraggiarlo; nulla può impedirgli di volgere lo sguardo da Sion. Quando vediamo gli ebrei dispersi sulla terra, secondo la parola di Dio, ne restiamo probabilmente sorpresi: ma per essere còlti da uno stupore soprannaturale, bisogna ritrovarli a Gerusalemme; è necessario vedere questi legittimi padroni della Giudea schiavi e stranieri nel loro stesso Paese; è necessario vederli mentre attendono sotto tutte le oppressioni, un re che deve venire a liberarli. Schiacciati dalla Croce che li condanna e che è piantata sulle loro teste, nascoste vicino al tempio, di cui non resta pietra su pietra, essi dimorano nella loro deplorevole cecità. I Persiani, i Greci, i Romani sono scomparsi dalla terra; e un piccolo popolo, la cui origine precedette quella dei grandi popoli, esiste ancora, senza essersi mai mescolato, nelle rovine della propria patria. Se qualcosa, tra le nazioni, porta in sé un carattere miracoloso, noi riteniamo che esso stia qui. E cosa può suscitare maggiore meraviglia, persino agli occhi del filosofo, se non questo incontrarsi dell’antica e della nuova Gerusalemme ai piedi del Calvario: la prima mentre si affligge al cospetto del sepolcro di Gesù Cristo risuscitato¸ la seconda, mentre si consola presso l’unica tomba che non avrà nulla da restituire alla fine dei secoli!”
[13]

Chateaubriand è un uomo intriso di una cultura tutta francese e cattolica che guarda e sosta in quei luoghi che hanno ospitato la nascita del figlio di Dio, con il cuore e lo sguardo di un mondo che guarda solo in funzione di se stesso e della propria storia.
Gerusalemme e i suoi luoghi lo confermano, infatti, della bontà del proprio mondo.
Egli non sembra percepire la grande apertura del Vangelo e non fa proprio lo sguardo che se assunto nel profondo, squarcerebbe tutte le coordinate che ognuno ha assimilato dentro di sé.

In queste pagine, incontriamo un uomo del XIX° secolo chiuso nel proprio universo: un viaggiatore che si vede confermare nelle proprie certezze, esaltando così la percezione di sé e della cultura di cui è espressione.
Eppure, a mio modestissimo parere, non è troppo lontano da tanti cattolici tradizionalisti che spesso occupano le pagine dei giornali per qualche manifestazione, invettiva pro-cristiana e, ahimé, anti-ebraica.
[14]

Chateaubriand, dopo aver ripercorso a suon di numeri e immagini atroci, il massacro che Tito fece del popolo ebraico, facendo riferimento alla fonte dell’abate Guenée, così scrive:

Dio ascoltò il voto degli ebrei e per l’ultima volta esaudì la loro preghiera, dopo di ché distolse lo sguardo dalla Terra Promessa e scelse un nuovo popolo
[15]
NOTE AL TESTO

[1] Chateaubriand, Itinéraire de Paris à Jérusalem, op.cit., pp.390-391. La Piscina Probatica o Piscina di Betsheda: “Il Vangelo racconta che un giorno Gesù venne condotto alla Piscina Probatica, nel quartiere di Bethesda, a nord di Gerusalemme, e che là guarì uno dei paralitici che si immergevano nelle sue acque. Ai tempi di Gesù la piscina era formata da due vasche rettangolari, profonde 20 m e circondate da un portico: queste grandi cisterne fornivano al Tempio, che non è lontano, l'acqua per le abluzioni rituali. La piscina deve il suo nome al greco probatiké (delle pecore), con cui si designava una porta nelle mura della Città Vecchia: con il passare dei secoli è stata trasformata prima in un tempio romano, consacrato al dio della medicina Esculapio, e quindi in una basilica paleocristiana dedicata alla Madonna. Oggi è un'area archeologica di proprietà dal 1856 del governo francese, ed è affidata ai Padri Bianchi.(http://www.sapere.it)/.”, insieme alla Chiesa di Sant’Anna aggiungiamo noi. Tale restituzione da parte dei Turchi alla Francia avvenne a seguito della Guerra di Crimea (1853-1856) come segno di riconoscenza per essere stati alleati, insieme agli inglesi, contro la Russia zarista.
[2] Chateaubriand, Itinéraire de Paris à Jérusalem, op.cit., pp.391
[3] Chateaubriand, Itinéraire de Paris à Jérusalem, op.cit., pp.399
[4] Oggi l’Archeologi in Israele e nei Territori occupati è divenuta una vera e propria arma da guerra. Segnalo un articolo a mio avviso molto interessante, che ovviamente propone il “suo” punto di vista a questo proposito (!)http://www.custodia.org/spip.php?article2416&lang=it : Archeologia alternativa: “da Siloe a Silwan”. Preoccupati del sistematico uso politico delle ricerche archeologiche e del discredito a cui di conseguenza è sottoposta l’archeologia stessa, alcuni archeologi hanno deciso di fondare un’organizzazione con lo scopo di opporsi a questa deriva ideologica. Il gruppo si chiama “Da Siloe [il nome ebraico] a Silwan [il nome arabo]”. Messo on line il lunedì 18 febbraio 2008 da Eugenio
[5] Consiglio un bellissimo libro “Il Dio in armi”, di Jill Hamilton, una storica inglese che dimostra quanto la religione protestante , da sempre attenta all’Antico Testamento, abbia non poco influenzato i politici inglesi durante la politica estera del mandato britannico, e non solo. A suo parere, la cultura protestante ha dato un impulso non indifferente alla creazione dello Stato di Israele.
[6] Nelle prime edizioni dell’Itinéraire, si trova una descrizione dettagliatissima del tempio e dello stile. Nelle edizioni successive tale descrizione vien soppressa. Oggi fa parte del corredo di note della pubblicazione Gallimard.
[7] La grande spianata davanti al Muro Occidentale è stata fatta dopo la vittoria di Israele della guerra dei sei giorni (1967). Il muro si trovava racchiuso e confinato da case: molte di queste case erano abitate dalla popolazione araba. Dalle foto che ho scelto, si può vedere il muro come è oggi e come era prima del 1967. “Il 10 giugno le ruspe israeliane cominciarono a radere al suolo il quartiere medievale Mughrabi nella Città Vecchia cancellandolo completamente nel giro di quattro mesi con la distruzione di 135 case abitate da circa 650 mussulmani . L’operazione aveva lo scopo di realizzare una grande piazza di fronte al Muro occidentale che permettesse ad un maggiore numero di ebrei di pregare di fronte al Muro del pianto” di Maurizio Debanne.
[8] Gioele, III,2.
[9] Chateaubriand, Itinéraire de Paris à Jérusalem, op.cit., pp 359
[10] Chateaubriand, Itinéraire de Paris à Jérusalem, op.cit., pp 407-408
[11] Chateaubriand, Itinéraire de Paris à Jérusalem, op.cit., pp 382
[12] Chateaubriand, Itinéraire de Paris à Jérusalem, op.cit., pp 381
[13] Chateaubriand, Itinéraire de Paris à Jérusalem, op.cit., pp 449-450
[14] (A questo proposito rimando – per chi ne avesse tempo e voglia - alla lettura del post del 9 febbraio (titolo La preghiera per gli Ebrei), che poco tempo fa mio marito, Lorenzo Gobbi, ha scritto in occasione del cambiamento voluto da papa Benedetto XVI nella preghiera del venerdì Santo, nel testo della Liturgia che si celebra in latino, http://www.lattenzione.blogspot.com/)
[15] Chateaubriand, Itinéraire de Paris à Jérusalem, op.cit., pp. 369

domenica 9 marzo 2008

FRANÇOIS RÉNÉ DE CHATEAUBRIAND: UN ARISTOCRATICO A GERUSALEMME – 1806 (6^ parte) ALLA PORTA DI GIAFFA E AL CONVENTO DELLA CUSTODIA DI TERRASANTA










Foto 1 : Vista di Ramlah (AL-Ramla) oggi
Foto 2: Convento dei Padri Latini di terra Santa a Ramla (Al-Ramla)
Foto 3: Un Firman
Foto 4: Drogman, guida interprete
Foto 5: Porta di Giaffa a Gerusalemme
Foto 6: Torre di David a Gerusalemme
Foto 7: Chiesa di San Salvatore a Gerusalemme – Custodia di Terra Santa
Foto 8 Stemma della Custodia di Terrasanta

ARRIVO A GERUSALEMME
A Rama
[1], Chateaubriand viene raggiunto da un drogman mandato dal Custode francescano di Gerusalemme, che insieme alla scorta araba, ha il compito di condurlo fino a Gerusalemme.

Buone notizie mi attendevano a Rama: ci trovai un drogman
[2] del convento di Gerusalemme che il Custode inviava davanti a me. Il capo Arabo che i Padri avevano mandato a chiamare e che doveva servirmi da scorta, si aggirava da qualche parte nella campagna; infatti, l’Aga di Rama non permetteva ai Beduini di entrare in città. La tribù più potente delle montagne della Giudea risiede nel villaggio di Geremia: essa apre e chiude a piacimento la strada di Gerusalemme ai viaggiatori.”[3]

Viaggiando con Chateaubriand incontriamo Arabi, Turchi e molto più raramente Ebrei, che restano confinati nell’Antico Testamento: una presenza ormai superata dalla buona novella, secondo l’aristocratico francese. Degli Arabi non ha una buona opinione (come abbiamo visto nei post precedenti), ma nemmeno dei Turchi ha molta stima, poiché essi non fanno altro che vessare pellegrini e religiosi con imposte arroganti e spesso arbitrarie. Sin dal suo arrivo a Gerusalemme, alla Porta dei Pellegrini o Porta di Giaffa, dovrà pagare il tributo di ingresso, somma che dovrà versare anche quando si recherà al Santo Sepolcro, dove un Turco sarà già stato avvisato per accoglierlo e per aprirgli le porte, l’irritazione di Chateaubriand è, a questo proposito, senza ambiguità: “Di nuovo pago a Maometto il diritto di adorare Gesù Cristo
[4]

Il Padre francescano Bonaventura, sarà perciò felicissimo di accogliere, nel convento di Gerusalemme, i due pellegrini francesi che viaggiano sotto la protezione del Ministro degli Esteri Talleyrand. I religiosi si trovano, infatti, in serie difficoltà nei confronti del Pascià Abdallah che governa la città. Quando Chateaubriand giunge al convento, i soldati di Abdallah sono già lì per farsi dare tutto quello di cui hanno bisogno.

Ma procediamo con ordine: il 4 ottobre 1806, giorno di San Francesco e dunque festa del Patrono dei Padri Latini, Chateaubriand arriva finalmente alla Porta di Giaffa, detta anche porta dei Pellegrini, ascoltiamolo:

Entrammo a Gerusalemme dalla porta dei Pellegrini. Vicino a questa porta si erige la torre di David, conosciuta di più con il nome della torre dei Pisani. Pagammo il tributo, e seguimmo la strada che si presentava dinnanzi a noi: poi girando a sinistra, tra due specie di prigioni di pietra intonacata che chiamano case, arrivammo a mezzogiorno e 22 minuti al monastero dei Padri Latini. Lo invadevano i soldati di Abdallah che si facevano dare tutto ciò che poteva convenir loro. Bisogna essere al posto dei Padri di Terra-Santa, per comprendere il piacere che provarono al mio arrivo. Si credettero in salvo per la presenza di un solo Francese. Rimisi al Padre Bonaventura di Nola, Custode del convento, una lettera del generale Sebastiani. «Signore, mi dice il Custode, è la Provvidenza che vi ha guidato fino a noi. Avete delle ordinanze di strada (rilasciate dall’autorità turca)
[5]? Permetteteci di inviarle al Pascià; saprà che un Francese è disceso al convento; crederà che noi abbiamo una protezione speciale dell’Imperatore. L’anno scorso ci costrinse a pagare 60.000 piastre, secondo ciò che è in uso, noi gliene dobbiamo soltanto 4.000, ancora a titolo di semplice offerta. Quest’anno vuole riuscire a strapparci la stessa somma e ci minaccia di usare tutta la forza in suo potere, se noi ci rifiutiamo. E poiché da quattro anni non riceviamo più nessuna offerta dall’Europa, ci vedremmo obbligati a vendere i vasi sacri: se andiamo avanti così, saremmo costretti ad abbandonare la Terra-Santa e lasciare ai Maomettani la Tomba di Gesù Cristo.” [6]

In tutto il suo Itinéraire, Chateaubriand non perde occasione per elogiare le istituzioni cristiane preposte ad ospitare i pellegrini; ne celebra il coraggio, il martirio e la generosità poiché il viaggiatore che si trovasse a visitare i luoghi santi, potrà sempre trovare in esse: carità, amicizia e aiuto.

Toccanti istituzioni cristiane grazie alle quali il viaggiatore trova degli amici e dei soccorritori nei paesi più barbari; istituzioni di cui ho già parlato altrove e che non saranno mai abbastanza ammirate.”
[7]

Ma i pellegrini latini, continua a raccontarci Chateaubriand, non sono poi così tanti. I più numerosi sono quelli greco-ortodossi, armeni ed ebrei. Pochissimi sono invece i pellegrini cattolici latini che giungono a Gerusalemme: una ragione, questa, per cui i Francescani vivono una situazione di difficoltà sia economica che politica, nei confronti dell’autorità turca, verso la quale Chateaubriand spende, il più delle volte, parole e giudizi molto negativi.
Per di più - egli continua - i pellegrini che giungono a Gerusalemme non sono ricchi, sicché non possono lasciare grandi offerte. Per suffragare il suo racconto, Chateaubriand riporta, come è solito fare nel suo Itinéraire, la testimonianza dei tanti che l’hanno preceduto, tra questi troviamo Jean Doubdan, noto pellegrino del XVII° secolo, che egli cita testualmente:

I Religiosi – è Jean Doubdan che scrive - che vi dimorano (nel convento di San Salvatore) e che militano sotto la regola di San Francesco, conservano una strettissima povertà, vivono soltanto di elemosine e carità che la Cristianità invia loro e che i pellegrini donano loro, ciascuno secondo le proprie facoltà; ma poiché questi sono ancora lontani dal loro paese, non sanno ancora le grandi spese che dovranno affrontare per il ritorno, cosicché lasciano loro poche elemosine; ma ciò non impedisce che essi siano ricevuti e trattati con grande carità
[8]

Come abbiamo già sottolineato più volte, Chateaubriand è un vero e proprio difensore, non solo della fede cristiana, ma di tutti i Religiosi, soprattutto quelli cattolici, chiamati a custodire i luoghi santi. Persone che, costrette a vivere lontano (a quel tempo erano occidentali, per lo più italiani, francesi e spagnoli), sanno comunque serbare generosità e gentilezza verso tutti i pellegrini che vengono a chiedere loro ospitalità, che non sempre viene ripagata come si converrebbe.

Parliamo ora dei pellegrini. Le narrazioni moderne hanno un po’ esagerato le ricchezze che i pellegrini devono diffondere al loro passaggio in Terra Santa. E innanzitutto di quali pellegrini si tratta? Non sono pellegrini latini, giacché non ce ne sono più, e tutti generalmente concordano. Nello spazio dell’ultimo secolo, i Padri di San Salvatore hanno forse visto non più di 200 viaggiatori cattolici, compresi i Religiosi dei loro Ordini, e i missionari nel Levante. Che i pellegrini latini non siano mai stati numerosi, lo si può provare con mille esempi
[9]

Per di più i pellegrini cristiani devono sempre sostenere molte spese per i diritti di passaggio che devono pagare ai Turchi o agli Arabi: per l’ entrata ai luoghi santi, pedaggi etc…Chateaubriand sopporta male questo aspetto: ne è addirittura indignato. Diverse volte troviamo nel suo Itinéraire, una lista ben dettagliata delle spese di viaggio, e del soggiorno a Gerusalemme:

Spesa solita che fa un pelerino en la sua intrata da Giaffa sin a Gerusalemme, e nel ritorno a Giaffa
Cafarri:
in Giaffa dopo il suo sbarco Cafarro 5 piastre e 20 para
in Giaffa prima del imbarco al suo ritorno 5 piastre e 20 para
Cavalcatura sin a Rama, e portar al Avaro, che accompagna sin a Gerusalemme 1 piastra e 20 para
Pago al Aravo che accompagna 5 piastre e 30 para
Pago al vilano, che accompagna da Gérasma 5 piastre e 30 para
Cavalcatura per venire da Rama ed altra per ritornare” 10 piastre
[10]
(Etc.. aggiungo io che non ricopio tutto!!)

Oltre alla povertà, Chateaubriand si sofferma a ricordare il martirio subìto dai religiosi: la lista è talmente lunga che sarebbe “abusare della pazienza del lettore” per raccontare tutte le sofferenze sopportate. Le sue fonti non sono solo i viaggiatori che l’hanno preceduto, come Jean Doubdan (XVII secolo), ma è anche il registro dei firman
[11] dei francescani a rivelarsi una fonte preziosissima per conoscere le angherie, le umiliazioni e le sofferenze che questi frati hanno dovuto sopportare negli anni, o meglio nei secoli. E sebbene ne restino pochi fogli, perché sono andati bruciati in occasione di qualche assalto o devastazione da parte dei Turchi, ne restano a sufficienza per testimoniare la loro grande fede.
E oltre alla sorpresa di scoprire questo “catalogo evangelico” vedere che questi firman sono stati ottenuti su sollecitazione dell’ambasciatore di Francia inorgoglisce ancor di più il nostro aristocratico francese.

Confesso che la mia ammirazione per sì tante sofferenze così coraggiosamente sopportate era davvero grande e sincera; ma quanto rimasi colpito nel ritrovare di continuo questa formula: Copia di un firman ottenuto per sollecitazione dell’Ambasciatore di Francia, etc.! Onore a un paese che, dal cuore dell’Europa, veglia fino in fondo all’Asia, per la difesa del povero, e protegge il debole contro il forte! Mai la mia patria è parsa ai miei occhi così bella e gloriosa, se non quando ho ritrovato le gesta della sua beneficenza nascoste a Gerusalemme nel registro in cui sono iscritte le sofferenze ignorate o le iniquità sconosciute dell’oppresso e dell’oppressore."
[12]

Siamo nel 1806, Napoleone è diventato da poco imperatore (1804) e la campagna d’Egitto ha già avuto luogo. Chateaubriand, nonostante sia ben contento di poter essere utile al Custode di Terra Santa (che come abbiamo visto gli chiedeva espressamente di far avere al più presto i firman al Pascià di modo che questi venisse a conoscenza che essi godono della protezione dell’Imperatore), lo prega vivamente di attendere qualche giorno, perché vorrebbe recarsi subito al fiume Giordano e a Betlemme: una volta rientrato, non avrebbe esitato a inviare le ordinanze al Pascià, come richiestogli dal Custode.
Per recarsi fino al Giordano e a Betlemme, il francescano mette a disposizione dei due viaggiatori francesi una guida turca: Ali-Aga, la quale consiglia ai due pellegrini di indossare nuovamente i loro vestiti francesi, poiché essi hanno il potere di suscitare timore e rispetto nei confronti della popolazione del luogo.

I nostri due pellegrini si accingono a partire, ma mentre Chateaubriand si prepara per la partenza, sente un canto salire dalla chiesa del monastero. In quel momento, si ricorda che non solo è il giorno di San Francesco ma è anche il suo onomastico! Allora si precipita a pregare per sua madre, “per colei che un tempo mi aveva dato la vita
In chiesa, si commuove nel vedere questi religiosi cantare lode a Dio in un luogo che dista poco più di 300 passi dal Santo Sepolcro: “Mi sentivo toccato alla vista di questa debole ma invincibile milizia rimasta sola per la custodia del Santo Sepolcro
[13]

Sembrerebbe che lo spirito crociato non si sia ancora spento nell’animo di molti cristiani europei. Mentre, oggi, molti cristiani arabi stanno fuggendo dal Medio oriente: è un esodo che non sembra volere arrestarsi. Dov’è la grande stampa europea cristiana Kattolica? Perché non ci narra delle vere tragedie che si stanno consumando in questi giorni?
Perché i nostri vescovi sono sempre lì a gridare alla chiesa aggredita e non si ricordano di difendere e sostenere le migliaia di cristiani che, non vedendo più possibilità di una vita dignitosa, decidono di emigrare? Perché i nostri vescovi e politici Kattolici sono così tiepidi al riguardo?

Consiglio vivamente la lettura del sito:
http://www.terrasanta.net/ e http://www.custodia.org/ (sito della Custodia di Terrasanta).
E qui mi sento un po’ “Chateaubriand”: davvero non deve essere facile per i frati francescani, ma anche e soprattutto per tutti i cristiani (cattolici e non), vivere in Medio Oriente di questi tempi.

Un altro sito che consiglio, per tutt’altri motivi, è un sito messo in rete dalla Bibliothèque Nationale de France dove è possibile trovare documenti, fotografie e testi che raccontano il Voyage en Orient del XIX° secolo.
http://expositions.bnf.fr/veo/index.htm

NOTE AL TESTO
Le traduzini dei brani qui riportati sono opera della sottoscritta.
[1] Ramla o Ramlé o Al- Ramla da non confondere con Rama vicino a Betlemme. E’ stata la capitale musulmana nel VII sec nell’ l’antica Arimatea. Si trovava sulla strada che da Jaffa (oggi Tel-Aviv Jafo) portava a Gerusalemme. Dal 1948 fa parte dello Stato di Israele e ha preso il nome di Ramlah. La popolazione è sia ebrea che araba. Nel sito della Nakba palestinese, essa è ancora ricordata come terra perduta (http://www.palestineremembered.com/al-Ramla/al-Ramla/SatelliteView.html).
[2] Guida interprete
[3] Chateaubriand, Itinéraire de Paris à Jérusalem, op.cit., pp. 292-293
[4] Chateaubriand, Itinéraire de Paris à Jérusalem, op.cit., pp 389
[5] Si tratta dei “firman”: un firman è un decreto reale emesso dal sovrano di alcuni paesi islamici che includono l’Impero Ottomano, l’Impero moghol o l'Iran durante il periodo monarchico. La parola firman viene dal persiano farmân e significa "décreto" o "ordine". In turco, viene chiamato un ferman. (informazione tratta dal sito fr.wikipedia.org)
[6] Chateaubriand, Itinéraire de Paris à Jérusalem et de Jérusalem à Paris, op. cit. pp. 299
[7] Chateaubriand, Itinéraire de Paris à Jérusalem et de Jérusalem à Paris, op. cit. pp. 281
[8] Chateaubriand, Itinéraire de Paris à Jérusalem et de Jérusalem à Paris, op. cit. pp 419
[9] Chateaubriand, Itinéraire de Paris à Jérusalem et de Jérusalem à Paris, op. cit. pp 413
[10] Chateaubriand, Itinéraire de Paris à Jérusalem et de Jérusalem à Paris, op. cit. pp 415
[11] Vedi nota 5.
[12] Chateaubriand, Itinéraire de Paris à Jérusalem et de Jérusalem à Paris, op. cit. pp 423
[13] Chateaubriand, Itinéraire de Paris à Jérusalem et de Jérusalem à Paris, op. cit. pp 300

sabato 8 marzo 2008

UNA PARENTESI







Foto 1 e 2: Gerusalemme oggi e nel 1854
Foto 3: François-Réné de Chateaubriand (1768-1848)
A 38 anni viaggia in Terrasanta: dal luglio 1806 al maggio 1807
A Gerusalemme: dal 1° ottobre al 16 ottobre 1806
Foto 4: Gustave Flaubert (1821-1880)
A 28 anni viaggia in Oriente dal 29 ottobre 1849 al 15 giugno 1851
A Gerusalemme dall’8 al 23 agosto 1850
Foto 5: Maxime Du Camp (1822-1894)
A 29 anni viaggia in Oriente dal 29 ottobre 1849 al 15 giugno 1851
A Gerusalemme dall’8 al 23 agosto 1850
Foto5 : Pierre Loti (1850-1923)
A 44 anni viaggia in Terra Santa: dal febbraio 1894 all’aprile 1894
A Gerusalemme nella Pasqua del 1894 (dal 26 marzo al 16 aprile)




Quando sono stata a Gerusalemme nel Natale del 2005, non avevo ancora letto l’Itinerario da Parigi a Gerusalemme (1806) di François-Réné de Chateaubriand né il viaggio in Oriente (1848) di Flaubert e di Maxime Du Camp, né tanto meno il diario a Gerusalemme (1894) di Pierre Loti - so che ci sono altri scrittori francesi come Lamartine, Gérard de Nerval e altri che hanno viaggiato in Oriente (oggi Medio Oriente), ma li devo ancora affrontare: sono lì pronti che aspettano.
Avevo tuttavia letto già diversi narratori del 900 e contemporanei: israeliani, ebrei, palestinesi, arabi cristiani e mussulmani e mi ero già documentata su tutta una storiografia presente sul mercato editoriale italiano, cercando più punti di vista: dagli storici israeliani come Benny Morris, Ilan Pappe a quelli palestinesi, compresi gli italiani, gli inglesi, francesi e tanti altri.
Ho inserito nei miei “preferiti” ormai tanti siti: di Israele, Palestina e Terrasanta e del Medio Oriente. Insomma, è da anni che seguo la “questione israelo-palestinese” – così come viene comunemente chiamata – e l’unica risposta che mi sono data alle ragioni della tragedia in atto in Terra di Israele e di Palestina e Terrasanta è quella di sospendere qualsiasi giudizio di parte (chi sono io per farlo?).

Penso che la questione del “conflitto israeliano-palestinese” sia in realtà mal posta: e proverò a spiegare il perché.

Ma torniamo ai libri e alle storie che raccontano altre storie.
Ho trovato che la potenza della narrazione (una forma letteraria che più mi corrisponde ed appassiona, forse perché non sono una storica né per passione né tanto meno per formazione) riesca a far sì che il lettore meglio si immedesimi nell’altro. Di tutta questa “faccenda”, questo aspetto è fondamentale. Senza un’empatia vera e profonda, non è possibile non solo giudicare ma tanto meno provare a dire: questo sì e questo no. Perché qui sta il punto: bisognerà arrivare a dire: questo sì, questo no. Tengo a precisare che nell’immediato, qualsiasi forma di violenza è a mio avviso controproducente: sia quella dell’esercito israeliano sia quella dei combattenti o terroristi o come ognuno decida di chiamarli. E se si segue la logica di chi ha iniziato prima, si deve per forza tornare in Europa (un’Europa estesa anche alla Russia, s’intende!) e negli Stati Uniti.

Qui sta il punto. Ecco perché la “questione israelo-palestinese” è posta male: la lingua delimita una realtà semplificandola. La questione è molto più complessa e se il cittadino europeo e, di conseguenza, il suo rappresentante politico non “sente”, non percepisce la questione come propria, saremo sempre punto a capo. L’Europa non può lasciare agli Stati Uniti la gestione di tutta questa tragedia, essa deve – anzi dobbiamo - , a mio avviso, assumerci tutte le nostre responsabilità. Edward Said, David Grossman, Amos Oz, sebbene con sfumature (a volte sostanziali!) diverse, hanno sempre visto nell’Europa un interlocutore fondamentale.

Nella storia collettiva come in quella individuale si tende – si sa - a scaricare sull’altro tutto il peso delle proprie responsabilità. Ripetiamo all’infinito le semplificazioni di sempre: gli Israeliani sono i buoni perché è da secoli che subiscono, i Palestinesi sono invece i cattivi che tirano le pietre e che si fanno esplodere come bombe, non hanno voluto la pace nel ‘49 e allora adesso di cosa si lamentano? Oppure il contrario: gli Israeliani, o peggio ancora gli Ebrei, sono i cattivi sionisti che perseguono un terrorismo di stato mentre i Palestinesi sono le povere vittime. Allora come se ne esce? Ma soprattutto: noi, in tutto questo, possiamo davvero chiamarci fuori e puntare il dito contro l’uno o l’altro, con tutti gli anatemi annessi e connessi? Ritenendoci magari “superiori” perché non ci siamo impantanati in tanto sangue che sembra non esaurirsi mai ?

Sento bruciare tra i tasti del computer le parole – quando si parla di queste tragedie, tutto diviene incandescente. Meglio dunque proseguire con le mie letture che, se alimentate in tutte le direzioni, possono rischiarare qua e là e aiutare a capire, a sospendere il giudizio di condanna dei buoni e dei cattivi e a rafforzare una “terapia collettiva” che possa aiutare la politica europea a intervenire in termini di giustizia e di pace. La consapevolezza collettiva può, in taluni casi, sostenere la politica ad agire.
Per le parti coinvolte, sarà dolorosissimo, ma come dice Oz, è l’unica via possibile.

E io povera “padanese”, cristiana e cattolica (non Kattolica!) sperduta nell’oceano dei blog, cosa posso fare? Nulla di rilevante e significativo, non ho né la statura né i mezzi. Ma la mia storia mi ha portato qui. Ciò che oggi mi dà un senso è mettere in rete un po’ alla volta le mie riflessioni, traduzioni e sintesi.
Il blog è uno strumento stupendo per la diffusione delle idee e delle informazioni. Per questo, cerco sempre di scrivere la fonte di ciò che traduco e cito, è un segno di rispetto nei confronti di tutti coloro che si imbatteranno nella “mia bibliothèque de nuages” e che vorranno sfogliarne qualche pagina.

ECCO PERCHE' “MI PIACE” VIAGGIARE CON GLI SCRITTORI FRANCESI (ma non solo!)DEL XIX° SECOLO

La lettura dei viaggiatori francesi del XIX° secolo mi ha aiutato a cogliere quel filo potentissimo, ma oggi quasi invisibile o, peggio ancora, per alcuni addirittura inesistente, che da sempre lega la Terra di Palestina, di Israele, di Terrasanta (o come la si voglia chiamare), insomma (!) il Levante, con la nostra vecchia Europa.

La rilettura dei viaggiatori francesi e inglesi del XIX° secolo che ne ha fatto Edward Said, nel suo ormai celeberrimo saggio Orientalismo, mi ha restituito un’immagine di me stessa e della cultura di cui sono intrisa un po’ diversa da come me l’ero, a mia insaputa, costruita nel corso degli anni. Ho provato a cercare di capire. Ho provato ad ascoltare le ragioni dell’altro. Non è un esercizio che mi tocca ferite personali e collettive profonde: lo posso quindi fare perché non sono coinvolta emotivamente in questa tragedia sebbene abiti in Italia. Il caso (?),la Provvidenza (?), Dio (?), l’Eterno (?) mi ha fatto nascere qui a Verona, cristiana e cattolica. Punto. Per trovare me stessa ho dovuto tornare anche a queste origini. Ma ad ognuno la propria storia. Il proprio percorso.

Dopo queste letture mi sono chiesta: quale sguardo occidentale si è venuto a posare (o a violentare?) la Terra d’Oriente? Quanto siamo tutti in qualche modo responsabili di ciò che sta avvenendo in Israele, nei Territori Occupati, in Cisgiordania, a Gaza? Perché noi Europei non siamo consapevoli di questa responsabilità che ci lega a doppia mandata con quella Terra? Perché, a livello di opinione pubblica, si è sempre così ideologicamente divisi?

La lettura di questi libri non solo mi ha restituito la Francia e la Gerusalemme del XIX° secolo, ma mi ha dato l’opportunità di cogliere i cambiamenti di un’epoca. Tre date di viaggio: 1806,1848, 1894. Pochi gli uomini: un aristocratico con il suo domestico (François-Réné de Chateaubriand con Julien), due giovani letterati laici (Gustave Flaubert e Maxime Du Camp) e un militare (Pierre Loti), contemporaneo all’Affaire Dreyfus, alla ricerca di un senso da dare all’esistenza. Viaggiare con loro mi ha offerto una prospettiva che mi ha aperto orizzonti e punti di vista inaspettati in tutte le direzioni.

Nella mia “bibliothèque” sto cercando di riordinare i diversi appunti che ho buttato giù in occasione dei diversi incontri, conferenze che ho tenuto su questo argomento. Non sono un’esperta, e non mi definisco tale. Non sono nemmeno una viaggiatrice di razza. Ma mi è sempre piaciuto viaggiare e poi, per viaggiare o buttar giù qualche appunto, bisogna per forza “essere qualcuno”?

Adesso sto viaggiando con Chateaubriand e sto preparando il post numero 6.
Sono convinta che questo scrittore francese, vissuto a cavallo tra il XVIII° e il XIX° secolo, possa darci oggi più che mai, qualche strumento in più per leggere e cercare di capire, non solo la nostra cara e vecchia Europa, ma anche e soprattutto, la Terra di Palestina, di Israele, di Terrasanta (o come la si voglia chiamare). Forse ci aiuta a comprendere la tessitura fitta di legami che questo lembo di Terra ha con la nostra storia. Si tratta di una testimonianza, a mio avviso, preziosissima poiché ci restituisce lo sguardo che noi cristiani, cattolici (o Kattolici?) abbiamo sempre avuto nei confronti degli Arabi, dei Turchi, ma anche e soprattutto degli Ebrei.

Chateaubriand ragiona per categorie e per appartenenze religiose e culturali. Da un lato c’è la società civilizzata, la Francia, dall’altro ci sono i selvaggi: i popoli del Levante.
Noi Europei cristiani siamo in parte figli anche suoi e siamo così profondamente intrisi di “Chateaubriand” nel bene e nel male, chi più consapevolmente chi meno, che non possiamo chiamarci fuori dalla tragedia che si sta consumando in quella Terra.

Oggi parte di questa terra è divenuta lo Stato di Israele. E il resto cosa sta diventando?
Non so se sono rimasta critica e lucida nei confronti della realtà di Gerusalemme, (se facciamo fatica “noi” a farlo, noi che ce ne stiamo tranquillamente nelle nostre città europee, come possono rimanerlo le persone pienamente coinvolte e che vivono da generazioni e generazioni questo dramma? come possiamo noi puntare il dito contro questo popolo o l’altro? E noi cristiani? Cattolici? O Kattolici? Come ci poniamo nei confronti di tutto ciò?).

Sono convinta che ogni cittadino europeo debba diventare consapevole di questo per poter significativamente partecipare alla costruzione di una pace possibile.
Non mi sento una cristiana infervorata, subisco il fascino unito al dramma di Gerusalemme e della sua storia. O meglio, della nostra storia in quanto appartiene a tutti gli uomini al di là di qualsiasi fede e appartenenza.

Ieri 7 marzo 2008 (ma quante volte è accaduto!), la Gerusalemme ebraica suonava a lutto.
E tutte le altre?

venerdì 1 febbraio 2008

CHRISTIAN BOBIN: UNA LIBRERIA DI NUVOLE, (Lettres vives, 2006).

















In questa Bibliotèque de nuages, sfogliamo pagine che ci parlano della vita intimamente legata alla morte: “ogni giorno può essere l’ultimo: non ce n’è dunque nessuno di insignificante.” Si tratta – come spesso accade nei libri di Christian Bobin - di una sorta di diario senza data, ma segnato dal mutare delle stagioni: il freddo dell’inverno bagna l’inchiostro immerso nella neve delle prime parole, mentre l’oro delle ginestre, anche se non ancora nel pieno dell’estate, colora di un vento luminoso le ultime pagine, quasi a voler scandire con più vigore la rinascita che sta avvenendo.
La scrittura riprende la veste tutta bobiniana ritmata da spazi bianchi intercalati da pensieri e riflessioni che si intrecciano tra loro, fino a creare un unico respiro.
La voce si fa sempre più chiara, nitida, mai ingenua.
La percezione della vita e della morte subisce in queste pagine – e quindi, a mio avviso, anche nella vita dell’autore - profonde trasformazioni. I temi di sempre come la scrittura, la vita , la morte, la contemplazione di ciò che è minuto, insignificante, l’amore per le persone care, l’attenzione per gli uomini e le donne incontrati, tutti questi temi e altri ancora, sembrano entrare in un’altra dimensione, in una vita nuova. Tutto è compiuto. Tutto vive. Ma un nuovo tempo si sta aprendo portando con sé un ulteriore distacco dal mondo necessario a colui che vive e scrive, per immergersi, in modo ancora più “compiuto”, nella sua vita di tutti i giorni. Nella sua nuova vita. Nulla viene abbandonato, tradito o dimenticato.
Il passato, la morte - che ha portato via con sé tante persone amate e care -, il dolore di chi è sopravvissuto, oggi, uniti insieme, possono dare ancora più vigore a ciò che è in vita. Che vive accanto. Dinnanzi.
Forse è per questo che egli può concludere il libro così: “Sento il rumore dei passi sulla ghiaia attorno alla mia tomba. La gioia di morire si avvicina al mio cuore – come un pettirosso mentre sbatte le ali davanti ad una finestra chiusa.
[1]
La scrittura in Bobin aiuta la vita a rinnovarsi, a portare l’estrema attenzione sul mondo, e come sempre, essa non si pone mai al di sopra della vita. Tutt’altro. “Sono talmente felice di legarmi, mentre scrivo, ad altri esseri umani, che quando scrivo sono consapevole degli ossicini e poi della polvere sottile in cui si ridurrà la mia mano destra.”
[2]
Non solo chi scrive è consapevole di quanto tutto sia poca cosa rispetto alla morte, ma sa che la vita è colei che, sola, può dare ragione della scrittura: senza un lettore tutto resterebbe lettera morta: “Le frasi scritte scivolano lungo le pagine verso la tomba dell’ultima parola – fino a quando l’attenzione di un lettore non le sollevi dalla morte.”
[3]
Egli stesso ha sfiorato la morte due volte: giovane ventenne e pochi mesi prima della pubblicazione di questo libro. Leggiamo nelle ultime pagine: “Nel marzo 2006, la mano di Dio nella quale riposa il mio cuore fiducioso, si è improvvisamente contratta. Un dolore ha ferito il mio petto. Il pensiero che quel giorno potesse essere l’ultimo mi ha illuminato.”
[4]
In questa Bibliothèque de nuages ritroviamo volti a lui cari: l’amica Ghislaine, i genitori, gli amici scrittori e poeti: André Dhôtel
[5]e Jean Grosjean[6]. Tutte vite che non abitano più questa terra: per alcuni sono trascorsi molti anni per altri solo qualche mese, come per l’amico poeta Jean Grosjean. Un uomo di lettere cui Bobin si sente profondamente legato e che reputa un vero scrittore: ovvero qualcuno che non chiede al lettore di essere adorato per ciò che scrive, ma che desidera invece donare qualche ragione in più per vivere.
Il Cristo si è impadronito del linguaggio come di una scure di luce per spaccare la legna morta delle anime, poi ha gettato la scure in fondo all’universo, sotto un roveto di stelle dove San Giovanni l’ha ripresa, poi, duemila anni più tardi, Jean Grosjean.”
[7] Un autore, quindi, che usa il linguaggio come fanno i Vangeli che “sono l’unico libro la cui esistenza non umilia le persone prive di una cultura letteraria.”[8].
A questo proposito, tornano alla mente alcune parole che troviamo ne La Lumière du monde (2001)
[9], che indicano il percorso interiore e l’elaborazione del lutto vissuti dall’autore, a seguito della tragica morte di Ghislaine:

“[…] i miei primi libri dicevano l’ombra e la luce insieme, ma in “Più viva che mai”, che racconta la morte di un essere caro, la morte è resa irreale. La sofferenza in me ha lungamente scritto in rosa: ho portato il reale verso il rosa, mi sono messo in uno stato di assenza di gravità, per soffrire di meno. È come se avessi scavalcato il mio dolore chiudendo gli occhi per non vederlo, e ciò ha probabilmente permesso ai lettori di fare la stessa cosa e di attraversare l’impensabile. In realtà, quando ho assistito a quel funerale, ho vissuto un’esperienza quasi insostenibile: all’uscita di chiesa, c’era una campana che suonava. Non sapevo che si potesse fare tanto male all’aria. Come se la campana, per una specie di esperimento scientifico, avesse tolto l’aria fino all’asfissia. Oggi non voglio più sottrarmi al dolore. Voglio scrivere e leggere dei libri che accompagnino realmente in questi momenti, senza eludere la sofferenza, libri che non mi tradiscono e che non rischino di coprire il rintocco a morte.
[10]

Bobin è un accanito lettore che però, negli anni, ha imparato a scegliere: la Bibbia, Emily Dickinson, Teresa D’Avila, Kierkegaard, Giovanni della Croce, il Corano, André Dhôtel, Jean Grosjean sono i volti che abitano “la sua libreria di nuvole”, che ospita anche gli amici vivi come Jean-Marie Kerwich
[11], “un profeta della Bibbia”: “Egli [ci] parla del cielo con una delicatezza pulita da far vergognare il dio distratto che governa i nostri giorni. Va verso il messia a gambe levate come farebbe il gatto dagli stivali.”[12]
Ma la sua libreria non è fatta solo di libri, in essa vi dimorano soprattutto i volti delle persone amate: “Rivedo il volto di mio padre incorniciato da un elmetto di nobili pensieri. Mi stava dinnanzi come un libro prezioso. Imparavo a vivere leggendolo.”
[13]
Leggere. Scrivere. Vivere. Un tutt’uno per Christian Bobin: “Tutto è lettura per me. La parte più grande della mia libreria è nel cielo, coi suoi volumi sparsi di nuvole, mai allo stesso posto.”
[14]

Una bibliothèque de nuages dove oltre alla natura animata da cinciallegre, tortore, farfalle, fiori di tarassaco, ginestre, cardi blu, e altro ancora, ritroviamo i luoghi della memoria uniti a quelli della vita presente. La terra di Borgogna con la cattedrale di Autun, la casa dei nonni a Montpont-en- Bresse, la chiesa romanica di Brancion dove egli assiste ad un bellissimo concerto di arpa ma dove lo stupore gli viene donato da un cardo blu che vede all’uscita
[15] . E ancora la sua Le Creusot con la chiesa dalla volta scrostata di Saint-Charles, il sentiero e la foresta di Saint Sernin, e poi la terra dell’Isère dove è vissuta Ghislaine, e dove si trova la piccola chiesa di Saint Ondras.
Ascolto Bobin seduto nella chiesa di Saint Charles, a Le Creusot, dove abita: “Non cerco Dio nelle chiese. Non lo cerco da nessuna parte, lo guardo venire da tutti i lati nascosto nell’impazienza di un bambino o dietro allo schermo di un cielo grigio. Quel giorno lo intravidi in una manciata di anemoni che bruciavano sull’altare: la loro debolezza (la morte vi aveva già posato l’ombra ormai blu della sua mano) mi parlava della segreta dolcezza che rende la parte più nascosta delle nostre ore semplici, capace di resistere.
[16]

Ed è sempre nella debolezza, nella fragilità che scorge la presenza di Dio, come nella maestosa cattedrale di Strasburgo: “Sono entrato nella cattedrale di Strasburgo. Qualcuno suonava l’organo. Nelle cattedrali c’è solo il vuoto e questo vuoto, a respirarlo, a camminarvi dentro, faceva affiorare in me una grande pace, dappertutto rifiutata in città.” Qui la potenza di Dio non è data dalla statua del Cristo con il petto sanguinante né dalla croce piantata in un cranio che esce dalla terra – idea di uno scultore medievale un po’ cupo - ma dal gesto che egli vede compiere da due bambini di cinque anni: “Mi misi a sedere davanti al coro. Non aspettavo più nulla. Due bambini di quattro e cinque anni, accompagnati dal padre, sfilarono davanti all’altare inarcando il petto. Portavano grandi foglie morte. Da quel tesoro proveniva la loro fierezza. Nell’istante in cui vidi l’increspatura delle foglie, seppi che avevo dinnanzi a me il solo Cristo vivente della cattedrale: quella debolezza del sacro-cuore di foglie morte – stringendo appena un po’ le manine, i bambini avrebbero potuto ridurre tutto in polvere- era il segno evidente di una presenza divina: non più un trionfo, ma un corpo estenuato che la luce delle candele attraversava come una vetrata.
[17]

Oltre alle grandi cattedrali o alle piccole chiese di campagna, Bobin ci accompagna anche nei luoghi abitati dai morti: nel cimitero di Provins (nell’Ile-de-France), dove è sepolto l’amico scrittore André Dhôtel oppure dove riposano in pace la sua madrina e l’amato amico Jean Grosjean. Ma come le nuvole che sempre mutano di luogo e di forma, così i ricordi, i volti e i luoghi si trasformano nello spazio e nel tempo per rimanere comunque impressi nel presente, come accade per la casa dei nonni: “Davanti alla casa di Montpont-en-Bresse, hanno lasciato agonizzare un mendicante per tutta la notte in un fossato. Ero piccolo, imparavo a leggere il libro nero del mondo, quello del quale gli uomini scrivono una riga ogni volta che si assentano dalla loro anima. Ogni persona ha la propria croce: e non smette di colpirsi.”
[18]

Nei ricordi abitano anche persone incontrate per un solo attimo o un solo giorno, come ad esempio il rigattiere di Louhans con il suo arlecchino; oppure un muratore e una donna delle pulizie, vere icone della vita contemplativa; ma c’è anche l’avara fiorista che vende fiori appassiti davanti ai cimiteri ravvivandoli con un po’ d’acqua
[19] e che ricorda l’allegoria dell’avarizia della cattedrale di Autun, oppure il monaco incontrato nel chiostro di Saint-Guilhem-le-Désert[20], infastidito dalla neve (cosa imperdonabile agli occhi di Bobin!) e le due piccole suore di Port-Royal[21] che come due tortore camminano a piccoli passi nel giardino del convento.

La vita contemplativa è la sola, ciascuno la sente, anche coloro che più sono immersi nella vena della vita materiale.”
[22]


NOTE AL TESTO
Le parti relative al testo Bibliothèque de nuages e agli altri libri di Bobin inediti in Italia sono stata tradotte dalla sottoscritta.
Foto 1: Une bibliothèque de nuages nell’edizione Lettres vives, 2006.
Foto 2: poeta, scrittore e traduttore Jean Grosjean (1912-2006).
Foto 3: chiesa di Saint-Charles a Le Creusot dove vive Christian Bobin, in Borgogna.
Foto4: Cattedrale Saint-Lazare di Autun, in Borgogna
Foto 5: interno della Cattedrale Saint-Lazare di Autun, in Borgogna.
Foto 6: chiesa romanica di Brancion, in Borgogna.
Foto 7: Vista panoramica del villaggio di Saint-Guilhem-le-Désert, situato sul cammino di San Giacomo di Compostela, nel sud della Francia vicino a Montpellier.
Foto 8: Lydie Dattas, scrittrice francese, autrice del libro La luce del mondo.



Note al testo:
[1] Une bibliothèque de nuages, Lettres Vives, 2006, p. 63. Il libro non è ancora stato pubblicato in Italia, le traduzioni dei brani citati sono di chi scrive.
[2] Une bibliothèque de nuages, Lettres Vives, 2006, p. 8.
[3] Une bibliothèque de nuages, Lettres Vives, 2006, p. 57.
[4] Une bibliothèque de nuages, Lettres Vives, 2006, p. 61.
[5] André Dhôtel è uno scrittore francese nato il 1° settembre 1900 à Attigny (Ardennes, Francia), e morto il 22 luglio 1991 à Parigi. Conosciuto dal grande pubblico per il romanzo Le Pays où l'on n'arrive jamais (1955, Prix Femina). (http://www.andredhotel.org/)
[6] Jean Grosjean (Parigi 21 dicembre 1912 - Versailles 10 aprile 2006): è il poeta dell’ora intima famigliare, traduttore di Eschilo, dei testi biblici. Ha abbracciato il sacerdozio all’età di 27 anni, per lasciarlo dopo 11 anni. Militare in Libano, poi nel 36-37 viaggia in Siria, Palestina, Egitto. Nel 1939, a 27 anni viene ordinato prete. Prigioniero nel campo di Sens, incontra André Malraux, mentre nella Pomerania (regione situata al sud del Mar Baltico, che comprende parte della Germania e della Polonia), incontrerà Gallimard a cui rimarrà legato da una profonda amicizia. Dopo la guerra, farà parte della redazione e del comitato di lettura della casa editrice Gallimard. Si sposa e va a vivere nell’Aube (Champagne-Ardenne), dedicandosi a lavori di traduzioni: Eschilo, Shakespeare, il Corano, la Bibbia. Nel 1989, fonda con Jean-Marie Le Clézio la collana presso Gallimard “L’Aube de peuples”. E’ autore di diverse raccolte di poesie uscite presso le edizioni Gallimard. (fonti: www.gallimard.fr e http://fr.wikipedia.org/wiki/Jean_Grosjean)
[7] Une bibliothèque de nuages, Lettres Vives, 2006, p. 12.
[8] Une bibliothèque de nuages, Lettres Vives, 2006, p. 39.
[9] La luce del mondo è stato pubblicato sei anni dopo la morte di Ghislaine, mentre Più viva che mai è stato pubblicato appena un anno dopo. La luce del mondo è un libro scritto quasi a quattro mani: la scrittrice Lydie Dattas trascrive il dialogo avuto con Chrisian Bobin, tutto alla prima persona, senza le domande e le risposte tipiche di un’intervista. Penso che senza una profonda amicizia e stima tra i due scrittori, il libro non avrebbe mai potuto prendere questa forma.
[10] La luce del mondo, Gribaudi, 2006, p. 41
[11]Jean-Marie Kerwich, scrittore gitano francese, autore del libro L’angelo che zoppica, pubblicato nel 2005 da Le Temps qu’il fait.
[12] Une bibliothèque de nuages, Lettres Vives, 2006, p. 26.
[13] Une bibliothèque de nuages, Lettres Vives, 2006, p. 21
[14] Une bibliothèque de nuages, Lettres Vives, 2006, p. 39
[15] Une bibliothèque de nuages, Lettres Vives, 2006, p. 44
[16] Une bibliothèque de nuages, Lettres Vives, 2006, p. 14-15
[17] Une bibliothèque de nuages, Lettres Vives, 2006, p. 9-12
[18] Une bibliothèque de nuages, Lettres Vives, 2006, p. 27
[19] Une bibliothèque de nuages, Lettres Vives, 2006, p. 52
[20] Il villaggio di Saint-Guilhem-le-Désert è situato sul cammino di San Giacomo di Compostela, nel sud della Francia vicino a Montpellier.
[21] Une bibliothèque de nuages, Lettres Vives, 2006, p. 26
[22] Une bibliothèque de nuages, Lettres Vives, 2006, p. 55

sabato 12 gennaio 2008

FRANÇOIS-RÉNÉ DE CHATEAUBRIAND: UN ARISTOCRATICO A GERUSALEMME – 1806 (5^ parte) : VERSO GERUSALEMME
















Il tre ottobre del 1806 alle quattro del pomeriggio, François-Réné de Chateaubriand (con i domestici, un padre custode dell’Hospice des Pères di Giaffa e due arabi), si mette in viaggio per raggiungere Gerusalemme. Attraversa la pianura di Saron tra Giaffa e Cesarea, passa per molti villaggi tra i quali Al-Ramleh (da non confondere con Ramallah), Lod, Latroun (Larron), il “villaggio di Geremia detto anche Abu Gosh o El Qarya”, e il villaggio di Keriet-Lefta[1]. Raggiungerà Gerusalemme solo a mezzogiorno e ventidue minuti del giorno successivo, il 4 ottobre. (In questo caso, il nostro aristocratico francese è stato davvero preciso nel riportare la data del suo arrivo nella città santa!).
Per descrivere la strada da Giaffa a Gerusalemme e non solo, Chateaubriand si avvale degli storici e dei viaggiatori che l’hanno preceduto; tra cui il barone Deshayes, inviato nei luoghi santi da Luigi XIII, il padre gesuita Père Néret (XVIII secolo) e il conte di Volney[2] (1757-1820). Sarà una costante del suo viaggio citare i suoi predecessori per informare il lettore su tutto ciò che incontra e vede: l’origine del nome di Giaffa, la storia di Gerusalemme, la descrizione dei luoghi santi, la storia delle crociate o del Santo Sepolcro, e molto altro ancora. Tra i tanti personaggi che cita, non può non ricordare il Tasso con la sua Gerusalemme liberata e Napoleone Bonaparte, che prese d’assalto con i suoi soldati la città di Giaffa nel 1799.
Per gli Arabi, il ricordo del grande imperatore francese è ancora vivissimo: sono trascorsi solo cinque anni dalla Campagna d’Egitto, quando Chateaubriand incontra, sulla strada per Gerusalemme, alcuni piccoli beduini che marciano al grido di “En avant! Marche!” in lingua francese. Un’immagine che gli rimarrà talmente impressa che egli concluderà le pagine del suo itinerario proprio con questo ricordo; vedere come questi giovanissimi beduini si divertano ad imitare i grandi soldati francesi è qualcosa che lo riempie di un grande orgoglio e gli regala una gioia simile a quella che deve aver provato Robinson Crusoe quando ha sentito parlare il suo pappagallo! Eccoci davanti a uno dei tanti atteggiamenti colonialisti dell’aristocratico francese che Edward Said non poteva non evidenziare:


[per Chateaubriand] L’arabo d’Oriente era un “uomo civile ricaduto nello stato selvaggio”: nessuna meraviglia, quindi, che, osservando gli arabi sforzarsi di parlare francese, il nobile viaggiatore si sentisse come Robinson Crusoe, stupefatto all’udire il suo pappagallo pronunciare la prima parola.[3]

Ma proviamo a viaggiare insieme al trentottenne François e immaginiamoci come poteva essere quella terra ben 202 anni fa! Siamo sulla strada che da Giaffa, a quel tempo, portava a Gerusalemme:

Tuttavia avvicinandosi a San Geremia, fui un po’ consolato da uno spettacolo inatteso. Greggi di capre dalle orecchie cadenti, montoni dalle grandi code, asini che ricordavano per bellezza l’onàgro delle Scritture, uscivano dal villaggio al sorgere dell’aurora. Donne arabe facevano seccare l’uva nelle vigne: qualcuna aveva il viso coperto da un velo e portava sul capo un vaso colmo d’acqua, come le figlie di Madian[4]. Alle prime luci del giorno, dal borgo delle case, saliva un fumo bianco come vapore; si sentivano voci confuse, canti, grida di gioia. Quella scena creava un gradevole contrasto con la desolazione del luogo, e i ricordi della notte.
La nostra guida araba aveva ricevuto anticipatamente il diritto che la tribù esige dai viaggiatori; e noi passammo senza ostacolo. D’un tratto fui colpito da queste parole pronunciate distintamente in francese: “En avant: Marche!”. Volsi il capo e scorsi una truppa di piccoli Arabi tutti nudi che si esercitavano con dei bastoni di palme. Non so quale vecchio ricordo della mia prima vita mi tormenti: e quando mi si parla di un soldato francese, mi batte il cuore; ma vedere dei piccoli Beduini nelle montagne della Giudea imitare le nostre esercitazioni militari e serbare il ricordo del nostro valore; sentirli pronunciare quelle parole che sono, per così dire, le parole d’ordine dei nostri eserciti, e le sole che conoscano i nostri granatieri: ci sarebbe stato di che emozionare un uomo meno innamorato di me della gloria patria. Non mi spaventai come Robinson quando sentì parlare il suo pappagallo, ma rimasi affascinato non meno del famoso viaggiatore. Diedi qualche moneta turca al piccolo battaglione, dicendogli: “En avant: Marche!”. E per non dimenticare nulla, gli gridai : “Dio lo vuole! Dio lo vuole!” come i compagni d’armi di Goffredo e di San Luigi.
[5]

E finalmente, eccolo scorgere Gerusalemme:

[…] Improvvisamente all’estremità dell’altopiano, scorsi una linea di mura gotiche fiancheggiate da torri squadrate, dietro alle quali emergevano alcune punte di edifici. Ai piedi delle mura, appariva un campo di cavalleria turco, in tutta la sua pompa orientale. La guida gridò “El-Cods!” La Santa (Gerusalemme) e fuggì al gran galoppo[6]

(La traduzione dei brani tratti dall'Itinéraire è opera della sottoscritta!)

Foto 1: Gesuiti verso la Terra Santa nel XVIII° sec.
Foto 2: Il conte di Volney, (1757-1820)(per saperne di più: http://www.jerusalem-pedibus.net/site_fr/index_fr.html?http&&&www.jerusalem-pedibus.net/site_fr/volne_fr.html) Foto 3 : Réné-François de Chateaubriand (1768-1848)
Foto 4: Edward Said (1935-2003)
Foto 5: I pastori 1931 – http://www.eliaphoto.com/
Foto 6: Prendere acqua alla fonte 1935 – http://www.eliaphoto.com/
Foto 7: Macellazione dell’agnello 1930 – http://www.eliaphoto.com/
Foto 8: Ragazzo beduino 1935 – http://www.eliaphoto.com/
Foto 9: Ogràno (Asino selvatico: equus emonius)


NOTE AL TESTO

Le citazioni dall'opera di Chateaubriand sono state tradotte da me.

[1] Nella traduzione riporto i nomi dei villaggi così come sono trascritti nel libro di Chateaubriand. In Israele, oggi, Giaffa fa parte del più ampio comune di Tel Aviv (Tel Aviv-Yafo)
[2] Il conte di Volney, (1757-1820), filosofo e orientalista, verso la fine del XVIII secolo, a 25 anni, intraprende un viaggio verso il levante che durerà 5 anni. Al suo ritorno pubblicherà Voyage en Syrie et en Egypte. Tale opera ebbe un grande successo e fu un punto di riferimento per Bonaparte e i suoi ufficiali durante la Campagna d’Egitto.
[3] Edward Said, Orientalismo, Feltrinelli 2006, p. 173.
[4] Esodo II, 16-17
[5] Chateaubriand, Itinéraire de Paris à Jérusalem, op.cit., p. 295-296
[6] Chateaubriand, Itinéraire de Paris à Jérusalem, op.cit., p. 297

sabato 22 dicembre 2007

FRANÇOIS-RÉNÉ DE CHATEAUBRIAND: UN ARISTOCRATICO A GERUSALEMME – 1806 (4^ parte) SBARCO A GIAFFA













Foto1 - Jafa Port (1936 – http://www.eliaphoto.com/)
Foto 2 - Jafa Port (1936 – http://www.eliaphoto.com/)
Foto 3 - Jafa bringing goods (http://www.eliaphoto.com/)
Foto 4 - Jafa Caravan (http://www.eliaphoto.com/)
Foto 5 - Monastero di San Saba (1934 – http://www.eliaphoto.com/)
Foto 6 - Monastero di San Saba oggi in Cisgiordania
Foto 7 - Il Mar Morto (2006)
Foto 8 - Il deserto lungo le rive del Mar Morto (2006)

Dopo una traversata durata tredici giorni da Costantinopoli, Chateaubriand sbarca a Giaffa il 1°ottobre del 1806, con il suo domestico Julien: “Giaffa presenta solo un brutto ammasso di case radunate in cerchio e disposte ad anfiteatro sul pendio di una costa rialzata[1]”: così Chateaubriand ci descrive la città dalla nave. Il minareto della moschea si mostra chiaro al suo orizzonte, ma ogni cosa, per lui, esiste in funzione del Vangelo e delle Sacre Scritture: la terra è lì per dare testimonianza degli avvenimenti divini che vi sono accaduti e la stessa popolazione autoctona è funzionale alla grandezza evangelica. Infatti, prima ancora di sbarcare a Giaffa, incontriamo l’Arabo che la scrittura di Chateaubriand trasfigura: non un uomo qualunque che si dà da fare per portare a casa qualche moneta grazie ai viaggiatori venuti a visitare la sua terra, ma un rappresentante della razza Araba che, in attesa del vascello, ha il grande privilegio di calpestare la riva che, un tempo, è stata testimone dei miracoli di Gesù.

L’Arabo, che erra su questa costa, segue con occhio avido il vascello che passa all’orizzonte: attende le spoglie del naufrago sulla stessa riva in cui Gesù Cristo ordinava di dar da mangiare agli affamati e vestire gli ignudi. […]
Dei caicchi avanzarono presto da tutte le parti, per cercare i pellegrini: i vestiti, i tratti, la carnagione, l’aspetto del loro volto, la lingua dei padroni di queste imbarcazioni, mi annunciarono subito la razza araba e la frontiera del deserto. […]
Gli Arabi dalla riva procedettero nell’acqua fino alla cintura, al fine di caricarci sulle loro spalle.
[2]

L’occhio “avido” mostra già tutto il pregiudizio dell’occidentale. Degli Arabi è bene non fidarsi, è Padre Giovanni dell’Hospice des Pères di Giaffa a dirlo: egli consiglia al nobile pellegrino francese e al suo domestico Julien, di rimanere sempre guardinghi nei confronti della popolazione locale. I due viaggiatori, infatti, devono sapere che gli Arabi si manifestano gentili con i turisti, solo per depredarli meglio; quindi, per raggiungere Gerusalemme, è prudente che indossino gli abiti dei pellegrini e che tengano nascoste le armi sotto le vesti. Ma non è per la strada verso Gerusalemme che i due stranieri saranno aggrediti dai beduini del deserto, ma nel cammino verso il Mar Morto nei pressi del convento greco-ortodosso di Mar-Saba: fortunatamente tutto si risolve al meglio, grazie all’intervento della loro scorta e del monaco greco ortodosso.
Fascino, paura, disprezzo sono i sentimenti che Chateaubriand prova nei confronti degli Arabi di cui subisce, a tratti, il fascino: l’immagine più orientale e poetica di questo popolo, egli l’esprime quando una notte, mentre riposa in riva al Mar Morto, vede degli arabi seduti in cerchio con i fucili deposti al fianco che, assorti, ascoltano il racconto dello scheick: nel loro atteggiamento, vede confermata la grande passione che gli arabi e i beduini del deserto hanno per il racconto[3]. Anche il giovane Maxime Du Camp, circa quarant’anni dopo, subirà lo stesso fascino.

"Tutto ciò che si dice della passione degli Arabi per il racconto è vero, e ne citerò un esempio: durante la notte che avevamo appena trascorso sul greto del Mar Morto, i nostri Betlemmiti stavano seduti attorno al fuoco, i fucili distesi a terra al loro fianco, i cavalli attaccati a dei paletti che formavano, all’esterno, come un secondo cerchio. Dopo aver bevuto il caffè e parlato molto assieme, quegli Arabi caddero in silenzio, fatta eccezione per lo scheick. Vedevo, al bagliore del fuoco, i gesti espressivi, la barba nera, i denti bianchi, le svariate forme che faceva la sua veste mentre questi continuava il racconto. I compagni lo ascoltavano con un’attenzione profonda, tutti protesi in avanti, il viso verso la fiamma, a volte gettando un grido di ammirazione, a volte ripetendo con enfasi i gesti del narratore; teste di alcuni cavalli venivano in avanti al di sopra del gruppo e si disegnavano nell’ombra, finendo col donare a quel quadro il più pittoresco dei tratti, soprattutto allorquando veniva ad aggiungersi un angolo del paesaggio del Mar Morto e delle montagne della Giudea.
Avevo studiato con tanto interesse sulla riva dei laghi le orde americane, ma quale altra specie di selvaggi potevo contemplare qui!
Avevo sotto gli occhi i discendenti della razza primitiva degli uomini, li vedevo con le stesse usanze che hanno conservato dai giorni di Agar e di Ismaele."
[4]

Nonostante l’ammirazione che prova nei confronti di questo quadro dipinto nel deserto, Chateaubriand manifesta un sentimento di superiorità nei confronti degli Arabi - abitanti del luogo - che restano, comunque per lui, dei “selvaggi”. Lo si percepisce, a mio avviso, anche dalle semplici descrizioni che ci offre in altri punti del suo Itinéraire: gli uomini hanno un portamento nobile e fiero ma i loro denti ricordano quelli degli sciacalli; le donne sono belle se osservate da lontano ma non da vicino, anche se si avverte qualcosa di delicato nei loro modi – Solo l’antica origine della stirpe sembra aggiungere gradi di nobiltà ai “selvaggi” che l’aristocratico incontra in Palestina:

Avevo sotto gli occhi i discendenti della razza primitiva degli uomini, li vedevo con le stesse usanze cha hanno conservato dai giorni di Agar e di Ismael; li vedevo nello stesso deserto che era stato assegnato loro da Dio in eredità: Moratus est in solitudine, habitavitque in deserto Pharan [5]. Li incontravo nella valle del Giordano ai piedi delle montagne di Samaria, sui sentieri di Ebron, nei luoghi in cui la voce di Giosuè fermò il sole, nei campi di Gomorra ancora fumanti della collera di Jéhovah, e che consolarono in seguito le meraviglie misericordiose di Gesù Cristo. Ciò che distingue soprattutto gli Arabi dai popoli del Nuovo Mondo, è che attraverso la natura rude dei primi si avverte tuttavia qualcosa di delicato nei loro costumi, si sente che sono nati in questo Oriente da dove sono emerse tutte le arti e tutte le scienze, tutte le religioni."[6]

Qualche riga più in là, Chateaubriand propone un parallelismo rivelatore tra il “selvaggio” che ha incontrato durante il viaggio in America e il “selvaggio” di Palestina: l’arabo. Entrambi sono selvaggi, ma con dei distinguo: se l’americano deve ancora raggiungere lo stato di civiltà, l’arabo l’ha già raggiunto ma anche già perduto.
Il selvaggio Americano non è ancora giunto allo stato di civiltà, tutto presso l’Arabo indica l’uomo civilizzato ricaduto nello stato selvaggio[7]”.
Lo sguardo dell’aristocratico francese è lo sguardo del colonialista che considera inferiori i popoli che ha incontrato durante i suoi viaggi. Ma, ai suoi occhi, se i selvaggi d’America sono stati resi più civili dalla religione cristiana, quelli di Palestina, proprio perché hanno rifiutato la vera religione - nonostante il grande privilegio di essere nati nella Terra scelta da Dio per la sua Incarnaziome – sono ricaduti nello stato selvaggio.

I temi sono attualissimi. A questo riguardo, il libro dell’intellettuale palestinese Edward Said, Orientalismo è un contributo preziosissimo per capire, riflettere, cercare di considerare le diverse sfaccettature della complessa questione.
Io stessa, dopo aver mentalmente viaggiato con alcuni viaggiatori d’Oriente in Palestina - l’aristocratico Chateaubriand nel 1806, i due borghesi intellettuali Maxime Du Camp e Gustave Flaubert nel 1849-51, e l’ufficiale militare Pierre Loti nel 1894 - ho avvertito la necessità di andare a rileggermi l’intellettuale arabo-palestinese, per cercare di capire quanto ancora questo sguardo sull’Oriente influenzi, a volte quasi inconsciamente, il nostro modo di guardare l’altra sponda del Mediterraneo, sebbene siano trascorsi più di due secoli.
Riporto di seguito alcuni stralci del suo libro, che chiariscono le intenzioni dell’autore e del suo studio:

"Orientalismo: vale a dire un modo di mettersi in relazione con l’Oriente, basato sul posto speciale che questo occupa nell’esperienza europea occidentale. L’Oriente non è solo adiacente all’Europa; è anche la sede delle più antiche, ricche, estese colonie europee; è la fonte delle sue civiltà e delle sue lingue; è il concorrente principale in campo culturale; è uno dei più ricorrenti e radicati simboli del Diverso. E ancora, l’Oriente ha contribuito, per contrapposizione, a definire l’immagine, l’idea, la personalità e l’esperienza dell’Europa (o dell’Occidente). Nulla, si badi, di questo Oriente può dirsi puramente immaginario: esso è una parte integrante della civiltà e della cultura europee persino in senso fisico.”[8]

Orientalismo: “Quasi tutto ciò che essi [Napoleaone e Lesseps[9]] sapevano dell’Oriente veniva dai libri appartenenti alla tradizione orientalista, dagli scaffali della relativa biblioteca di “idées reçues”; […], l’Est in carne e ossa era qualcosa che si poteva incontrare e affrontare perché i testi rendevano possibile tale esperienza. Si trattava di un Oriente muto, utilizzabile dall’Europa per la realizzazione di progetti, che coinvolgevano, senza mai renderle partecipi, le popolazioni indigene, incapace di opporre resistenza ai piani, ai significati, e persino alle mere descrizioni che a esso venivano sovrapposte.”[10]

"Orientalismo è un ripensamento di quello che per secoli è stato ritenuto un abisso invalicabile tra Oriente e Occidente. Il mio scopo non era tanto eliminare le differenze – chi mai può negare il carattere costitutivo delle differenze nazionali e culturali nei rapporti tra esseri umani? – quanto sfidare l’idea che le differenze comportino necessariamente ostilità, un assieme congelato e reificato di essenze in opposizione, e l’intera conoscenza polemica costruita su questa base. Ciò che auspicavo era un nuovo modo di leggere le separazioni e i conflitti che avevano provocato ostilità, guerre e l’affermarsi del controllo imperialista.”[11]

Edward Said, (un sito utile per saperne di più: http://www.rainews24.it/ran24/rubriche/incontri/autori/said.asp) in Italia, non è ancora noto al grande pubblico, è conosciuto tra le persone che si occupano di Medio Oriente, e nemmeno tra tutte! In Israele, è stato sicuramente quasi più letto che in Palestina/Territori Occupati in quanto lo stesso Arafat aveva proibito la diffusione dei suoi libri.
Nel saggio, Said ripercorre il viaggio e lo sguardo dei diversi viaggiatori occidentali in Oriente. Si sofferma a parlare di Chateaubriand, molto del viaggio in Egitto e Palestina di Flaubert con l’amico Maxime Du Camp, ma gli sfugge l’antisemitismo di Pierre Loti. Forse Said non aveva letto il suo diario a Gerusalemme dove Loti si lascia andare a delle forme di antisemitismo davvero impressionanti. Siamo nella primavera del 1894, dopo qualche mese scoppierà l’Affaire Dreyfus e Pierre Loti, non dimentichiamolo, è un militare.
Oggi in Francia si assiste, da parte di alcuni critici, ad una rivalutazione di questo scrittore minore che tanto impressionò Van Gogh e già molte sono le voci che si stanno sollevando contro, soprattutto quella gli Armeni di Francia; ma riprenderò l’argomento quando, in un altro post, mi occuperò del pellegrinaggio di Pierre Loti in Terra Santa.

Qualche giorno fa, mi è capitato di leggere un articolo sulla rivista Terrasanta del giurista e storico palestinese prof. Abdul Hadi che collabora al Palestinian Academy Society for the Study of Interbational Affairs (Passia, http://www.passia.org/) e pensavo a quanto ancora ci sia in noi Europei un po’ (solo un po’?) di Chateaubriand nei confronti degli Arabi di Palestina, sebbene siano trascorsi due secoli.
Alla domanda: “Che cosa vi aspettate dall’Europa?”, il professore risponde: “ Quel che è andato storto finora fra i palestinesi e l’Europa è che gli europei non ci hanno trattato come partner. Hanno adottato il rapporto di sudditanza che c’è fra donatori e beneficiari: con il paternalismo dei finanziatori che danno fondi senza preoccuparsi eccessivamente di formare degli esperti che diventino autonomi. Oggi tutto questo può cambiare: ci vorrà molto tempo , ma ci aspettiamo che l’Europa possa aiutare i palestinesi ad aiutare se stessi nel realizzare quei valori che hanno fatto grande la storia europea:libertà, solidarietà, uguaglianza, indipendenza, democrazia, formazione, Stato di diritto”
(Rivista di Terrasanta, numero 6, novembre-dicembre 2007, p. 18 - http://www.terrasanta.net/)

La strada è decisamente in salita.


N.B.
Tutti sappiamo quanto la questione di Israele e Palestina sia complessa e dolorosa per i due popoli. Parlare di “muro” o di “barriera difensiva” dà già il punto di vista che si è scelto nel definire ideologicamente la realtà di cui si parla.
Quando scrivo del viaggio di Chateaubriand in Palestina, intendo la Palestina geografica, ovvero la Palestina del XIX secolo ancora sotto il dominio dell’Impero Ottomano.
Oggi la Palestina come Stato vero e proprio non esiste ancora: esiste invece l’Autorità Nazionale Palestinese che controlla i Territori occupati (ovvero la Cisgiordania/West Bank) e Gaza (che oggi è per lo più sotto il controllo di Hamas in forte tensione con l'ANP).
Giaffa, sin dal 1948, fa parte dello Stato di Israele.

[1] Chateaubriand, Itinéraire de Paris à Jérusalem et de Jérusalem à Paris, Suivi du Journal de Julien, Gallimard, Folio classique, juin 2005. Edition et commentaires de J.-C. Berchet, p. 280
[2] Chateaubriand, Itinéraire de Paris à Jérusalem et de Jérusalem à Paris, op. cit. p. 280
[3] Chateaubriand, Itinéraire de Paris à Jérusalem et de Jérusalem à Paris, op. cit. pp. .331-332
[4] Chateaubriand, Itinéraire de Paris à Jérusalem et de Jérusalem à Paris, op. cit. pp. 331-332
[5] Genèse XXI, 20-21: “Ismael abiterà lontano dai paesi abitati (…) stabilì il suo soggiorno nel deserto di Pharan” Chateaubriand, Itinéraire de Paris à Jérusalem… op. cit. p. 693 (nota)
[6] Chateaubriand, Itinéraire de Paris à Jérusalem…op. cit. pp. 332
[7] Chateaubriand, Itinéraire de Paris à Jérusalem…op. cit. pp. 333
[8] Edward Said, Orientalismo, Feltrinelli, 2001, pp.11-12.
[9]Ancor oggi è viva la querelle per l’attribuzione del progetto tecnico del Canale di Suez tra il francese Ferdinand de Lesseps e l’italiano Luigi Negrelli.
Napoleone il 19 maggio 1798 si imbarca a Tolone per l’Egitto, portando con sé 170 “savants”: si tratta della celeberrima campagna d’Egitto. Gli archeologi, gli astronomi, linguisti, storici e botanici che si erano aggiunti alla spedizione avevano come unica giustificazione quella di dare un supporto intellettuale e attirare la buona considerazione dell’Istituto nei confronti del futuro Napoleone.
[10] Edward Said, Orientalismo, Feltrinelli, 2001, pp.99.
[11] Edward Said, Orientalismo, Feltrinelli, 2001, dalla postfazione






martedì 11 dicembre 2007

LUCI ACCESE di Bella Chagall: cap.XIII REGALI DI HANNUKKAH



Una volta la mamma mi ha detto che ero nata ad Hannukkah, nel giorno della quinta candela.
Ma chi è che lo sa a casa nostra?
Nessuno dei fratelli pensa minimamente al giorno in cui è venuto al mondo.
“Ebbene? nasciamo! Una novità nel villaggio! E allora?” I fratelli ridono. “Cosa vuoi? Nascere un’altra volta?”
Papà esplode: “Cos’è? Così all’improvviso un’altra festa?... Solo una mente profana poteva inventarsela!”
Allora ad Hannukkah ero tutta contenta soltanto per le due monete da 10 copechi – i nostri “soldi di Hannukkah” – che noi piccoli, ricevevamo dal papà e dal nonno.
Con quei soldi, avremmo noleggiato una slitta e saremmo andati in passeggiata. Ogni giorno saremmo stati pronti per una passeggiata con un vero cavallo!
Così, quelle due monete d’argento suonavano e cantavano ai nostri orecchi come le campanelle della slitta che ci avrebbe portato in giro per la città.
Particolarmente brillante era la moneta d’argento del nonno; si sarebbe potuto credere che l’aveva fatta lucidare proprio per Hannukkah.
Di mattina presto, la vigilia di Hannukkah, ricordo che io e Abrachka correvamo verso la casa del nonno.
Se dorme ancora, lo sveglieremo. Forse si è completamente dimenticato che in giro per il mondo è Hannukkah?
Il nonno vive, per il tempo che gli rimane, in una via – ma come è potuto accadere? – interamente non ebrea. Si chiama Offitserskaia, la via degli Ufficiali. Probabilmente abita in questa via perché, non lontano, si trova la grande corte circondata dalle sinagoghe.
È una via di casettine bianche, completamente bianca. La via più tranquilla della città. Nessun negozio, nessuna confusione. Ci si potrebbe veramente addormentare. Persino una risata – in mezzo alla strada - non sarebbe possibile. Da dietro i vasi di fiori posti come sbarre alle finestre, affiorano i copricapo fioriti delle vecchie nonne. Scuotono il capo:
“Birbanti! Smettetela di ridere!” Come se in tutte quelle casette stessero a letto nonni ammalati.
Sono talmente basse che probabilmente ci si può stare soltanto a letto. Ma se un uomo alto volesse rimanerci in piedi? Dovrebbe piegarsi in due. Probabilmente è per questa ragione che mio nonno e mia nonna diventano ogni anno sempre più piccoli.
Altre casettine si sono completamente abbassate. I vecchietti che vivono laggiù sembrano crescere nella terra, e non sappiamo se i vasi di fiori che se ne stanno alle finestre vengano su direttamente dalla terra.
Dall’interno, non si vede e non si sente il minimo rumore.
Le casette sono tutte avvolte nella neve come soffici coperte calde. I muri chiusi su se stessi, come sordi. Il vento soffia la neve dentro le finestre, riempie le fessure, eppure le vecchie tende di pizzo non si muovono. Il fumo dei camini vaga liberamente come un ubriaco attraverso i tetti. Il vento si spinge da tutte le parti, si distende in lungo e in largo uscendo con forza fuori dai camini, come se ci fosse troppo caldo dentro le case che sembrano sciogliersi sotto la neve: sotto un bianco sudore.
“Allora, sognatrice addormentata! Cos’hai da guardare da tutte le parti?” scoppia a ridere di colpo Abrachka.
All’improvviso, dall’altra parte della via, mi lancia una risata sonora e palle di neve.
“Sei matto! Smettila di gridare! Si precipiteranno tutti fuori dalla porta!”
“Con questo freddo? Scommettiamo! Cosa scommetti?”
Dietro a un recinto, si erige un albero tutto bianco. Un vecchio albero, probabilmente. La neve gli si è adagiata sopra come le dozzine di cuscini sul letto della nonna. I rami la reggono a fatica.
Abrachka sale sul muretto, si arrampica sull’albero e lo scuote.
L’intero albero oscilla. Blocchi di neve cadono come pietre.
Un ramo nudo cede e si spezza.
“Brutta bestia! Non c’è abbastanza neve nella strada? Cosa ti fa se se ne sta adagiata sull’albero?
“L’albero è mio quanto tuo! Saresti una sua parente?”
Ho voglia di precipitarmi in una di quelle casettine, poco importa a casa di chi. Forse dietro alla porta c’è una nonna vecchiotta e posso nascondermi da Abrachka, sotto le sue sottogonne di stoffa.
La casa del nonno si trova in fondo alla via. Una piccola casetta come tutte le altre. Gli stessi vasi gremiti di fiori, le stesse imposte ben tagliate, sagomate come dolci di zucchero d’orzo; la neve stipata nelle piccole fessure e sul tetto, lo stesso fumo.
Eppure questa piccola casetta sembra più bianca e più calda di tutte le altre.
Abrachka appena è davanti alla porta, tira il cordone del campanello. Il campanello emette una tosse roca e ripiomba nel silenzio.
“Ah è così! Siete già qui bambini? Mi stavo preparando per andare al mercato e sono già qui per i soldi di Hannukkah!” È Frida! La vecchia cuoca della nonna. Apre la porta con sulle spalle un grande scialle.
“B-r-r-r! Che freddo che avete portato! Su, entrate! Fa davvero così freddo fuori? Devo mettermi addosso uno scialle come te Bachinka?”
Batte i piedi, e con i piedi, salterellano sul suo viso piccole macchie di rossore. D’inverno sembrano gocce secche di grasso che si è dimenticata di lavare. Sempre di corsa, sempre in un vortice. Dice che va al mercato ma a casa sua il pasto è già pronto. Sentiamo bene che in cucina sta friggendo qualcosa.
“Frida, ci darai da assaggiare una patata fritta?”
“E tu come lo sai che sto friggendo delle patate?”
“Frida, il nonno dorme ancora?”
“Come dorme?” Quando dorme? Non fa altro che studiare la Torah!” scaccia via la gatta dal cesto. “pssh… via! Ma guarda qui, un nuovo nascondiglio, ficcarsi nel cesto!”
Al suono della voce di Frida, la gatta si sveglia e con i suoi occhi a mandorla, sprizza fuori luce: ha visto la neve che ci è rimasta ai piedi. Alza la coda, si sistema i baffi e si stiracchia fino a noi giusto per venire a leccare una goccia fredda di neve. La neve si scioglie sul naso e inizia a starnutire.
“ proprio un cervello da gatta!” Abrachka la tira per la coda “va dire piuttosto al nonno che siamo qui!”
“Perché devi disturbare la gatta? È una fannullona. Io sono molto più veloce di lei!”
La nonna compare sulla porta. Entra talmente piano che il suo sorriso, così dolce, sembra averle addolcito il passo.
“Con un freddo simile, piccoli miei? Di sicuro si tratta di una spedizione importante?...” E ci rivolge un sorriso, “dai veloce Bachinka togliti lo scialle e vieni a scaldarti vicino alla stufa, ma attenta a non bruciarti! Hanno appena chiuso il tubo!”
Se ne sta in piedi vicino a noi, confusa.
“Vuoi un bicchiere di latte caldo? Cosa posso offrirvi da mangiare, di mattina presto?” All’inizio non sa cosa fare. Aiutarci a sgomberare oppure offrirci qualcosa? Il volto e i capelli bianchi sono luminosi. I piccoli fiori del suo copricapo fioriscono come a metà estate. Lei è dolce, grassottella, calda come una stufa di maiolica bianca.
In casa non c’è spazio nemmeno per girarsi. Ogni cosa è stipata e cade giù da tutte le parti; la nonna ha costantemente paura di prendere freddo, ogni spizzico di spazio libero diventa per lei una corrente d’aria.
“Nonna, oggi è festa! Hannukah!”
Abrachka le salta subito addosso.
“Cosa dici! Calmati! In piena Hannukkah non devi far cadere per terra tua nonna, andiamo! Non è per attirare la cattiva sorte ma sei diventato grande in questi ultimi tempi! La nonna cerca di tenersi in equilibrio sulle sue piccole gambe.
Abrachka si spaventa: ci manca solo che la nonna si arrabbi!
“Sei comunque un bravo ragazzo, Avramel! “ sorride “venire di mattina presto per annunciare questa notizia! Volevo proprio informarmi dal nonno… Senza di te non l’avrei nemmeno saputo, birbante! Bene, avvicinati! E bacia prima di tutto la mezzuzah sulla porta. Il maestro te l’ha ben raccomandato, no?
Anch’io nonna voglio baciarla!
Dove ti spingi tu piccolina, sei una ragazza no?
Abrachka mi scaccia come fa con la gatta che si trascina tra le gambe
Per lui va bene. E’ un ragazzo e può darsi delle arie.
Forse è meglio essere un gatto che una ragazzina che tutti prendono in giro.
“Smettila di dar noia alla piccola!”
Tutto a un tratto, la nonna si prende la testa tra le mani, come se si ricordasse di qualcosa.
“Non hai preso freddo vero? Vieni, adesso ti do una cosa, Bachinka!”
“Dei lamponi, nonna!” Le corro dietro, so che quando la nonna dice “prendere freddo” vuol dire che tira fuori da qualche nascondiglio un vasetto di lamponi che, da lei nell’armadio dei vestiti, è seppellito in mezzo a tutte le altre marmellate.
“Tieni, Bachinka, prendi questo con te e dì alla mamma che ti dia sempre, prima di andare a letto, un bicchiere di tè caldo con i lamponi. Dille che è un rimedio per tutto. Per un colpo di freddo, è la miglior medicina.
“Nonna? Dov’è il nonno? Non lo vediamo”
“Entriamo! Eccolo. È lì in piedi vicino alla stufa.”
Attraverso la porta mezza aperta della sala da pranzo, vediamo, scintillante come un grande specchio bianco, una stufa di maiolica bianca, e, vicino alla stufa, un’ombra nera: è il nonno che oscilla il corpo in preghiera. E noi che pensavamo che stesse ancora dormendo! Dormire? Ho l’impressione che da quando lo abbiamo visto, alla vigilia dello Shabbat della settimana scorsa, sia sempre rimasto lì in piedi vicino alla stufa e che non sia ancora andato a dormire.
Addosso, lo stesso paltò di mezza lunghezza, di stoffa lucida, sottile e nera, tutto a pieghe come la fronte. Lo stesso paltò, estate inverno. Sotto, non vediamo la magrezza del suo corpo. Quasi non ne avesse uno.
Il volto risplende. Gli occhi sono pensosi. Oscilla in preghiera. Con una mano, si accarezza un filo di barba, con l’altra fa un nodo nell’aria. Si direbbe che interpreti solo per sé stesso un passo del Libro rimasto sulla tavola, cosa che gli fa muovere il capo da una parte all’altra.
Non vede nessuno dei due. Gli occhiali sulla fronte e le sopraciglia ispide e folte gli nascondono gli occhi. La barba bianca cade giù come un ciuffo di neve. I basettoni lasciano scoperte parti di guance anch’esse bianche. Per il calore della stufa, sotto la pelle molto delicata, si intravedono vene un po’ arrossate.
Abbiamo paura di andargli vicino. Sulla maiolica bianca si muove la sua ombra. Il nonno sembra lontano da noi, con un piede nell’altro mondo.
“Bachka, guarda!”. Il fratello mi tira per la manica. “Guarda, ecco i dieci copechi sul tavolo!”
Il nonno! Ha pensato anche a questo! E io che credevo che pensasse solo alle cose di Dio!
Ma il nonno non distoglie il capo dalla finestra. Il sole brilla e si riflette nei suoi occhi, come se avessero esaurito tutta la luce del cielo! Ecco, sembrano accendersi! Sulla finestra è appesa la lampada di Hannukkah, la lampada d’argento vecchio e scuro con al posto delle candele, le piccole cavità ancora nude. Ma gli occhi del nonno accendono con un colpo solo, come fiammiferi, tutte le otto piccole cavità.
“Nonno!” Non possiamo più trattenerci e ci fermiamo spaventati dalle nostre stesse voci.
“Ah!... che cosa c’è?” Il nonno sembra uscire da un sonno profondo. “Aiga! Sembra che sia entrato qualcuno. Fa la fatica di andare a vedere!”
“Ma sono i bambini di Alta, Avremel con la piccola Bachka!” gli grida la nonna dalla sua camera.
Il nonno volge il capo tutto bianco verso di noi. Vedendoci, sorride. Corruga il volto. Sorridendo, è cambiato. È diventato un’altra persona. Il volto si è sciolto, come cera calda.
“E io avevo pensato…” – il nonno lascia cadere gli occhiali dalla fronte e da sotto le lenti dà un’occhiata al fratello – “mi ero detto: vedrai che quando Avremel avrà fatto iniziato il suo cammino religioso, non penserà più ai soldi, non è vero Avremel? E il nonno gli dà un pizzicotto leggero sulla guancia.
“ Bene! Vieni qui! Ti devo esaminare un po’ ? Dimmi…” – la voce dolce gli si spezza – “dove sei arrivato nei Cinque libri? È un bel po’ di tempo che vai a studiare dal rabbino…”
Sulla tavola scintilla la moneta da dieci copechi. Ad Abrachka gli gira la testa. Quella moneta d’argento gli stuzzica gli occhi. Gli è vicinissima, davvero vicina. Può persino quasi toccarla con la mano. Non vede l’ora di guardarla. Cosa c’è raffigurato sull’altro lato? La stessa aquila, come sempre, no?
La voce del nonno è come un ronzio. Le mani gli prudono: gli piacerebbe far piroettare almeno una volta sulla tavola la moneta da dieci copechi. La tavola lucidata è scivolosa: la moneta sarebbe volata via come una rotellina. Avrebbe potuto scivolare dalla tavola e ….zac? per poi andarla a cercare in tutte le fessure del pavimento di legno! Gli occhi rotondi di Abrachka strabuzzano dallo spavento; deve afferrare i dieci copechi. Afferrarli velocemente prima che il nonno cominci a interrogarlo e che si metta ad ascoltare i passi che ha imparato e che ha già dimenticato.
E se al nonno venisse voglia di tirar fuori dall’armadio i Cinque Libri di Mosé, cosa si fa?… Iniziare a salmodiare come a scuola con il rabbino. Così, trascorrerà tutta la giornata. Verrà buio. Allora dove potrà trovare un cocchiere, un cavallo? Chi l’aspetterà? Tutti i ragazzi già partono, imbacuccati nelle slitte … e lui.. Ad Abrachka gli si stringe il cuore. Cadrà addormentato assieme al nonno vicino alla stufa calda. Il calore gli sale al viso come se fosse lui e non il legno a bruciare nella stufa ardente. Fa pena guardarlo. Le dita gli tremano. La testa è come gonfia. Dagli occhi gli sprizzano fuori lampi di fuoco, come se i 10 copechi d’argento fossero già suoi.
“Una moneta da 10 copechi!” continua a dirsi Abrachka. Quando riceverà gli altri 10 copechi dal papà, allora potrà girare tutta la città con la slitta. Quale cocchiere non lo prenderebbe? Abrachka dovrà soltanto tenere in mano la moneta d’argento. E quando ne mostrerà anche solo un angolino al cocchiere, vedrà gli occhi di Ivan uscirgli dalla testa. Questo zoticone, subito dopo, si scalderà tutto e si metterà a convincere Abrachka che il suo cavallo, la sua slitta sono impareggiabili (non hanno uguali) e che li ha ereditati da un signore di un castello!
“C’è una pelliccia” inizierebbe a dire Ivan “distesa sopra la slitta. Non importa se sembra una vecchia capra morta. L’hanno usata per coprirsi, i figli del signore del castello!”
E per il suo cavallo cosa non farebbe Ivan! fischierebbe dall’entusiasmo. “Basta frustarlo e vola come un’aquila! Non è cosa da poco: la stessa moglie del signore del castello se ne è andata dappertutto, con lui in passeggiata”
“E che ne dici dei miei sonagli? Non suonano come tutte le chiese insieme? Siediti solamente: lascia che il cavallo si sposti…” La grossa voce di Ivan gli risuona nelle orecchie come una tromba.
Abrachka non ce la fa più più; si alza da dove è seduto e prende la moneta d’argento.
“Aspetta, non così velocemente! Hai tutto il tempo! Perché ti precipiti in questo modo? Faresti meglio a sbrigarti a imparare il discorso per il tuo barmitzvah!”
Abrachka solleva il capo. Chi è che parla così? Non Ivan! La mano del nonno si è posata sulle sue dita agitate.
“Baruch, dagli i dieci copechi! Una goccia di gioia per i bambini! Non vedi”, dice la nonna al nonno, “ il ragazzo non sta più nella pelle ! Non riesce più a star fermo! E la piccola se ne sta lì con la testa nelle nebbie.”
Senza fiato, corriamo fuori dalla casa del nonno con i dieci copechi in mano.

Il fratello si scatena per le strade. Persino le neve brucia sotto i suoi piedi e con le mani, non smette di fare mulinelli: forse vorrebbe far risuonare i suoi dieci copechi d’argento fin dentro i mezzi-guanti.
“C’è ancora una slitta? Ancora un cavallo?” gli risuona in testa.
Mi fermo un attimo, mi si è disfatto uno zoccolo.
“Quando si inizia ad andar via con una ragazza?.... ma che lenta!” Abrachka, invece di aiutarmi, mi grida dietro. “La smetti di andare così piano? Prima il nonno, poi tu con i tuoi zoccoli! Vedrai che avranno preso tutte le slitte!”
“Che colpa ne ho io?, se gli zoccoli nuovi mi scivolano via dai piedi.” Ma voglio pungerlo “Il nonno è di sicuro arrabbiato con te, non hai lasciato che ti facesse domande su quello che hai imparato!
“Ma cos’hai ancora? Perché mi spacchi la testa! Dì piuttosto, con chi andiamo via? con Ivan? o con Berel, lo svitato che zoppica da un piede?
“Chi vede che zoppica? E’ seduto allo stesso posto e ha un cavallo con le zampe dritte”.
“Perché non far diventar zoppe anche le zampe del cavallo? Tanto di lui si può credere qualsiasi cosa! Un tal furbone! Ha-ha!”
“Signorino! Avremel! Signorinella!” I cocchieri ci hanno visto. Ci conoscono. Se ne stanno sempre in fila in fondo alla via. A gara, si soffiano e si battono le mani dal freddo e dalla noia.
“Avete ricevuto i soldi di Hannukkah? Quanto ti hanno dato? Bene, mostra! Allora sali su! Sali piccola!”
I cocchieri si spingono tra loro. Un cocchiere più anziano – ha probabilmente molto freddo – si lascia scappar fuori dalla bocca un vapore molto denso, come se ci si volesse scaldare. E quando parla, la sua barbetta gelata va su e giù come una scure con la quale mozzerebbe ogni parola che gli esce dalle labbra.
“Vieni piuttosto con me” Non vale proprio la pena di star dietro a quello!” Non vedi che ha un cavallo che sembra una vecchia asina come lui!”
“Quel cavallo? Ne ingoierebbe altri dieci come il tuo! Che l’angelo della morte ti colga!” I cocchieri continuano a insultarsi.
“Va pure! Ti fregano tutti, signorino mio! Insomma ti fai sempre portare da me! Guarda un po’ signorinella, come starai al caldo sotto questa pelliccia nera!”
Ivan sbuca di corsa da dietro le slitte e ci raggiunge con uno scivolone.
Sembra pieno come un otre, ma si inchina leggermente da un lato. Poi, come farebbe per i suoi vecchi padroni, disfa la coperta di montone ammuffita e…… ci siamo!….. tutti e due siamo già sulla la slitta.
“Fi!” gli altri cocchieri sputano per terra “Che cosa si può fare con un diavolo simile?”
Ivan sferza l’aria con la frusta, solo un colpo! ma il cavallo ha continuato a tremare e ha tirato su la coda come un gatto quando viene bagnato con acqua fredda.
“Hue! Vecchio ronzino! Hue!” Ivan si rianima fino a sollevarsi dal sellino. I sonagli risuonano e non smettono di tintinnare.
“Hop! Hop!”
Le grida e la frusta volano e bruciano, come con acqua bollente, la groppa fredda del cavallino che, furente, cerca di sfuggire a Ivan; si stira, lavora di reni, così la sua coda lo sferza di più della frusta di Ivan. Le ossa della groppa vanno a sbattere contro le stanghe di legno: sembrano voler strapparsi la pelle da sole.
Al ritmo del cavallo, volteggiamo nella slitta. Un momento, sprofondiamo nella neve, un altro ci sentiamo sballottare. Non c’è tempo per riprendere fiato. Veniamo trascinati via come se avessimo le ali.
“Hue! Peste! Hue! Hue! Ha! Hop! Hop!” grida in questo momento Ivan, come posseduto.
Fischia, schiocca la lingua, si spolmona, si solleva, si gira e si rigira sul sellino. Dalla sua schiena ci scivola addosso una montagna di neve. Un vortice di neve corre dietro a noi e tutto intorno.
Il cavallo è cosparso di neve: gli scende giù dagli occhi, gli ricopre la testa, il dorso fino a schizzargli fuori dalle narici. Dalla bocca gli esce un vapore denso. Scuote la criniera, come ubriaco e fa tintinnare tutti i sonagli.
Nuotiamo dietro a lui come in una corrente d’acqua. La città se ne vola via da tutti e due i lati: una via svanisce e si confonde con un’altra. Neve densa turbina nei viottoli come farina rovesciata dai sacchi. Dove siamo? In un soffio, abbiamo volato sopra il grande giardino della città. Solo un istante fa, era là, pieno di alberi, in cima alla collina e di colpo, se ne è volato via come un fiocco di neve nell’aria. Dov’è la grande chiesa? Chi mai potrebbe averla spostata? Ora è scivolata via, si è staccata dalla terra. I muri bianchi hanno lasciato uscire un soffio di neve, la croce d’oro ha appena avuto il tempo di brillare … e ha perforato il cielo.
Le guance mi bruciano, mi pizzicano. Protendo le mani: voglio afferrare qualche casa, qualche via. Ma dinnanzi a me tutto vola via: finestre, imposte, insegne, tutto – il vento ha il sopravvento, la neve inghiotte tutto.
Lontano dalla città ora – ci sembra di esser stati trascinati nell’aria – non vedo più nulla. Il gelo morde. La neve si incolla agli occhi e pizzica le sopracciglia.
Ho freddo alla testa. La neve penetra nei capelli fino a farli diventare duri: da prendere e da tagliare con il coltello. Il collo è tutto bagnato, pieno di neve.
Batto i piedi. La coperta di pelliccia è da un po’ di tempo che è tutta fradicia. Ci fa ancora più freddo. I piedi sono come pezzi di legno; da non riuscire nemmeno ad alzarli. Voglio scuotere Abrachka. Ma che cos’ha?
Il vento fischia. Non sento più il fratello. Solo un momento fa scalciava come il cavallino. Perché non esce più vapore dalla bocca di Abrachka? Il mio viso brucia. Ci congeleremo? Mamma! Mamma! Dov’è la mamma? Anche lei è volata su in cielo? Ci sgriderà:”Dove siete? Dove vi siete nascosti? Ai confini della terra?....”
“Trr…” la slitta si ferma bruscamente, quasi rovesciandoci.
“E dove sono i 10 copechi!” Ci sveglia il vocione di Ivan.
Con il guanto di pelliccia, grosso come una zampa d’orso, ci tocca gli occhi. Tira fuori dal mezzo-guanto di Abrachka i 10 copechi. Ivan fa scivolare la frusta sotto il cinturone e sputa prima in una mano, poi nell’altra, butta in aria la moneta come se volesse pesarla, provarla sotto i denti.
“Vero argento! Duro come ferro?” Strombazza ridendo
“Ivan dove siamo?”
“Siamo rientrati a casa, piccolina, a casa.”
Mi volto. E’ vero. Davanti a noi, come sempre, si erige la grande chiesa. I muri, il tetto, la croce – sono tutti ritornati dal cielo. E il cielo si è chiuso: ha scacciato le nuvole. Lassù, sola, una piccola stella smarrita scintilla.
Sulla collina è cresciuto di nuovo il grande parco. Casettine, negozi, finestre – Ogni cosa si è rimessa a posto.
Scivoliamo fuori dalla slitta. Da dove siamo tornati? Ivan ci ha lasciati giù nella nostra via grande e larga.

(brano tratto da Lumières allumées, di Bella Chagall, ed Trois collines, Svizzera, 1948 - Traduzione di Maddalena Cavalleri)
foto 1: Vitebsk agli inizi del 900; foto 2: copeco russo

LUCI ACCESE di Bella Chagall: cap.XII LA QUINTA CANDELA



Una luce dopo l’altra. Ora le cinque candele bruciano nella lampada di Hannukkah: accese tutte e cinque insieme riempiono gli occhi di luce!
Una candela agita l’altra: ogni fiamma vibra nell’aria sopra alla lampada di Hannukkah e riscalda tutto il Paradiso d’argento. Attorno alla tavola della sala da pranzo si sono riuniti tutti i bambini, grandi e piccoli. Il lampadario risplende di un bagliore traboccante di festa. Dalla cucina sbucano fuori odori l’uno più saporito dell’altro.
Il lucioperca bollito se ne sta a raffreddare là sotto in un piccolo stagno di salsa: rondelle di cipolle, cotte insieme con il pesce, sono rimaste intrappolate dentro come congelate nel ghiaccio.
I pezzi di grasso fritti sono già diventati duri e neri, anche se hanno le punte piene di grasso.
Un vaso di grasso non smette di bollire sulle braci. In cucina c’è caldo. Sul volto di Hava, la cuoca, le guance si fanno di fuoco.
Lei se ne sta in piedi davanti al forno aperto e, ferri alla mano, si accanisce sulle padelle. Un po’ riscalda, un po’ unge con una carta piena di grasso e un po’ versa ancora un cucchiaio di impasto liquido oppure toglie da una padella una frittella appena fatta saltare.
Calde, panciute, le frittelle brillano di perle di grasso e saltano sul fuoco come farebbero dei neonati a suon di scapaccioni.
Guardiamo la cuoca come se fosse una maga.
“Hava! Sarà per me la frittella grossa? Dici?” Abrachka si sporge in avanti con le guance belle gonfie che sembrano pronte a scoppiare.
“Avrai mal di pancia, non vedi! Quanto ci si può rimpinzare di frittelle? Questo discolo non mi lascia respirare!” Hava si lamenta ma non fa che friggere e impilare piatti di frittelle calde appena fatte.
Scoppiamo a ridere e ci lecchiamo le dita. Le frittelle scivolano nel grasso. Sgranocchiamo i pezzi di grasso fritti. Da dove iniziare per prima quest’assalto?
Ma ecco che tutto a un tratto sulla tavola vengono ammucchiati tronchetti di legno tagliati a pezzetti – piccoli blocchi, simili a piccoli barili tirati fuori da una scatola. E’ il gioco della tombola!
Ci vengono distribuiti dei cartoncini bianchi, rigidi. Sopra, dal basso in alto, ci sono dei numeri in nero tutti mescolati tra loro. Un “2” sta accanto a un “9”, a un “7”, a un “3”; sono tutti in disordine. Il gioco finisce quando qualcuno è baciato dalla fortuna ovvero quando tutti i numeri vengono coperti da cubetti di legno sopra ai quali è dipinto lo stesso numero.
Quindi questo gioco è solo una questione di fortuna. E ogni volta che cade sul tavolo un cubetto con un numero, tutti sobbalzano come se quel numero, per un attimo, avesse fatto vacillare la loro fortuna.
“11! 4! 7!”
“Qui il 4 qui! Ecco il 4!”
“Chi ha il 7? Non si vede il 7?”
Il cubetto di legno gira tra le dita di mio fratello e ruota sul tavolo.
Il 7 rotola sotto la lampada che risplende: si direbbe un diavolo nero su un piede solo.
I cubetti e i numeri si confondono, disturbano gli occhi.
“Imbranata che non sei altro! Ma tu hai il 7! Perché non lo dici? Dobbiamo metterti le cose sotto il naso?” Dietro alle mie spalle, Abrachka grida con voce stridula.
“Sto per vincere?”
“Testa dura che sei! Credi di vincere così in fretta?” Tutti si mettono a dire qualcosa:
“Cosa si può fare con lei? Non vedi, sogna! Dorme!.....Ha mangiato troppe frittelle! Non vedi gli occhi che ha?...... E cosa ancora!? Taci! Dì piuttosto che lei non sa fare nemmeno un 7!... Ah! Sì!....” Non mi trattengo più:
“Il professore dice che imparo meglio di te! Conosco molto bene il 7! E’ un numero fortunato!”
“Dormendo, ti sei quasi fatta portar via la fortuna!”
“Guarda! Trema come una foglia!”
Dalla paura, non stacco gli occhi dal cubetto di legno. D’un tratto, faccio un balzo.
“Guardate! Ho vinto! Ho vinto! Peggio per voi! Ho vinto!”
Tutti si girano verso di me e insieme a loro guardo questa specie di miracolo: tutto il mio cartoncino è ricoperto di gettoni di legno.
“La fortuna ad una sciocca!” si lascia scappar fuori Abrachka. Tutti mi invidiano. Persino il buon Mendel sbatte sulla tavola i cartoncini oramai inutili come se volesse colpirmi le dita.
“Un numero! Mi mancava solo un numero per vincere!” si rode il fegato.
“Ah! Vincerai un’altra volta! Per lei, questi pochi soldi sono una faccenda seria!” Abrachka mi guarda storto.
Mi rovinano la gioia. I soldi vinti mi bollono tra le dita.
“Guarda piuttosto come la trottola sta per volare!” Abrachka fa rotolare la trottola di zinco sulla tavola.
Il piedino della trottola ha appena sfiorato la tela cerata scivolosa: la trottola si è messa a girare alla mercè di tutti. Fa sshh… fischia come il vento: sembra vorticare nell’aria.
Gli occhi di tutti sono fissi sulla trottola: la inseguono nella sua corsa.
Dov’è il suo pancino? Dove sono le quattro lettere? A forza di girare, i quattro lati sembrano venir meno. La “G” e la “N” sono apparse solo una volta in modo chiaro, poi sono sparite.
Ma ecco che alla trottola sembra venir meno il respiro; il turbinio si placa; il suo piccolo piedino gira sempre più lentamente, i quattro lati di zinco con le lettere in rilievo diventano sempre più nitidi. La “G”, la “CH”, la “H”, la “N” ci fanno l’occhiolino con le loro piccole teste che sembrano ritornare da lontano.
“Scommettiamo quello che vuoi che la trottola si fermerà sulla “G”!”
“Come potrebbe essere altrimenti se lo vuoi?”
Tutti guardano la “G” quasi a volerla arrestare con gli occhi per strapparla dalla sua metà corsa. E ecco… Sembra che si fermi questa lettera “G” che vuol dire “Bene”. Poi corre verso la “CH” che vuol dire “Male” e che le fa lo sgambetto. La “G” si rovescia da un lato e la “CH” si ferma giusto in mezzo alla tavola.
“Allora, scommetti ancora una volta?”
“Eh beh! Non c’è niente da dire…. E’ festa, no? Andiamo a giocare a carte?”
Con nuovo entusiasmo, ci lanciamo sulle carte. Le stesse carte colpiscono gli occhi per i loro volti allegramente dipinti.
Soltanto la Regina ha un viso bianco, liscio e un corpo snello. Il Re occupa un’intera carta, come se, con la sua mole, volesse darle più peso.
I giovani Principi vogliono distinguersi con i loro baffi ben arricciati all’insù.
A volte, su di una carta, due Re escono fuori insieme, si spingono con i piedi che noi non vediamo. Ciascuno di loro vuole stare al centro.
E’ una vera scienza conoscere il significato di ogni carta.
“Giochiamo al ventuno, vi va?”
I fratelli sono tutti in fermento. Uno di loro mescola le carte una volta, poi le mescola ancora, le sbatte come far prender loro aria. Soffia, sputa nelle dita, prende fuori le carte da una mano, le spinge nell’altra. All’improvviso grida:
“Alzate!”
Un mucchio di carte viene alzato e viene messo su altre carte.
“Dai un colpo!”
“Cos’è questo modo di comandare così? Hai mescolato abbastanza! Cosa vuoi farne? Impastarne di nuove? Non sono mica frittelle?”
“Una due…. Ecco …. Una carta per te…. per te…. uno, due tre…”
Le carte vengono gettate su di un campo di battaglia.
Con il fiato sospeso, seguiamo con gli occhi tutte le carte che scivolano tra le grandi dita di mio fratello. Seduti sugli spilli, abbiamo paura di guardare che carta è uscita.
Ognuno pensa tra sé: “ Vedrai che l’altro avrà sicuramente una carta migliore!” e si lascia sprofondare le carte in mano fino a spiegazzarle tutte. Sembra che far punti dipenda unicamente dal fatto che l’avversario non vede le carte. E’ un segreto!
La cosa da fare è… lasciare le carte sulla tavola, non guardare e serbarle nella mente.
Le carte vengono allineate sulla tavola, girate in su; ognuno se ne sta seduto e aspetta un miracolo. Forse vincerà? Quando intravedi un Re nelle carte di un altro, ti viene un soffio al cuore. E’ finita…. è l tuo avversario che vincerà! Non tu!”
“Non essere così fiero!” Qualcuno inizia a prendersela con l’altro.
“A volte una piccola carta vale più di un Re”
“Dove hai visto dei Re da me?”
“Credi di aver reso mute le tue carte con il tuo silenzio?”
“I tuoi Re! Ne ho bisogno come del diavolo! A me è venuta fuori una carta più bella di una Regina!”
“Ah sì! Mostra!” Tutti guardano quel contafrottole di Abrachka.
“Va a credere a questo imbroglione! E allora perché scalci dietro alle sedie? Toh! Guarda per colpa tua mi è caduta una carta dalle mani.
“A causa mia?” Abrachka lo scimmiotta: “Nullità che non sei altro! Cosa balbetti? Le carte ti cadono dalle mani da sole, per la paura”
“Screanzato! Ridammi la carta o esci dal gioco!”
“Ah sì! Aspetta un po’ “ Abrachka rotola per terra.
“Adesso, vi tengo tutti dietro al mio orecchio sinistro!”
Eccola qui bella distesa la Regina, la faccia in sù!” Abrachka nitrisce d’estasi: per primo ha visto una carta di un altro, una vera.
“Ridammela! E’ la mia carta! Non giochiamo! Con questi modi da ladro! Un gioco fatto così non conta!”
“E come sai quel che si può e quel che non si può fare?” Ecco un nuovo saggio!
“Che brigante! Dire che mette tutto sotto sopra”
I fratelli si lanciano uno addosso all’altro. Attorno alla tavola, è una rissa. Le carte vengono spinte, le sedie indietreggiano qua e là. Uno picchia, l’altro colpisce, un altro ancora si mette a dar schiaffi e altri schiaffi volano in risposta. E’ stata dichiarata una vera guerra – come se stessero mitragliando con fucili.
“Ad ogni modo, non è la tua Regina!”
“Perché?” Abrachka non si calma “Sul pavimento o sulla tavola, è comunque una carta e non un fico!
“Tieni! Prendi questo, specie di cane! Oggi tutti i tuoi trucchi non ti aiuteranno!”
“Silenzio bambini! Quanto avete ancora intenzione di continuare a fare questo baccano? Non possiamo addormentarci! E’ già mezzanotte!”
I fratelli si fermano, si guardano. Dalla camera da letto, la voce del papà li doccia tutti come con acqua fredda.
In silenzio, raccolgo le carte. Ho la testa che rimbomba: dentro mi sento battere tutte le carte.

I miei pochi copechi guadagnati mi impediscono di vincere. Sono sotto il cuscino, ma spuntano fuori da sotto le piume, mormorano, mi pungono le orecchie. Ho paura di toccarli, come se fossero soldi rubati.
Fatico ad aspettare che spunti il mattino per darli al primo povero che entrerà in casa.



(brano tratto da Lumières allmées di Bella Chagall, éd. Trois Collines, Svizzera 1948 - Traduzione di Maddalena Cavalleri)
foto: gioco del dreidel che si gioca durante la festività di Hannukkah

LUCI ACCESE di Bella Chagall: cap.XI LA LAMPADA DI HANNUKKAH







“Bambini dove siete? Mendel! Avremel! Bachka! Dove vi siete persi?” Sentiamo dal negozio la voce acuta della mamma. “Dove corriamo per giorni interi? Venite! Papà ci aspetta con le candele di Hanukkah!”
E dove potremmo essere? Ce ne stiamo in piedi a scaldarci vicino alla stufa. Ecco che giunge presto la fine del giorno. E’ buio. Aspettiamo che il negozio finalmente chiuda.
Come una colpevole, la mamma esce in tutta fretta dal negozio; come scusandosi dice: “Oggi c’è già un pizzico di festa… e sono ancora immersa in questo turbinio. Almeno che riesca a riunire i bambini e a benedire le luci di Hanukkah!”
Entriamo tutti insieme nella grande stanza dove papà ci aspetta.
Anche se la stanza è grande, ha una sola finestra. Papà se ne sta lì dandole le spalle, impedendo alla poca luce che viene da fuori di entrare. Ce ne stiamo tutti in piedi nell’oscurità e aspettiamo che si accenda la goccia di luce.
La testa di papà è china sulla lampada di Hanukkah.
La sua ombra volteggia sul muro scuro come se ci fosse un altro papà che vaga cercando qualcosa. Quando fa oscillare la testa, la lampada di argento scuro scintilla: come una luna addormentata, appare là dove già era - mimetizzata nel suo angolo, nascosta a tutti.
La lampada di Hanukkah è piccola, quasi come un giocattolo. Ma com’è cesellato il piccolo muro d’argento che regge le candele!
Al centro, due leoni dalle teste infuocate e le bocche spalancate; con le zampe sollevate sostengono le Tavole aperte della Legge. Tavole nude senza una lettera. Eppure emanano una luce, come se contenessero l’intera legge.
Attorno ai leoni fioriscono piante, come in un vero Paradiso; cespugli con grappoli e ogni sorta di frutta caduta dall’albero. Sotto i rami, due uccelli aprono gli occhi. C’è persino un lungo serpente che striscia.
Ai due lati del Paradiso, come di vedetta, stanno due ampolle d’argento, anch’esse minuscole, ma con pance grasse e piene: perché nel Paradiso non manchi l’olio.
E perché ci sia luce davanti agli occhi dei leoni e degli uccelli, un ponticello si protende sotto di loro, forato da otto piccole coppe che attendono solo di far uscire una fiammella. Le mani bianche di papà si muovono sotto queste piccole coppe. Da una di queste – papà comincia dalla prima – tira fuori uno stoppino minuscolo, inclina l’ampolla e versa una goccia d’olio. Lo stoppino inumidito assorbe l’olio, diventa mollo e bianco, quasi come una piccola candela.
Papà recita una preghiera, accende lo stoppino. Una sola, un’unica luce. Papà non tocca le altre piccole coppe. Tutte e sette restano lì vuote e fredde, come superflue.
Non è piena festa quando risplende una sola e unica luce. Una stretta al cuore – mio Dio - come se bruciasse una candela di commemorazione.
La fiamma è talmente piccola che la si potrebbe spegnere con un soffio solo.
Nessun riflesso sfiora il pavimento scuro. Persino il piccolo muro del Paradiso non è del tutto illuminato. Dei due leoni, soltanto uno riceve dal basso un po’ di calore, l’altro non sa nemmeno che qualcosa gli brucia accanto.
I miei genitori e fratelli si sono allontanati. Mi avvicino alla luce. Vorrei raddrizzarla, mettere a posto lo stoppino per poter ravvivare la fiammella.
Ma non c’è proprio niente da afferrare con le mani. Mi brucio le dita.
La fiammella risplende, si copre, occhieggia e non fa che tremolare.
Ecco che si spegne… Lotta per innalzarsi, almeno per una volta, giusto per lambire un chicco d’uva dal piccolo muro d’argento, o riscaldare una zampa del leone cesellato.
D’un tratto, una dopo l’altra, cadono dalla piccola fiamma gocce di olio che vanno ad ostruire lo spazio vuoto della piccola coppa soffocando ancora di più la debole fiamma. Lo stoppino inizia a fumare creando delle macchie lungo il rivestimento in legno della finestra.
Una macchia fresca, grigiastra va a distendersi vicino a quelle rimaste dalla Hanukkah dell’anno precedente, sulla finestra. Tutte queste macchie sopra la sommità della luce solitaria. Brillano quasi quanto quel bagliore. E quando viene accesa la grande lampada sul soffitto, essa anima con il suo fuoco vivo, l’ultimo soffio della luce di Hanukkah.
Perché le candele di Shabbat della mamma sono così alte e grandi? E perché papà, così grande, benedice una luce così piccola di Hanukkah?

(brano tratto da Lumières allumées di Bella Chagall,éd. Trois collines, Svizzera 1948 - Traduzione di Maddalena Cavalleri con il sostegno affettivo e letterario di Lorenzo Gobbi)
La festività ebraica di HANNUKKAH solitamente cade tra la fine di novembre e la fine di dicembre.
Dal sito di Wikipedia in italiano traggo le seguenti notizie http://it.wikipedia.org/wiki/Hannukkah:
Chanukah o Hannukkah, (in ebraico חנכה, ḥănukkāh) è una festività ebraica, conosciuta anche con il nome di Festa delle Luci. In ebraico la parola "chanukah" significa "dedica" ed infatti la festa commemora la consacrazione di un nuovo altare nel Tempio di Gerusalemme dopo la vittoria dei Maccabei sull'ellenismo propugnato dai Seleucidi, al regno dei quali apparteneva Eretz Israel nel II secolo a.C.. Il dominatore greco riteneva di far scomparire la specificità giudaica proibendo la pratica della Legge, ma una rivolta armata guidata da Mattatia, un anziano sacerdote della famiglia degli Asmonei, di Modin, cittadina a nord-ovest di Gerusalemme, permise - secondo Zc 4,6 - la vittoria dello spirito sulla forza brutale che minaccia Israele nella sua vita religiosa e spirituale. La festività dura 8 giorni e la prima sera, chiamata Erev Chanukah, inizia al tramonto del 24 del mese di Kislev. Secondo il procedere del calendario ebraico, quindi, il primo giorno della festa cade il 25 di Kislev. È l'unica festività religiosa ebraica che si svolge a cavallo di due mesi, inizia a Chislev e finisce in Tevet. In particolare se Kislev dura 29 giorni finisce il 3 Tevet, mentre quando Kislev ha 30 giorni finisce il 2 Tevet. È, assieme a Purim, la seconda delle feste minori, ovvero delle feste stabilite dopo il dono della Torah. (Wikipedia.org)